Profondo Tibet

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Giorni 51- 55.

La prima tappa del nostro triangolo al confine col Tibet ci porta in un paesino da far west di nome Manigango, dove squadriglie di cani randagi razzolano per strada in pattuglia alla ricerca di avanzi, e sono decisamente più numerosi della popolazione locale. L’unica strada ed i mulinelli di polvere alzata dal vento, sarebbero un perfetto set per un film di Sergio Leone. Mancano solo Clint Eastwood e Lee Van Cliff con tratti centro asiatici…

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Passeggiamo fino al lago sacro nelle vicinanze in un paesaggio di rocce rosse, scolpite da preghiere. A 3700 metri sul livello del mare questo specchio d’acqua nasce dalla fusione di un ghiacciaio tanto vicino che puoi pensare di toccarlo. L’acqua e’ di un verde denso, sembra tempera.

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Il minivan corre al ritmo incalzante dell’ormai familiare poppetone tibetano. Il monaco davanti a noi, dal faccione cinese con lunghi baffi, puzza come uno yak e non è il solo… Qualcuno qui sopra ha mangiato male ieri sera e non fa che liberarsi, silenziosamente. Raggiungiamo il passo a 5050 metri in mezzo alla neve fresca della notte. Mi sento mancare il fiato e non so se per l’altitudine o la fifa. La strada e’ una mulattiera di terra e ghiaccio, a precipizio sul dirupo, senza guardrail, e l’autista sportivo supera a manetta tutto ciò che intralcia il suo cammino. Sotto di noi il tunnel in costruzione che eviterà in futuro tutto questo gran salire, ma non oggi.

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La cittadina di Dege e’ la sede di una delle più importanti Lamasserie Tibetane del mondo, uno dei principali centri di cultura buddista con il Potala di Lhasa ed il Monastero di Samye. La maggior parte dei testi sacri vengono impressi qui, e da qui, imballati come reliquie in viaggio, si muovono verso altri importanti centri. Il settanta percento del patrimonio culturale tibetano, prima ancora che buddista, e’ custodito tra queste mura, conservato su migliaia di tavole di legno, incise a mano, che decine di uomini si incaricano di riprodurre, calcandole a mano.

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A Dege non ci sono turisti, non ci sono guesthouse, non ci sono docce. Ci sistemiamo in un piccolo alberghetto in stile tibetano con i soffitti invasi da draghi arancioni che, ruggenti sopra di noi, ci guardano dormire. Dopo due giorni di viaggio decidiamo che è necessario darsi una lavata. La proprietaria della pensione ci indirizza allegramente alle docce pubbliche, dove in realtà c’è poco da ridere. L’igiene scarseggia in questo luogo, non hanno il phon, ma almeno l’acqua e’ calda e ti omaggiato di ciabattine in plastica da doccia con funghi incorporati. Visto che fuori nevica sono costretta a farmi scortare da Fede, a testa bagnata, dal primo parrucchiere matto del villaggio, per farmi dare un’asciugata…ed è il momento, il ragazzetto mi ispira fiducia e gli propongo una bella spuntata, tanto i capelli sono già morti per meta della loro lunghezza: provati dal gioco della tinta con cui in primavera si sono deliziate le ragazze, i poveretti hanno esalato l’ultimo respiro soffocati nella polvere del Sichuan. Lui, gongolante per aver sottomano la sua prima cliente straniera e colto da un moto d’orgoglio tipicamente cinese, si impegna come una bestia. Per quasi un’ora taglia e sorride, mi sembra quasi di sentir fischiare il Barbiere di Siviglia. Mi da una bella tosata, con piega annessa, e per la modica cifra di due euro, cerco di ignorare la spazzola lercia che usa per strigliarmi. Per consolarmi mi compro un bel cappello tibetano.

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La strada per Baiyu percorre una gola stretta, a tratti ombrosa. Sfioriamo i confini del Tibet, segnati da una specie di cancello in stile pagoda, presidiati dall’esercito, per noi off limits. Oltre la strada per Lhasa, così ci indica il vecchio accanto a noi, con un filo di nostalgia nella voce. I lavori in corso ci fermano diverse volte. Fede vorrebbe giocare con i figli dei nostri compagni di viaggio, ma i bambini sono troppo intimoriti dalla suo barbone per socializzare. La cittadina e’ deliziosa. Anche qui il monastero e’ incastonato a mezza costa, affacciato su una valle stretta, ma e’ in completo restauro, quindi impossibile da visitare. Così passiamo la giornata gironzolando tra le vie, fino ad un tempietto panoramico, dove facciamo amicizia con un gruppo di bambini che, entusiasti, ci mostrano tutti i loro giochi, ci cantano canzoni e non ci lasciano più andare via. Cercano di comunicare con noi a gesti, disegnando sul muro con un gesso e attraverso le poche parole di un inglese mal imparato a scuola. Sono stupiti della nostra età, che deve essere più o meno quella dei loro genitori, anche se probabilmente sembriamo più giovani, soprattutto sono increduli e contrariati del fatto che non abbiamo ancora figli… così gli mostro una foto di Lorenzino e l’imbroglio e’ fatto. Si sono tranquillizzati.

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  1. Martedi sera , a cena da papà Bruno e mamma Renata, mentre raccontavamo di questo episodio, come dire? …”del trattamento estetico” scelto da Giulia, si scherzava confrontando i prezzi tra il parrucchiere che ha elaborato il nuovo taglio di capelli e i nostri coiffeurs astigiani…a parità di trattamento, tra i 2 € di lì e i 35 € di qui per un taglio e una piega , beh, una gran bella differenza, non c’è che dire! Tra l’altro – per quel che si può intravedere sotto il delizioso cappello tibetano – il risultato non è per niente male!
    leggendo, mi viene anche da riflettere sulle identità e sulle uguglianze nelle persone, così forti e immediate quando si tratta di bambini; voi descrivete molto chiaramente l’ espressione di questi bimbi asiatici che incontrate sul vostro cammino: il loro comportamento e le loro espressioni mi pare manifestino un “sentire” a noi, a voi ben noto, il concetto di famiglia, il timore (davanti alla barba di Fede), la gioia del gioco e del canto infantile, lo stupore per scoprirvi come i loro genitori ma ancora senza figli….beh, ancora una riprova che davverio siamo tutti una unica razza.. Riflessione scontata? …mmmm, non credo…visti gli episodi di intolleranza che popolano il mondo moderno! Io sono convinta che se si potessero recuperare comportamenti improntati della semplicità e spontaneità di questi bimbi, avremmo più serenità e magior benessere!
    Grazie per averla indotta, questa semplice ma sostanziale riflessione, attraverso il vostro scritto, emozionante come sempre! buen viaje, viajeros!

  2. quando siamo stati in Birmania , soffermandosi a osservare i piccoli che giocavano con poco e ci venivano incontro correndo nella polvere dopo aver vinto l’iniziale timidezza, oppure osservandoli sulle loro canoe quando li abbiamo trovati sul Lago Inle, mentre pagaiavano velocemente per venirci incontro e avere in dono qualcosa, (eravamo quasi alla fine del nostro viaggio e ne avevamo visti tanti) lo zio Mauro mi disse una frase (forse fra le più belle parole che gli ho sentito dire in tanti anni). : “Fra queste creature così semplici ho riscoperto il significato della parola bambino”. La stessa sensazione che mi state dando voi due, in mezzo ai piccoli tibetani tutti colorati che si intravedono dietro gli stipiti delle porte a far “baboia” per capire chi è questa donzella bionda con i capelli trasformati , oserei dire, dalle sapienti mani di un parrucchiere tibetano, che da oggi in poi, sono sicura, farà tendenza. Il taglio mi sembra buono, le ciocche risanate si intravedono sotto le ali del cappello tibetano che, con o senza il mio consiglio dell’altro giorno, hai acquistato. Vezzosa signora, non ti smentisci. Un abbraccio forte. Zia

    • Che tenero lo zio Mauro!!!! Non conoscevo questo suo lato.. I bambini sono meravigliosi qui.. così spontanei, puri.. Il taglio, di capelli, non è male, meglio di quello sulla fronte, anche se adesso non potendomi bagnare la testa sono piuttosto lerci!!! Buon viaggio Paoletta..

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