Archivio mensile:settembre 2012

Verso l’altopiano

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Giorno 27

Sveglia presto. Su strade impervie attraverseremo le montagne, lasceremo la regioni desertiche del nord ovest per dirigerci verso l’area tibetana più a sud. Ci spingeremo al confine, nelle regioni del Quinghai e del Sichuan occidentale che, pur non appartenendo amministrativamente al Tibet propriamente detto, ne fanno parte sia storicamente che geograficamente. Soprattutto, in questa zona l’invasione culturale cinese pare aver svilito un po’ meno le tradizioni di un popolo che rischia di essere spazzato via, e non da legioni di carrarmatini gialli, ma da un’immigrazione incentivata e senza scrupoli. Comunque, sulla questione tibetana ci torneremo in seguito…

Raggiungiamo la stazione sud di Zhangye tra i cortei della settimana di festa nazionale che da oggi in avanti ostacolerà tutti i nostri spostamenti. Siamo stranamente in anticipo e aspettiamo il nostro autobus con altri vacanzieri su una panchina di ferro gelido. Mi scappa già pipì e Fede già mi sbraita… Vado ad azzerare.

Anche qui i bambini lustrano i pavimenti delle stazioni giocando al corso di nuoto su piastrelle polverose. La differenza e’ che nessuno li rimprovera. Impuniti, si dilettano con impeto nel loro passatempo, sotto lo sguardo annoiato delle madri che probabilmente non sentono la schiavitù del bucato.

A dieci chilometri dalla città incontriamo il primo incidente stradale. C’è scappato il morto.. Lo vediamo steso sull’asfalto coperto da un lenzuolino rosso ricamato. Spuntano solo i piedi, senza le scarpe. Confidiamo nel nostro autista, speriamo che sia un uomo saggio e impressionabile.

In lontananza le montagne sono di cioccolato fondente a scaglie, non so perché ma penso a Giorgia… Una spolverata di neve fresca, come zucchero a velo, ci ricorda che l’inverno e’ alle porte. Le pendici sono nude e spoglie, prive di vegetazione. Solo una crosta d’erba bruciata nella senape osa crescere a queste altezze. Mandrie di yak pascolano sparse nel sole del mattino insieme alle buone pecorelle degli spiedini di ieri sera. Trenta stuzzicadenti di puro gusto, imbottiti in delicati bocconcini, speziati e cotti sulla brace.

Sull’autobus un bimbetta sorride a sua nonna sotto un caschetto di capelli neri. Si chupa avidamente un lecca lecca arancione mentre guarda felice quello verde, ancora intatto, che stringe nell’altra mano. Si sente potente, perché sa che potrà concedersi il bis quando il primo sarà finito.

Al primo passo un cartello ci informa che abbiamo già sfondato il tetto dei 3500 metri sul livello del mare. Una moschea saluta il monastero. In mezzo il villaggio, prefabbricato in case di lamiera dai tetti melograno, presidia un enorme casello autostradale, decisamente fuori luogo, nel nulla che lo circonda. E poi la strada e’ poco più che una mulattiera.

Out of the blue, il nostro autista decide di incidentarsi contro il SUV che ci è davanti. Per fortuna non è un frontale, ma un piccolo tamponamento che ci costerà un fanale e due ore di ritardo. Scatta la rissa. Tutti gli uomini scendono veloci dall’autobus per incolpare il conducente dell’altro veicolo, colti da agguerrito senso di appartenenza. Fede compreso. Anzi, il nostro autista cerca la sua approvazione sulla dinamica dell’incidente, perché un parere straniero fa sempre figo, e gli spiega con dovizia di particolari la situazione. Lui annuisce, conferma, lo conforta in italiano. In fondo siamo tutti della stessa specie animale, su questa terra un po’ ci si capisce, anche in italo-mandarino…. Le donne da sopra assistono pazienti che il testosterone si spenga. Io dietro un cespuglio faccio l’ennesima pipi’.

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Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie

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Giorno26.

Le scale ci tagliano il fiato e siamo appena oltre i 2000 metri.

Il monastero di Mati Si e’ incastonato nella roccia, dal 300 Dopo Cristo circa. Le balconate in legno colorato sono come figurine sparse, appiccicate su un muro di pietra. Migliaia di piccole nicchie, ormai buchi di gruviera, ospitavano le figure sacre del Buddha. Dentro la montagna, gallerie e scale ripide come pozzi collegano i vari livelli. Nel buio dei cunicoli sento la pietra consumata, quasi lucida, a tratti memore dei monaci che l’hanno scavata a mano, la’ dove mostra ancora i graffi degli scalpelli e della fatica di un lavoro durato secoli. I Buddha all’interno sono bellissimi. Ci sorridono dietro a un sipario di capelli ricci e blu. Come Satomi dei Beehive o Shiva dal suo trono di loto.

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La vallata si riscalda nei colori bruciati di un paesaggio autunnale che sa di casa. Pastori a cavallo scorrazzano allegri nell’erba alta della pianura poco sotto di noi. Finalmente e per la prima volta, siamo quasi soli in questo pezzo mondo. Intorno a noi, alberi che non conosco si spogliano in un turbine di foglie gialle che volano leggere come petali. È da quando ho visto Hero di Zhang Yimou che sognavo di essere qui, in questo momento. In lontananza un vecchio con una giacca di lana grigia e copricapo spinge un passeggino. All’interno due gote rosse e paffute. Avrà due anni e occhietti vispi che curiosi guardano i laowai passare.

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Il buco nero di Jiayuguan

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Giorno 24.

Il giorno seguente partiamo per Jiayuguan, poco più’ ad est, iniziando la lunga strada che ci porterà’ sull’altopiano tibetano. Per noi è poco più di una tappa di avvicinamento, anche se per me in particolare si rivelerà un luogo infernale. La città’ e’ grigia e gelida, una moltitudine di fabbriche vomita veleno nel cielo terso del deserto. L’unico luogo di interesse risiede in un forte trecentesco, che per molti secoli ha segnato il confine occidentale dell’impero cinese: al di la’ di esso, solo demoni del deserto ed orde barbariche a cavallo. La sua importanza era strategica, in quanto dominava l’imbocco dello stretto Corridoio di Hexi, una lingua di deserto tra le catene montuose dello Hei Shan (Montagne Nere) a nord e del Qilian Shan, dalle vette perennemente innevate, a sud. Il luogo in se’ occupa una posizione suggestiva, tra montagne e deserto, ed è anche piuttosto ben conservato. La nostra visita e’ purtroppo rovinata dai lavori di mantenimento e dallo sproporzionato costo del biglietto di ingresso, 15 euro a testa, decisamente troppo.

Non trovando ostelli, ci stabiliamo allo Jinye Binguan, hotel a due stelle per commessi viaggiatori locali ed habitué dei letti ad ore . A 60 Yaun, non ci sembra un pessimo affare. La stanza infatti non è malaccio, abbastanza grande, con una bella finestrona e due letti grandi con piumoni caldi. Il bagno in comune, invece, si rivelerà tutt’altro paio di maniche. In questi anni di viaggi abbiamo affrontato diversi cessi puzzolenti e schifosi, ma questo ha qualcosa in più. Non saprei nemmeno dire cosa, resta il fatto che sembra un incrocio tra il “peggiore della Scozia” del film Trainspotting e le fogne di Calcutta. Un buco nero che inghiotte di tutto, e promana un olezzo che non è di questo mondo. Una pulizia, anche superficiale, manca da decenni. Non ne postiamo una foto per decenza, ed anche perché vedendola, le nostre madri partirebbero per la Cina seduta stante alla testa di un plotone di lagunari, convinte a riportarci indietro ad ogni costo. Non so perché abbiamo deciso di fermarci li’, ma l’abbiamo fatto.

Ora, tutto questo preambolo per dire una cosa sola: quando intraprendi un lungo viaggio attraverso l’Asia, sai bene che qualche volta dovrai per forza cadere vittima di qualche malanno intestinale. Sai che succederà, solo non sai dove né quando. Può capitarti durante un lungo viaggio in treno o su una spiaggia tropicale, in un ostello pulito con tutti i comfort del caso oppure ancora in un villaggio sperduto dove per fare i tuoi bisogni devi andare nei campi come le capre. A me e’ toccato in sorte il Jinye Binguan di Jiayuguan, provincia del Gansu, Repubblica Popolare Cinese.

Passo una notte terrificante, durante la quale sono costretto a varcare le porte dell’inferno una decina di volte. Ho le visioni, mi appaiono Gesù’ Cristo, il Buddha e Maometto scortati dai cavalieri dell’Apocalisse. Inizio ad avere un rapporto quasi affettivo con quel tremendo buco nero, da sindrome di Stoccolma. Esco dall’abisso solo a mezzogiorno, grazie ai provvidenziali antibiotici di Giulia. Quando ce ne andiamo, lasciandoci il Leviatano alle spalle, nell’aria fresca tiriamo un sospiro d sollievo. Però, se chiudo gli occhi, ho ancora gli incubi…

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La luna e’ qui

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Giorno 23.

Per fortuna il deserto non è solo il circo delle dune di Dunhuang e l’arena non e’ che una parte piccolissima dell’immensa distesa di sabbia e sassi che ci avvolge. Decidiamo quindi di aggregarci all’escursione organizzata dai nostri nuovi amici per esplorare un po’ più in profondità la zona. Così, noleggiamo due fantomatiche Volkswagen Santana, che non credo di avere mai visto in Italia…(ricordano un po’ la vecchia Jetta bianca anni 80 che aveva mio padre quando ero bambino, devo chiedere all’Avvocato se c’e’ un nesso…) e ci avventuriamo nell’aspra solitudine del deserto.

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Prima tappa sono le antichissime Grotte di Mogao, uno dei più importanti siti di arte buddista nel mondo, dove fotografare e’ severamente proibito e le visite sono solo guidate. Ma chiuderanno l’accesso al pubblico a partire dall’anno prossimo, perché il turismo mette a rischio la sorprendente conservazione di questi manufatti vecchi di duemila anni, perciò ci riteniamo comunque fortunati ad essere qui oggi. I reperti sono eccezionali: nel buio di decine di grotte sono custoditi affreschi dai colori brillanti, nelle tonalità del rosso e del turchese, e statue di argilla e paglia raffiguranti il Buddha e antichi monaci che il clima secco del deserto ha mantenuto pressoché intatti. Anche l’area vista dall’esterno e’ suggestiva. I monasteri erano scavati su diversi livelli, nelle linee verticali di un canyon ormai asciutto. Le grotte passano da stanzette di pochi metri quadrati a veri e propri templi che si aprono a sorpresa dietro maestosi ingressi di legno scrostati dal tempo e racchiudono statue sacre alte anche trenta metri.

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Procedendo verso nord i soffici pendii delle dune cedono il passo ad un deserto di graniglia nera, in un paesaggio quasi lunare dove aspre montagne di roccia bruna fanno da controcampo. La strada e’ liquefatta in una lingua di catrame, dritta come una Highway nel deserto del Nevada o del New Mexico, solo che qui non c’e’ nessuna Las Vegas scintillante, ma solo il silenzio più assoluto. È bellissimo. Ad un tratto, la terra inghiotte l’asfalto e la polvere ci aggredisce fin dentro all’abitacolo. Respiriamo sabbia. Visitiamo luoghi con nomi da leggenda, come il Passo della Porta di Giada, un cancello lungo la Via della Seta, oltre che tratti abbandonati ed antichissimi della Grande Muraglia, costruita nel I secolo Avanti Cristo dagli imperatori della dinastia Han, e sopravvissuti pressoché intatti fino ad oggi grazie alla protezione del deserto.

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Ma la vera meraviglia e’ una gemma di cui fino a quel momento ignoravamo l’esistenza, trascurata persino sulle guide di viaggio: lo Yadan Nature Park. Si tratta dell’immenso bacino di un lago preistorico, evaporato 12000 anni fa, che ha lasciato in eredità’ al mondo un paesaggio di sabbia grigia dal quale spuntano migliaia di pinnacoli di roccia chiara, erosi dall’acqua prima, e dal vento poi. E’ un fondale marino in pieno deserto, un posto di una bellezza struggente ed atavica. E noi, con la stessa reverenza di Neil Armstrong, ci posiamo i piedi: la luna e’ qui, e non ce ne siamo mai accorti.

Purtroppo tanta magnificenza viene rovinata dalla solita bizzarra organizzazione cinese. Non è consentito girovagare liberamente, ma veniamo tutti stipati su un pullman con tanto di guida, che tanto per cambiare parla solo cinese. Le pause sono brevi ed in punti prestabiliti, pochi minuti per scendere, fotografare e ripartire. Siamo allibiti. Ci troviamo in uno dei luoghi più straordinari del pianeta, e non possiamo goderne appieno, perché ogni volta che ci allontaniamo più del previsto, il clacson dell’autobus ci richiama all’ordine. La cosa sconcertante e’ che a tutti gli altri la cosa sembra non disturbare. Fede prova anche a litigare con l’autista e la guida, ma a gesti e’ pressoché impossibile capirsi e con rammarico rinuncia.

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Amaramente constatiamo ancora una volta come in un paese in cui la libertà individuale e’ stata soffocata per tanti anni, il pensiero indipendente sia ridotto all’osso. Non possiamo evitare di soffermarci a riflettere sulle due anime contrapposte di questa sconfinata nazione. Da una parte la Cina tradizionale, dove drappelli di persone giocano a Mahjong e a biliardo ai bordi delle strade, gli anziani portano a spasso i nipotini tra gli hutong, in compagnia di cagnetti dal muso asiatico o di grilli canterini, e donne dalle facce antiche vendono di tutto nei mercati rionali all’aperto. E soprattutto dove le persone deviano dal proprio percorso per darti una mano e fanno l’elemosina a cantanti deformi sugli autobus, senza voltarsi dall’altra parte come spesso si vede fare sui treni nostrani. Dall’altra la Cina moderna, quella omologata e massificata nel consumismo più becero ed imbecille, che porta a scimmiottare il Giappone e l’Occidente in una disastrosa perdita di identità collettiva. Un po’ di soldi ed una macchina dell’intrattenimento ben oliata addomesticano ogni popolo, il governo cinese lo sa bene e ne trae vantaggio. Ancora una volta, panem et circenses. Non è roba nuova.
Chi vuole conoscere la Cina, non può evitare di barcamenarsi continuamente tra queste due facce della stessa medaglia.

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Nel Deserto del Gobi

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Giorno 21.

Dunhuang e’ un’oasi in pieno deserto dove il cotone e’ coltivato in batuffoli di zucchero. Qui si incrociava la Via della Seta, l’ antica rotta dal fascino esotico che da bambina immaginavo percorsa da turbanti e flauti magici. Quando ancora credevo che la seta crescesse sugli alberi. Oggi è’ una nota stazione sciistica dove migliaia di turisti cinesi risalgono le dune con skilift di cammelli e le discendono col bob. Non c’è’ nemmeno il sandsurfing… nessuno pare saper di cosa si tratta.

Ci sistemiamo in ostello dove una pecora sgozzata ci attende all’ingresso. Sembra di stare in campeggio, con i bungalow di lamiera in mezzo agli alberi ed il fuoco centrale. Adesso abbiamo degli amici cinesi, conosciuti sul treno, con cui dividiamo la stessa gelida stanzetta: Ivone, lavora in radio ed ha un fidanzato inglese che la tempesta di telefonate, il gelosissimo William, Iris, avere trent’anni e dimostrarne venti, parla meno ma e’ minuta e gentile, e Water Water King, questa la traduzione del suo nome in inglese, ha fatto per cinque anni il soldato ed ora si è’ preso una pausa, con lui comunichiamo soprattutto a gesti. Sono simpatici e socievoli, e si prendono cura di noi che come al solito non capiamo una mazza.

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Il gruppo presto si arricchisce dei nuovi personaggi che popolano l’ostello: Sahala, Zoe, Momoko, Sam, Danny, Giuliin… I giovani cinesi sono davvero intraprendenti, viaggiano da soli anche per diversi mesi attraverso il loro paese e le amicizie si legano lungo il percorso, in una stimolante, e promiscua, altalena di compagnie che cambiano di luogo in luogo. Condivideremo insieme l’idea di un ricco barbecue notturno, naufragato in una pessima organizzazione, in cui si praticherà una dieta prevalentemente liquida a base di birra cinese e costosissimo vino al metanolo, cibo freddo piccante e una coscia di pecora molto, ma molto, al sangue… e dove io mi sfamerò a patate dolci.

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Un deserto basso e freddo circonda Dunhuang, dove i cespugli rotolano nella landa pietrosa. La città si appoggia ad ovest ad una corona di montagne di sabbia dorata che da questo punto si estende per oltre quaranta chilometri, in una suggestiva sequenza di morbide dune immacolate che sfiorano i mille metri. Il clima e’ secco, il sole caldo e l’aria fresca di giorno diventa gelida la notte. Un vento di sabbia irrita gli occhi, attraversa i vestiti, si infila nelle camere, ma soprattuto pietrifica i capelli…

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L’escursione nel deserto condotta dai nostri nuovi amici, si trasforma in un interessante studio sociologico del turista cinese. Inguaribile romantico desidera rotolarsi nella sabbia con la fidanzata, che però timidamente teme le ripide discese e preferisce non sporcarsi. Il nostro ostello e’ proprio accanto al sito principale dove le dune custodiscono un laghetto verde e melmoso, che imperversa nelle foto ricordo della città. Tutti vogliono salire nello stesso punto panoramico e tutti aspettano il tramonto per farlo. Carovane avide intercettano i turisti che arrancano nella sabbia, in una scia di merda di cammello. Tutti indossano foulard e mascherine contro i temibili raggi del torrido sole, e sopra le scarpe calzari di stoffa arancione fosforescente, per proteggersi dalla sabbia rovente e rendersi visibili a chilometri di distanza. Nel traffico del deserto, semaforo rosso cammelli fermi, semaforo verde cammelli avanti. Tutti in fila ovviamente, legati tra loro. Non esiste libertà di movimento. E per vedere il tramonto sul lago si paga il biglietto, 120 Yuan, perché il deserto in questo punto l’hanno cintato e trasformato in grottesco bazar dei divertimenti.

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All’ombra di un edificio che ci nasconde dalla vista del guardiano, scavalchiamo il muro di cinta, senza pagare. Raggiungiamo la cima a piedi, faticando, nella luce limpida del sole al tramonto. Saltiamo dalle dune intinte nel melone, scalzi e con i capelli al vento. La brezza ci sfiora mentre rotoliamo nella sabbia tiepida, senza paura della polvere. E dalla cima più alta ci tuffiamo giù in una corsa a perdifiato che sembra di volare. Sotto gli occhi esterrefatti di chi ci sta intorno.

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