La casa nella prateria

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Giorno 37.

Quando pensavo al Tibet, nel tepore della mia casa, le prime cose che mi venivano in mente erano montagne luccicanti di neve e monasteri colorati da bandierine al vento. E dentro file di abiti arancioni che pregavano, vivevano, studiavano e lottavano all’ombra di Buddha dorati, pieni di compassione. Era il monaco fuggito in India che mia mamma aveva adottato a distanza quando ero ragazzina. Immagini suggestive, ma incomplete, che nascevano dai reportage sui monaci che si davano fuoco per protesta, dall’incontro con il Dalai Lama a Torino, dalla bandiera Free Tibet che per anni e’ stata appesa al nostro balcone di Via Balbo.. Non avevo un’idea chiara dei tibetani come popolo, o forse non ci avevo mai davvero pensato.

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Abbiamo attraversato l’altopiano vertiginoso dove le pecore brucano come margherite nell’erba bassa e le mandrie di yak si dondolano sotto le folte pellicce arruffate. Abbiamo contato in lontananza le bianche tende dei pastori nomadi come scafi spumeggianti in un mare di verde. Abbiamo sostato in cittadine di frontiera battute dal vento, con strade di polvere. Abbiamo visto le donne dei villaggi salire sugli autobus per venderti yogurt di yak fatto in casa. Abbiamo percorso a piedi la kora intorno ai monasteri e visto i pellegrini inginocchiarsi ad ogni passo con le vesti logore e le mani piagate. Abbiamo assistito alla festa di una famiglia nomade nel giorno della macellazione dello yak, accanto alla loro tenda in mezzo alla prateria, i genitori scuoiavano ed i figli lavavano gli intestini nel ruscello. Abbiamo sorriso ai vecchi che ci scrutavano sotto i cappelli larghi con i loro occhi opachi. Abbiamo riso con i bambini sporchi di giochi e di fango. Abbiamo visitato le loro case e mangiato tsampa fino a star male… Abbiamo parlato con chi poteva raccontarci la sua storia…

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L’incontro con questa gente mi ha incuriosito al principio, entusiasmato, poi turbato, mi ha fatto infuriare e mi ha lasciato infine il gusto amaro dell’impotenza. I tibetani sono gente stupenda, allegra ed ospitale, ma non si può fare a meno di provare tristezza e rabbia per questo popolo destinato all’estinzione, che viene lentamente ed inesorabilmente colonizzato, ridotto ad una minoranza etnica da sfruttare solo per il turismo, emarginato da qualunque carica, tagliato fuori dalla corsa al progresso che lo circonda sulla sua stessa terra. In posizione di inferiorità e’ costretto ad asservire come manovalanza a basso costo, senza speranza di riscatto, senza via di fuga. Perché i cinesi ai tibetani hanno tolto pure il passaporto. Quella che in Occidente e’ percepita soprattutto come una questione religiosa, tra monaci, che vogliono mantenere vivi i propri riti, e governo, che vorrebbe invece arrivare a controllare persino la nomina del prossimo Dalai Lama per stroncare del tutto le richieste autonomistiche del governo in esilio di Dharamsala, ripercuote in realtà suoi effetti più distruttivi non solo sui monaci, ma sul popolo tibetano nel suo complesso. Uno schifo, anche perché la partita e’ già persa in partenza, troppo forte la Cina, troppo stretti i suoi legami economici con Europa e Stati Uniti.

Dall’aspetto curioso, girano imbozzolati nei loro chuba tradizionali che li impermeabilizzano dal freddo. A volte li vedi, stesi a terra, dormire in mezzo ai pascoli, tutti avvolti nei loro abiti come dentro sacchiapelo termici. Trattasi di cappottoni scuri, lunghi fino al ginocchio o a terra, foderati con pelliccia di pecora, da indossare sopra i normali indumenti (camicie, canottiere e giacche, sportive od eleganti che siano) e da portare rigorosamente con maniche lunghissime e diseguali: una legata in vita e l’altra che segue a penzoloni, conferendo, soprattutto ai giovani, una certa aria strafottente. Strette cinture a vita bassa consentono di riempire come otri i lati di questo indumento, dalla spesa agli utensili da lavoro, facendoli assomigliare a buffi marsupiali ciondolanti. Anche le cinture sono intriganti e ricamate, soprattutto per le donne, con motivi floreali in pietre dure, bianche e rosse (forse intagliante nel fantomatico corallo tibetano?), altre costituite da semplici pashmine colorate, rosso e fucsia i colori più alla moda tra gli uomini, che le addobbano con piccoli pugnali (ci auguriamo più per vezzo che per necessità).

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Hanno visi più allungati e cotti dal sole. Sotto i tradizionali cappelli a tesa larga spuntano lunghe chiome incolte, in voga soprattutto tra gli uomini, mentre le donne si acconciano i capelli in lunghe trecce nere, cucite insieme al fondo. Per le anziane che non dispongono più di chiome fluenti, il segreto sta nell’aggiungere all’intreccio fili di cotone dello stesso colore dei capelli ed il risultato e’ garantito, almeno fino ad una certa distanza. Il vezzo più in voga sembra essere quello di impiantarsi vistosi dentoni d’oro, o forse e’ solo un modo alternativo di investire i propri risparmi. I bambini hanno le guance più tonde e rosse che si siano mai viste su questa terra, sembrano infuocate dai pizzicotti ed hanno un aspetto tanto rubicondo da far invidia ad Heidi ed alle sue caprette. Tutti si spostano prevalentemente in moto, da questo punto di vista il progresso ha raggiunto anche loro e la motocicletta ha sostituito i più tradizionali cavalli, usati ormai solo dai nomadi delle praterie.

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Sull’altopiano c’è una casetta di mattoni bruni, con un muretto, un cortile di terra ed un cancello sgangherato. Non ci sono servizi igienici, ma c’è una stufa grande che scalda due stanzette, quattro letti ed un caos terribile che regna sovrano. È la casa di Drojey, ci vive con una bella moglie rotonda dai denti d’oro e le due figlie chiacchierine dai lunghi capelli corvini. Ci offre una tazza di tsampa: latte, burro, formaggio secco grattugiato e farina d’orzo. Il tutto da rimescolare con un dito nella tazza, fino ad impastarlo in una specie di pure’ da sbocconcellare poco a poco con le mani. Siamo incapaci ed ovviamente la metà del contenuto finisce sul pavimento tra le risatine delle ragazze. Drojey, sorride e con calma ci racconta la sua storia… Da bambino e’ fuggito dal Tibet, ha raggiunto l’India a piedi. Ha impiegato un mese per attraversare di nascosto l’Himalaya e come lui migliaia di persone, lo stesso Dalai Lama molti anni prima ha affrontato lo stesso lungo viaggio. In India ha scoperto cosa vuol dire essere liberi, ha studiato per diversi anni. Oggi e’ un uomo colto, educato, parla un inglese ottimo. Ma poi è dovuto tornare per ricongiungersi alla sua famiglia. Oggi fa il tassista, vive decorosamente con la moglie e le figlie ed insegna ai bambini del vicinato un po’ d’inglese quando la scuola e’ chiusa, nei lunghi mesi invernali. Ha investito tutto quello che ha nell’acquisto di un campo di sogni, dove in primavera crescono funghi medicinali di grande valore, e mi auguro davvero che il suo primo raccolto non lo deluda… Ma Drojey non può lasciare il paese, non può svolgere un lavoro più consono al suo livello culturale, deve mandare le sue figlie alla scuola per tibetani, con suo sommo dispiacere non può praticare il suo inglese, perché non può parlare per strada con i pochi occidentali che raggiungono il suo remoto villaggio, pena essere interrogato dalla polizia, non può tradurre le nostre richieste insistenti alla bigliettaia stronza, perché lui è solo un tibetano e non può usare un tono aggressivo nei confronti di una cinese, a rischio di essere segnalato. Ci mostra l’aeroporto in costruzione vicino a casa sua. Al momento la cittadina e’ un enorme cantiere, punteggiato di palazzoni deserti, ma presto si popoleranno di cinesi, una colonia da shangai e’ in arrivo, incentivata al trasferimento da stipendi sopra la media e da cariche allettanti. Lui non sembra preoccupato, guarda al lato positivo, magari arriveranno più turisti ed avrà maggiori possibilità di lavoro e di non perdere il suo inglese. Io penso solo a quanto è piccola la sua casetta nella prateria e a come sarà triste vederla soffocare nel cemento.

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  1. L’ho letto tre volte,le vostre parole mi hanno commossa; vi ho sentiti pieni di umanità,di amore verso
    gli altri, di impotenza disperata.Sono fiera di voi.

  2. Siete fantastici nel descrivere la realtà che state vivendo…una dovizia di particolari che davvero, come dice mamma Renata, lascia senza fiato…l’ umanità che traspare dal vostro racconto è grandissima e si comprende come stiate sintonici e vicini alla vita delle persone che incontrate…il gusto della libertà tolta, per me, leggendovi è amaro ed è l’angoscia più grande!

  3. Cara Houston, mi hai fatto condividere una realtà più volte percepita attraverso i testi che parlano di questo popolo, attraverso le parole del Dalai lama e il suo appello silenzioso al mondo per una condizione forse irrisolvibile. Per mancanza di volontà delle politiche e delle economie occidentali e non solo(vedi Cina). A chi può interessare un popolo spirituale, un popolo così vicino a Dio, come le sue montagne? Lì non può arrivare lo sfruttamento della prostituzione come nei paesi del sud est asiatico, neppure la speculazione e lo sfruttamento delle materie prime. E i cinesi non molleranno il controllo del territorio per motivi geo-politici. Abbraccia un bambino anche per me. Zia Paola

  4. meraviglioso!!!!!!!!!! mi fai commuovere Giuli!!! ho voglia di partire e venire ad incazzarmi un po’ insieme a voi…mi viene il sangue alla testa come ad Avidano!!!! love Chiara

  5. Pingback: Cina – Informazioni Pratiche « Animeprave

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