Il Tibet gira in senso orario

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Giorno 39.

Sulla via per Xiahe, l’autobus si ferma in quella che è la classica versione tibetana di un’area di sosta. Quattro casupole di legno da cui trafelate escono le donne che hanno fatto dello yogurt un business, in questo posto dimenticato da dio. A turno salgono sul bus per vendere coppette di yogurt di yak fatto in casa. Una cremosa delizia al naturale ricoperta con quattro cucchiaini di zucchero, alla modica cifra di 50 centesimi di euro. Chi deve andare in bagno non ha che da scendere ed infilarsi dietro un cespuglio, uomini e monaci da una arte, donne dall’altra. Molto più facile per loro che per me, visto che sotto quei lunghi cappotti non sembrano aver nemmeno il problema della biancheria. L’autista lava accuratamente il bus dalla povere, salvo venirne di nuovo inghiottito appena ripartiamo. Per fortuna, oltre che pulito, e’ anche saggio e bagna a lungo i freni.

Il paese e’ un satellite dell’enorme monastero di Labrang, il più grande al di fuori del Tibet. Una città dentro la città, con strade, abitazioni e templi. I monaci che vi abitano sono oltre un migliaio, in un dedalo di case in mattoni crudi affacciate su cortili interni, con verande luminose usate per dipingere o studiare. Sui tetti grovigli di cavi e parabole abusive.

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Finalmente un bel sole e decidiamo di visitare il monastero come gli altri pellegrini, non pagando il biglietto che magicamente apre l’ingresso principale, ma affrontando gli oltre tre chilometri di kora intorno al perimetro dell’immenso formicaio. Speriamo di riuscire ad infilarci dentro, inosservati, da qualche parte lungo il percorso. Secondo il buddismo anche camminare in senso orario intorno ai luoghi sacri, siano essi templi, statue o interi monasteri, e’ una forma di preghiera che genera meriti per la futura reincarnazione, ma la cosa più fantastica per noi e’ osservare gli altri praticanti.

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Nel brulicare di fedeli intorno a noi, tutto ruota all’infinito. Pellegrini devoti che ad ogni passo si prostrano faccia a terra, vecchietti in scarpe da ginnastica che quotidianamente si allenano nella kora-maratona in caccia di meriti, campane di preghiera che scricchiolano sotto le mani dei fedeli. Tutto scorre in un scalpitio veloce di passi, mentre noi, storditi, fatichiamo a stare a tempo.

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Fuori dal tempio principale giacciono decine di stivali in pelo abbandonati. I monaci dalle creste gialle corrono dentro per il pranzo e la preghiera. Le pareti sono ricoperte da tanghka colorati e dal soffitto penzolano strisce di stoffa ricamate con preghiere. Un mormorio cadenzato e ritmico si leva dal centro, spargendosi intorno insieme all’odore dell’incenso e del burro fuso, usato sia per le candele che per sculture colorate. I monaci dondolano sui loro cuscini avvolti in spesse coperte mentre intonano le preghiere al suono di gong e dei lunghi corni tibetani. Ci facciamo piccoli piccoli e ci infiliamo in un angolino. Non si può fotografare ovviamente, ma vogliamo imprimerci questo immagine negli occhi e nelle orecchie. Forse la pace regna davvero nella sacralità di questo luogo.. ma ecco due monachelli briganti, ci adocchiano da lontano e, in un inglese stentato, ci ricordano che senza biglietto il Buddha non si può incontrare.

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