Pandora

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Giorno 9.

Lo Zhangjiajie National Forest Park si e’ rivelato essere un posto suggestivo e magico. Fonte di ispirazione per il paesaggio del film Avatar, le celebri colline fluttuanti sono la copia pressoché identica dei picchi che puntellano il fantastico paesaggio sub-tropicale in cui ci troviamo immersi. Con la differenza che qui non galleggiano nell’aria, essendo più prosaicamente ancorate al suolo, ma il dettaglio diventa irrilevante laddove le nuvole di vapore sommergono il fondovalle e rendono reale l’illusione…

Tuttavia la bellezza ha il suo prezzo: per godere della vista migliore, bisogna salire, e dopodiché anche scendere, le ripide scalinate che incastonate nella roccia conducono alla cima dell’antico altopiano. Dalle terrazze panoramiche disseminate nei diversi angoli del parco lo spettacolo dei picchi erosi dal fiume e dai secoli toglie il fiato in tutti i sensi, perché si tratta di affrontare letteralmente migliaia di gradini che distruggono i nostri polpacci poco allenati (a dire il vero soprattutto quelli di Giulia, che infatti il pomeriggio seguente, complice la pioggia, languirà per ore nel letto dell’ostello in uno stato semi-comatoso….).

Per rimediare ai crampi, ci concediamo la sera un piacevole massaggio-pedicure in un centro specializzato, dall’apparenza poco professionale, visto che le ragazze persino durante il trattamento non smettono neanche per un secondo di seguire in TV una melensa soap opera locale. Ma i due massaggiatori si rivelano alla fine ottimi interpreti della propria arte: dopo un’ora di dolorose manipolazioni ai piedi e munzioni del polpaccio, siamo praticamente rimessi a nuovo!

Nota negativa, che ha disturbato un poco la nostra esperienza sul pianeta Pandora, e’ stato il tempo: nuvoloso i primi due giorni, piovoso il terzo, durante il quale un vero e proprio diluvio ci ha ridotto ad una visita brevissima, non senza averci prima costretto a comprare dei ridicoli pantaloni di plastica, indispensabili oltre ai k-way per ripararci dalle secchiate d’acqua che venivano giù senza sosta. Come noi altri mille, tutti con le stesse braghe di plastica colorata, ma solo alcuni temerari lasciavano intravedere sotto un boxer fantasia, i pochi che prima di indossarle avevano impunemente osato spogliarsi dei propri pantaloni.

Una seconda nota negativa, dal nostro punto di vista di “viaggiatori eletti che vorrebbero godere di tutte le bellezze dell’universo in perfetta solitudine”, e’ stata la massiccia presenza di turisti cinesi. Questi ultimi hanno tutto il diritto di godersi il proprio paese, ci mancherebbe, ma purtroppo si muovono in gruppi enormi, rumorosi, con atteggiamento fanciullesco, saltano, corrono, sputano, ruttano, portano trolley in spalla anziché farli scorrere sul marciapiede, si vestono in modo allucinante, fanno foto a qualsiasi cosa anche la più imbecille e, soprattutto, non sono centinaia ne’ migliaia, sono milioni!!!!!! Uno dei risultati dell’apertura verso l’esterno e dello sviluppo capitalistico della nuova Cina e’ appunto questo: le masse rivoluzionare profetizzate dal Grande Timoniere (sempre Mao, per gli scarsamente scolarizzati….), si sono trasformate in una mandria di turisti ruminanti da cartone animato.

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Un’altra cosa che ci ha colpito, non solo nel parco ma ovunque finora, e’ stata la pressoché totale ignoranza della lingua inglese da parte del 99,9 per cento delle persone. Non molto strano, direte voi, se si guarda al nostro paese, dove trovare qualcuno che parli inglese e’ cosa piuttosto rara, pero’ e’ la prima volta che ci capita negli anni di viaggi in Asia una situazione di questo tipo. Farsi capire e’ un’impresa titanica, per mangiare dobbiamo spesso indicare qualcosa presente nel piatto di qualcun altro, e ottenere un’informazione qualsiasi richiede un grandissimo sforzo ed una mimica da film muto. Tutte le scritte, che ad Hong Kong erano, nella maggior parte dei casi, tradotte in inglese, sono ora una sequenza incomprensibile di ideogrammi. Per fortuna troviamo un ristorantino gestito da alcune signore molto anziane e molto piccole, appartenenti certamente a qualche minoranza etnica, che con pazienza e per pochi Yuan provvede a sfamarci a colpi di tagliolini, ravioli al vapore e zuppe di wonton. Trattasi ovviamente del classico “hole in the wall”, altrimenti detto buco nel muro.

Nel complesso dobbiamo ammettere pero’ che questi cinesi in fondo ci piacciono: sono dei chiacchieroni e, anche se non capiamo cosa dicono, e’ divertente sentirli parlare tra loro senza sosta ed improvvisarne i discorsi come se fossimo i loro doppiatori. Poi mangiano in continuazione, in modo quasi contagioso per la famelica Pucci: eppure sono tutti magrissimi! Infine bisogna ammettere che sono ben disposti verso gli stranieri, cosa che ci ha un po’ sorpreso perché alcuni, altri viaggiatori incontrati in passato, li avevano descritti come piuttosto razzisti verso tutto ciò che e’ “barbaro”, laowai, ovvero non cinese. Ma noi Avidani, si sa, siamo più simpatici…. e soprattutto adottiamo sempre la regola principale che anni di viaggio ci hanno insegnato… dove non arrivano le parole, sfoggia sempre il tuo miglior sorriso…

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