Verso l’altopiano

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Giorno 27

Sveglia presto. Su strade impervie attraverseremo le montagne, lasceremo la regioni desertiche del nord ovest per dirigerci verso l’area tibetana più a sud. Ci spingeremo al confine, nelle regioni del Quinghai e del Sichuan occidentale che, pur non appartenendo amministrativamente al Tibet propriamente detto, ne fanno parte sia storicamente che geograficamente. Soprattutto, in questa zona l’invasione culturale cinese pare aver svilito un po’ meno le tradizioni di un popolo che rischia di essere spazzato via, e non da legioni di carrarmatini gialli, ma da un’immigrazione incentivata e senza scrupoli. Comunque, sulla questione tibetana ci torneremo in seguito…

Raggiungiamo la stazione sud di Zhangye tra i cortei della settimana di festa nazionale che da oggi in avanti ostacolerà tutti i nostri spostamenti. Siamo stranamente in anticipo e aspettiamo il nostro autobus con altri vacanzieri su una panchina di ferro gelido. Mi scappa già pipì e Fede già mi sbraita… Vado ad azzerare.

Anche qui i bambini lustrano i pavimenti delle stazioni giocando al corso di nuoto su piastrelle polverose. La differenza e’ che nessuno li rimprovera. Impuniti, si dilettano con impeto nel loro passatempo, sotto lo sguardo annoiato delle madri che probabilmente non sentono la schiavitù del bucato.

A dieci chilometri dalla città incontriamo il primo incidente stradale. C’è scappato il morto.. Lo vediamo steso sull’asfalto coperto da un lenzuolino rosso ricamato. Spuntano solo i piedi, senza le scarpe. Confidiamo nel nostro autista, speriamo che sia un uomo saggio e impressionabile.

In lontananza le montagne sono di cioccolato fondente a scaglie, non so perché ma penso a Giorgia… Una spolverata di neve fresca, come zucchero a velo, ci ricorda che l’inverno e’ alle porte. Le pendici sono nude e spoglie, prive di vegetazione. Solo una crosta d’erba bruciata nella senape osa crescere a queste altezze. Mandrie di yak pascolano sparse nel sole del mattino insieme alle buone pecorelle degli spiedini di ieri sera. Trenta stuzzicadenti di puro gusto, imbottiti in delicati bocconcini, speziati e cotti sulla brace.

Sull’autobus un bimbetta sorride a sua nonna sotto un caschetto di capelli neri. Si chupa avidamente un lecca lecca arancione mentre guarda felice quello verde, ancora intatto, che stringe nell’altra mano. Si sente potente, perché sa che potrà concedersi il bis quando il primo sarà finito.

Al primo passo un cartello ci informa che abbiamo già sfondato il tetto dei 3500 metri sul livello del mare. Una moschea saluta il monastero. In mezzo il villaggio, prefabbricato in case di lamiera dai tetti melograno, presidia un enorme casello autostradale, decisamente fuori luogo, nel nulla che lo circonda. E poi la strada e’ poco più che una mulattiera.

Out of the blue, il nostro autista decide di incidentarsi contro il SUV che ci è davanti. Per fortuna non è un frontale, ma un piccolo tamponamento che ci costerà un fanale e due ore di ritardo. Scatta la rissa. Tutti gli uomini scendono veloci dall’autobus per incolpare il conducente dell’altro veicolo, colti da agguerrito senso di appartenenza. Fede compreso. Anzi, il nostro autista cerca la sua approvazione sulla dinamica dell’incidente, perché un parere straniero fa sempre figo, e gli spiega con dovizia di particolari la situazione. Lui annuisce, conferma, lo conforta in italiano. In fondo siamo tutti della stessa specie animale, su questa terra un po’ ci si capisce, anche in italo-mandarino…. Le donne da sopra assistono pazienti che il testosterone si spenga. Io dietro un cespuglio faccio l’ennesima pipi’.

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