Tibetemo e autobus fantasma

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Giorno 34.

Arrivare a Tawo e’ stato un gioco da ragazzi e siamo già a metà del percorso. Ci sentiamo intrepidi, valorosi. Odiamo il backtracking, quindi per arrivare a Yushu, abbiamo deciso di non tornare indietro fino a Xining, ma di tentare la sorte proseguendo verso ovest su strade minori, in parte prive di trasporti pubblici, ma dove speriamo di trovare minivan privati o shared taxi. E poi secondo Fede, ottimista per natura, alla peggio quale tibetano oserebbe negare un passaggio al novello Garibaldi travestito da autostoppista?

Superiamo il primo tratto in autobus, fino a Zekou o Zekog. I nostri compagni, uomini e donne dall’abbigliamento stravagante: chuba tibetani, cappelli da cowboy, fazzoletti colorati sulla testa. Inizialmente percorriamo una valle stretta, seguendo il corso di un torrente, la via e’ sterrata e tortuosa. Interminabili lavori in corso lasciano presagire la costruzione di una nuova strada, ma ad occhio ci vorranno anni o forse pochi giorni, considerando la rapidità con cui qui tutto cambia… Poi d’improvviso la terra diventa asfalto e ci si impenniamo verso un passo che supera abbondantemente i 4000 metri. Siamo sul tetto: davanti a noi si aprono le vaste praterie di alta quota, intervallate da catene montuose con le cime imbiancate. Il Tibet, nudo e crudo. Ma non possiamo fermarci qui, e’ solo mezzogiorno e Zekou e’ troppo alto per noi, abbiamo ancora bisogno di acclimatarci. A quest’altezza, l’aria e’ così leggera e sottile che i polmoni quasi non riescono a trattenerla. Fa freddo e respiriamo a fatica.

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Noleggiamo un taxi per il secondo tratto di strada, perché qui finiscono gli autobus e di mezzi privati per tentare l’autostop neanche a parlarne: la strada e’ una desolata striscia bianca che si perde all’orizzonte. Siamo solo noi ed un autista gentile e prudente che caparbiamente persevera ad illustrarci tutto ciò che vediamo, in tibetano stretto. Continuiamo a sorridere ed annuire per non deluderlo. Attraversiamo le praterie sotto un cielo che porta neve. Intorno a noi, spazi immensi brulicanti di animali leggendari, gli yak, controllati dagli altrettanto mitologici mastini tibetani, fedeli guardiani da sempre al servizio dei pastori nomadi dell’Amdo, i Golok. In alcuni tratti il deserto aggredisce le montagne più basse, divorandole. Il paesaggio e’ di una bellezza drammatica, quasi brutale.

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Arriviamo all’intersezione nel primo pomeriggio e li finiamo nelle grinfie del temibile Tibet-emo, nuova specie di nostra scoperta, nata dall’incrocio tra una tibetana e Mirko a carnevale travestito da emo. Ridiamo come pazzi e, seppur diffidenti per il look borchiato ed il taglio di capelli a dir poco sparato del nostro nuovo autista, accettiamo la corsa. E poi chi è Fede per giudicare le apparenze? Dividiamo il possente mezzo, una tamarrata sportiva con due reattori nucleari sul posteriore, ribattezzata dal proprietario fireball, palla di fuoco, con due uomini di mezza età. Un’immondo pop tibetano ci strazia le orecchie. Sarà la musica oppure il tettuccio foderato di pile in fantasia optical, sta di fatto che l’uomo seduto nel mezzo inizia a sentirsi male, accasciandosi senza dignità tra il sedile posteriore e quelli anteriori. Ma l’autista imperterrito ignora i lamenti e continua a portarci sull’ottovolante. Temiamo il vomito e la zuppa di noodels aromatizzata al caprone che si ripropone sui vestiti, ma miracolosamente lo stomaco del malcapitato regge. E dire che il ragazzetto guida niente male, perché nonostante vada ai duecento all’ora su una strada di montagna tutta curve, arriviamo sani e salvi a destinazione. Dimostrazione pratica che toccarsi le balle per due ore, serve…

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Arriviamo a Tawo nel tardo pomeriggio, ci sistemiamo in un posticino gelido con un cesso spaventosamente intasato, proprio davanti alla stazione dei bus. Soddisfatti del tratto di strada percorso in un solo giorno, andiamo a dormire con l’intenzione di fermarci l’indomani per acclimatarci e riposare. Abbiamo dei vicini di camera con la nostra stessa meta: parigina lei, di San Francisco lui, si sono incontrati in Mongolia, dove lui ha pagato il prezzo dell’amore con l’appendicite. Operato d’urgenza nella steppa… Deve aver avuto grinta da vendere oppure una peritonite fulminate. Siccome sono stati derubati vanno a far denuncia e noi li aspettiamo inutilmente per la cena. Torneranno nel cuore della notte scortati dalla polizia che anziché interessarsi al furto, si preoccupa di cacciaci dall’albergo di nuovo sprovvisto della stupida autorizzazione. In realtà non mi dispiace affatto visto che stavo dormendo con cuffia e guanti sotto una coperta di montone ancora vivo.

L’indomani si apre il sipario sulla nuova tragicommedia. I nostri amici sono partiti all’alba per Yushu. Noi riposiamo e ci presentiamo con comodo alla stazione degli autobus per prenotare i posti per il giorno seguente, ma inutilmente. Snoccioliamo la filastrocca imparata in cinese: “Yushu, mingtian? Yushu, domani?”. Sappiamo che il bus esiste, l’hanno preso i nostri amici. La signorina alla biglietteria alza appena lo sguardo. “Meyo! No!” e riprende a giocare con il telefonino. Secca e concisa, non fa trapelare nessuna informazione superflua.. Simpatica come qualcosa che ti entra improvvisamente nel didietro e non capisci cos’è… Proviamo ad avere maggiori informazioni da chi ci sta intorno, due o tre autisti a cui ripetiamo la stessa domanda. Strabuzzano gli occhi, imbarazzo, panico, come se gli avessimo chiesto la traduzione istantanea del Talmud dall’ebraico. Suvvia ragazzi, in una stazione dei bus, con la frase “Yushu domani” cosa vorremmo mai sapere? Se vostra zia di Yushu sta bene? Che tempo fa a Yushu? Oppure semplicemente informazioni sull’autobus per una città vicina di nome Yushu? La risposta, confusa, dopo vari tentativi e’ sempre la stessa: “Domani no, dopodomani!”. La scena si ripete per tre giorni, identica. Vedo la pazienza svanire in Fede, il suo volto e’ furente, volano insulti, temo che afferrerà la ragazza tra le sbarre della biglietteria e le farà ingoiare quel telefonino. Si farà arrestare. Il quarto giorno decidiamo di rientrare a Xining e cercare la nostra strada altrove. Non sappiamo se il bus per Yushu sia finalmente partito o meno.
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  1. fantastico ragazzi, le vostre avventure mi appassionano sempre più. L’unica cosa che vi chiedo è che prima di pubblicare foto come quella di Mirko-emo mettete un avviso: magari qualcuno è debole di stomaco…..

      • Ho riso un casino pensando ad un improbabile Mirko-emo-tibetano alla guida di un altrettanto improbabile mezzo sfrecciante per i tornanti scansando capre e vecchiette…me lo immagino un po’ girato a parlare con voi di calcio emo-tibetano intortandovi come solo i veri sosia di Mirko sanno fare.Il vero Mirko-emo ce l’abbiamo noi!! Un abbraccio grande!!!

      • Gli somigliava davvero, nella sua versione emo, peccato non aver fatto una foto.. In realtà non parlava molto visto che non avevamo una lingua in comune, ma ci ha assordati parecchio con il pop tibetano sparato a mille.. E anche nei tremendi gusti musicali ricordava Mirko..

  2. Renata 10 ottobre 2012
    Giulia ,ti prego porta via Fede prima che lo arrestino non posso recuperarlo ho la pressione alta non reggo i 4000 metri!!

    • Non ti preoccupare Renatina che ci ha pensato l’altitudine ad abbatterlo.. Ora siamo scesi un po’ perché era in fissa che gli venisse un edema cerebrale!! Ovviamente aveva solo un po’ di mal di testa, ma mi sembra che le nostre parti si siano invertite.. Di solito sono io che mi sento sempre malata!!!

  3. stai calmo fede, non ti dimenticare che hai una certa eta’, non vorrai mica finire come quello che si e’ fatto operare di corsa in mezzo alla selva cinese??;)

  4. Ciao da zia Paola. Dove siete in questo 14 ottobre 2012? Vi leggo, vi seguo, siete nel mio cuore. Si avvicina la data della mia partenza per il Laos il 3 novembre prossimo. Poi sarò in Cambogia. Ci resterò due settimane. Piccolo spazio temporale rispetto al vostro viaggio, ma senz’altro importante per andare verso quei popoli che amo molto. Come farò a difendermi dagli assalti dei bambini non lo so, e soprattutto dovrò portare via quasi a peso lo zio Mauro (mio consorte da 25 anni), cosa oltremodo difficile considerati i suoi due metri di altezza e i 93 kg di peso. Già, perchè il suo unico modo di difendersi dagli attacchi di questi minuscoli asiatici non è solo dispensare caramelle, matite colorate, fermagli per capelli alle bambine, di cui ho provveduto a riempire gli zaini: mi distribuisce anche le banconote da 1 dollaro come se fossero caramelle, e compera in cambio un sacco di inutili cianfrusaglie che non riusciamo a portare a casa (salvo abbandonare i nostri vestiti sul luogo). Ma tant’è! Meglio il sorriso di un bambino che tutto il resto. siete ancora in Tibet?

    • Ciao zia Paola.. Adesso siamo a Chengdu, siamo scesi dal freddo delle montagne, ma solo per qualche giorno.. Nevicava tutte le sere e non avevamo nemmeno il riscaldamento in camera!! In bocca al lupo per il tuo viaggio, goditelo.. il Laos e’ bellissimo ed Angkor Wat e’ un posto davvero magico!! Cerca di tenere a freno lo zio Mauro.. Un bacio

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