Songpan

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Giorno 41.

Il mercato della carne di Songpan e’ l’inferno del vegetariano.

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La cittadina e’ prevalentemente ricostruita, ad uso e consumo dei turisti. Ricorda una Briancon in versione cinese con possenti mura che la circondano, ma la passeggiata e’ rigorosamente a pagamento. Gli accessi al centro storico sono segnati dalle tradizionali porte cinesi in stile pagoda che troneggiano sui visitatori. Oltre si snodano file di bancarelle e lanternine rosse appese casualmente un po dappertutto, come uno sciame di lucciole che mi mette il buonumore. Mi brillano gli occhi, anche se ormai devo ammettere che l’infantile debole per le lucine cinesi e’ già quasi superato dal nuovo amore per le bandierine di preghiera tibetane. Non posso farci niente, ho una malsana passione per tutto ciò che sventola, lampeggia e luccica. E non ho intenzione di guarire.

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Le stradine del centro pullulano di negozietti che esibiscono cianfrusaglie di ogni tipo, ma e’ lo stile panda a contagiare anche i più insospettabili, costringendo donne di mezz’età e giovanotti che si sentono strafighi a sfoggiare felpe col cappuccio dalle orecchie bianche e nere a penzoloni… tutti uniti nel pezzato.

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Draghi cinesi dalle gambe umane si arrotolano e si srotolano a rimo di tamburo, in una danza millenaria di fracasso e di petardi, sotto gli occhi dei curiosi e dei bambini, a metà tra il divertito ed il preoccupato. È la sagra del kitsch.

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L’escursione al tempietto che domina il panorama della vallata si rivela più impegnativa del previsto. La sera prima ha diluviato ed il sentiero e’ un fiume di fango e fatica che risale la montagna. In realtà neve e grandine ormai ci accompagnano quasi tutte le notti nella nostra stanzetta fredda, senza riscaldamento, dove abbiamo scoperto il piacere sottile dello scaldaletto acceso alla massima potenza, capace di trasformare lenzuola umide in un’illusione di sabbia calda e spiagge tropicali. Un piccolo smottamento interrompe prematuramente la nostra ascesa, quando un pastore nomade, dalla sua modernissima tenda in plastica bianca, ci chiama con un cenno per sederci un po’ con lui a riposare. Ormai quasi tutti i nomadi hanno abbandonato le tradizionali tende nere in pelle di yak, per le più pratiche ed impermeabili tende in stile sagra di paese. I suoi mastini tibetani vorrebbero ucciderci, lo capisco da come ci abbaiano rabbiosamente, ma per fortuna sembrano ben legati. Mentre la conversazione langue un po’ nell’immensa barriera linguistica che ci separa, lui decide di aiutarci ed imbracciato il suo machete, ci fa segno di seguirlo. Passa un solo secondo, ci guardiamo pensando la stessa cosa: possiamo fidarci dell’uomo col machete? Tic tac, tic tac… Lo seguiamo su per questo sperduto sentiero? Sono i momenti in cui d’istinto devi scegliere se dare fiducia a chi ti offre inaspettatamente qualcosa, superando le diffidenze tipiche della cultura occidentale. E sono proprio questi i momenti che possono cambiarti giornata, regalandoti il ricordo di un piccolo incontro irripetibile. Accettiamo, ovviamente, nella speranza che abbia già fatto colazione… In fila indiana dietro il nostro nuovo amico, procediamo a colpi di falcetto. Superiamo l’interruzione aprendoci un varco nella boscaglia. Torniamo sul sentiero pieni di spine nei capelli e melma fino al ginocchio. Il pastore sdentato ci saluta, stringendoci la mano ignaro di tanto pensare, e continuando a fendere cespugli, svolta a destra, per raggiungere un altro pascolo, dove brucano le sue pecore.

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Raggiungiamo il villaggio tibetano nel sole brillante di mezzogiorno, dove presente e passato si mescolano. Poche case di pietra e legno, con il fotovoltaico per l’acqua calda ed i covoni di fieno stesi al sole per le bestie. Una donna zappa via le erbacce da un fosso, cavalli pascolano nei cortili accanto alle merde secche pronte da bruciare. Una famiglia ci invita ad entrare e, seduti sul bordo del lettone, ci vengono offerti te e frittelle calde. È domenica e i bambini ridacchiano sbirciandoci da fuori. Un mondo senza giocattoli, nemmeno la play station. Il papà assorto tra noi e la tv, la mamma spadella sulla stufa scoppiettante al centro dell’unica stanza di legno in cui è ricavata la loro abitazione. Conducono una vita essenziale, eppure sono felici, sembra incredibile. Forse conoscono qualche segreto che non posso capire. Per un attimo mi sembra quasi di coglierlo, ma ecco che mi sfugge di nuovo…

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