Ganzi

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Giorno 50.

Il monastero di Ganzi sorge come un incantesimo sulla collina che domina il panorama della valle e delle vette imbiancate che la incoronano. Avvolto in un dedalo di vie e casupole di legno variopinte che costituiscono ciò che resta dell’originale insediamento tibetano. Ci inerpichiamo sulle ripide scalinate che conducono alla cima sbirciando qua e la gli interni dei cortili e delle abitazioni tradizionali. Fede arranca, vittima la sera prima della spietata cefalea con aurea. Non ci sembra vero, ma siamo i soli turisti qui, non ci sono biglietti di ingresso da pagare e, per ora, quest’angolo di mondo sembra esser stato risparmiato dai brutti casermoni in cemento grigio che stanno spuntando ovunque come funghi.

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Una bellissima donna ci saluta dalla finestra, indicandoci la direzione attraverso il labirinto di viuzze, un cagnetto dall’aspetto poco feroce ci rincorre al sicuro dietro il suo balcone, anziane signore snocciolano le collane di preghiera accucciate sull’uscio di casa, i bambini giocano a figurine sul ciglio della strada e le merde secche al sole sembrano focacce integrali… In cima il panorama e’ illuminante. I monaci hanno appena terminato il pranzo e corrono dappertutto uscendo dal gompa. Ciascuno torna ai propri affanni, alcuni di loro lavorano sodo: una squadra di bonzetti in canottiera arancione sta ristrutturando l’interno di una sala di preghiera. Fede, curioso, non riesce a trattenersi e si infila per sbirciare. Io lo seguo a ruota.
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In città sono arrivati i leoni, li vendono al mercato con criniere rosso fuoco. Sono i mastini tibetani, quelli veri, non mischiati. Di corporatura possente ma flessuosa allo stesso tempo, ricordano più il re della savana che un comune cane da pastore. Datecene uno per le mani, e siamo pronti a sbaragliare una muta di pittbull… altra categoria, portamento imparagonabile.

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Da qui in avanti non riusciremo più ad utilizzare i mezzi pubblici, e non perché non ci siano: le tratte che ci interessano sono servite da un solo autobus al giorno, con partenza rigorosa alle sei del mattino, ma di cui misteriosamente non riusciamo mai a comprare il biglietto. La scena assurda si ripete in modo fastidiosamente monotono. Bigliettaie stronze ci sbattono il finestrino in faccia rispondendoci a stento il solito “meio” e noi, tra l’incredulo ed il rassegnato, affittiamo due posti su minivan privati al doppio del prezzo. Ora vale la pena di chiarire che solo dopo diversi tentativi a vuoto abbiamo capito ciò che nessuna guida riporta e che le bigliettaie ostili non sprecano fiato a spiegarci. Se sei in Cina, almeno in questa parte della Cina, e devi viaggiare in autobus, devi prenotare il biglietto il giorno prima, ma puoi farlo solo se acquisti la tratta completa. Se vuoi scendere a metà tragitto invece, devi presentarti alla partenza ancora prima degli altri viaggiatori già muniti di ticket, aspettare che tutti loro salgano, e se avanza un posto libero occuparlo nella speranza che qualche furbetto non lo prenda prima di te. Questo il meccanismo, in teoria, ma noi non riusciamo mai a spuntarla nella corsa alla conquista del posto e siamo quotidianamente costretti a ripiegare trafelati su minivan scassoni. E qui si apre il sipario su una nuova tragicommedia: la ricerca di qualcuno che vada nella nostra stessa direzione, che non tenti di fregarci sul prezzo, ma che soprattutto non disponga degli ultimi due posti in terza fila dove si rimbalza sul sedile tra cunette e montagne russe. Tutto questo in tibetano, buttandoci in mezzo un po’ di cinese. A ciò va aggiunto che, un giorno e si’ ed un giorno no, ci spariamo dalle 5 alle 8 ore di viaggio: e’ come se a giorni alterni andassimo in autobus fino a Napoli, anche se le distanze sono in realtà molto inferiori, ma le condizioni delle strade sono così estreme che per fare venti chilometri ci vuole almeno un’ora di sobbalzi. Tutto contribuisce al mal di schiena. La notte sogno un massaggio di Lorenzo, ma il miraggio e’ ancora lontano.

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