L’insostenibile impermanenza dell’essere

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Giorno 59.

Litang, Tibet, 4000 metri.
Arriviamo nel posto stabilito alle 8,30 nel sole gelido del mattino. La famiglia ci invita intorno al fuoco per un the caldo. Poco più in alto sul pendio, il cerimoniere, mezzo sciamano e mezzo becchìno, sta preparando il cadavere per il rituale. È stato trasportato fin qui sopra un carretto agricolo, di quelli usati per le pecore o le verdure. Dapprima viene trascinato su per la collina, poi estratto dal sacco bianco ed arancione in cui era infilato, ripiegato su se’ stesso. È completamente nudo. Il vecchio chiama a raccolta i famigliari, e noi con loro, affinché tutti si avvicinino, ed inizia il rito. Sullo sfondo la luna calante che piano piano sbiadisce nel cielo azzurro terso. Non sappiamo nulla di quest’uomo, ma siamo qui per presenziare ad una delle cerimonie più intense a cui si possa assistere sulla faccia della terra, quella dello sky burial, il funerale tibetano a cielo aperto.

Con un coltello da macellaio molto affilato, il cerimoniere pratica incisioni nella carne, fino all’osso, su tutta la superficie della pelle nuda, inclusa la testa. L’odore del sangue richiama subito gli avvoltoi. Se ne avvicinano planando una cinquantina, atterrando a pochi metri dal luogo in cui si sta svolgendo il rito. Sono enormi, con le penne brune ed il collo spelacchiato e sanno esattamente quello che sta per succedere. Attendono pazientemente, intorno al cadavere, che il pasto sia pronto. Quando l’uomo ha finito con le incisioni, ci allontaniamo di qualche metro ed inizia la macabra danza degli avvoltoi. In pochi minuti il corpo viene completamente spolpato, restano solo le ossa e la testa, con qualche brandello di pelle e cartilagine. Siamo ammutoliti. Giulia di fianco a me osserva immobile, in silenzio. Lei e la ragazza canadese venuta con noi sono le uniche donne presenti. Alle famigliari del morto non è permesso assistere, probabilmente perché gli occhi femminili, occhi di madre, faticano a tollerare una simile martirizzazione del corpo umano, al quale loro stesse danno la vita. Quello che colpisce e’ invece la serenità con la quale i presenti assistono a questo evento: sorridono, chiacchierano, alcuni scattano foto, suona persino un telefonino. Per loro la morte e’ solo un passaggio verso un’altra vita, e quel cadavere non e’ che un guscio vuoto da lasciare in dono ad altri esseri viventi, come nutrimento. Si tratta di un rituale che trae le proprie origini in tempi antecedenti la nascita del buddismo tibetano, dalle pratiche sciamaniche dell’altopiano e dall’antichissima religione bon. Compendia la filosofia tibetana del ciclo della rinascita e dell’impermanenza del materiale, con la necessità di trovare un metodo di sepoltura alternativo, in una terra troppo povera di alberi per permettere la cremazione dei cadaveri e spesso troppo dura e gelata per consentirne la tumulazione.

Il corpo scompare e una volta allontanato il nugolo di avvoltoi, resta solo uno scheletro sporco di rosso-sangue. Il cerimoniere a questo punto prende una grossa pietra conca, da usare come mortaio per polverizzare ciò che resta dell’ossatura. Usa un’ascia da boscaiolo: le ossa, sbriciolate insieme al midollo e ad altri resti, vengono mischiate con della farina d’orzo, per formare un ammasso piuttosto omogeneo. La testa per ultima. Non pensavo che le nostre ossa craniche fossero così dure. Sono necessari tre colpi d’ascia per aprire il cranio e mischiare il cervello al resto. Poi e’ di nuovo il turno degli avvoltoi, che pazientemente attendono intorno ai presenti, affilandosi i becchi lucenti sulle pietre.

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Lo sciamano si allontana per andarsi a lavare nel vicino torrente, mentre gli uccelli avidi completano l’opera. Tutti i famigliari si allontanano, mentre noi rimaniamo ancora un po’ a guardare impietriti. Sbigottiti, veniamo invitati dalla famiglia a scattare con loro una foto ricordo, sempre sorridenti. Accettiamo, ma non sappiamo cosa pensare. Ce ne andiamo a piedi con i ragazzi canadesi. Per un po’ non parliamo di quello che abbiamo visto, siamo storditi, sulla via dell’impermanenza, il nostro cammino e’ ancora lungo.

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    • Grazie a te Flora per i tuoi bei commenti…devo dire che sul momento non sapevamo nemmeno noi cosa pensare, ma riflettendoci sopra abbiamo capito che questo rituale e’ parte integrante ed imprescindibile della cultura tibetana, non la si puo’ cercare di capire senza partecipare a questo tipo di funerale. Indubbiamente sottintende una concezione molto diversa dalla nostra per quanto riguarda il corpo umano, la morte e tutto quello che è materiale. Filosoficamente e concettualmente credo siano un gradino sopra, anche se non è mai opportuno fare paragoni tra diverse culture. È stata comunque un’esperienza intensissima, che ha cambiato qualcosa dentro di noi, nel senso che ci ha aiutato a focalizzare meglio il fatto che siamo solo di passaggio e che il corpo in ogni caso diventa pasto per i vermi, mentre in questo caso lo diventa per gli avvoltoi. La differenza e’ che noi di solito non siamo abituati ad assistere al processo. In un certo senso può rendere consapevoli di quanto sia effimero la maggior parte di quello di cui ci circondiamo, compreso il nostro stesso corpo. Non che saremmo pronti ad imitarli, però fa riflettere. Giriamo questa risposta anche a Silvia e a Renata, crediamo possa servire a spiegare che non è stato così traumatico come può sembrare, anche grazie all’estrema serenità dei familiari che vi hanno partecipato, che davvero hanno dimostrato di comprendere il concetto di impermanenza, che in questi giorni ci sta girando continuamente in testa. Un abbraccio a tutte e tre.

  1. Penso che solo chi ha affinato una grande apertura mentale verso altre culture e verso i vari risvolti che ad esse appartengono (nella vita come “l’ esistere” e nella morte come “trapasso”) possa assistere e documentare con tanta lucidità riti duri come questo…davvero traspare chiaramente, dal tuo racconto, l’idea di morte che questo popolo ha…pur con la tutela alle donne , alla loro sensibilità del lato materno e dell’incarnazione nel grembo.
    Davvero affascinante, comunque! Grazie Fede….

    • Grazie a te Flora per i tuoi bei commenti…devo dire che sul momento non sapevamo nemmeno noi cosa pensare, ma riflettendoci sopra abbiamo capito che questo rituale e’ parte integrante ed imprescindibile della cultura tibetana, non la si puo’ cercare di capire senza partecipare a questo tipo di funerale. Indubbiamente sottintende una concezione molto diversa dalla nostra per quanto riguarda il corpo umano, la morte e tutto quello che è materiale. Filosoficamente e concettualmente credo siano un gradino sopra, anche se non è mai opportuno fare paragoni tra diverse culture. È stata comunque un’esperienza intensissima, che ha cambiato qualcosa dentro di noi, nel senso che ci ha aiutato a focalizzare meglio il fatto che siamo solo di passaggio e che il corpo in ogni caso diventa pasto per i vermi, mentre in questo caso lo diventa per gli avvoltoi. La differenza e’ che noi di solito non siamo abituati ad assistere al processo. In un certo senso può rendere consapevoli di quanto sia effimero la maggior parte di quello di cui ci circondiamo, compreso il nostro stesso corpo. Non che saremmo pronti ad imitarli, però fa riflettere. Giriamo questa risposta anche a Silvia e a Renata, crediamo possa servire a spiegare che non è stato così traumatico come può sembrare, anche grazie all’estrema serenità dei familiari che vi hanno partecipato, che davvero hanno dimostrato di comprendere il concetto di impermanenza, che in questi giorni ci sta girando continuamente in testa. Un abbraccio a tutte e tre.

  2. Ragazzi, poche righe ma molto forti. Leggere o assistere ha valenza molto diversa ed io gia’ cosi’ sono impressionata e mi domando come le persone possano sorridere ed assistere alla scarnificazione del corpo di un proprio caro per quanto il corpo sia considerato ormai “guscio vuoto” . La natura umana purtroppo non smette di sorprendermi. Certamente ci sono ragioni di ordine culturale, religioso, pratico, logistico…certamente si sara’ sempre fatto cosi’ ma il fatto che le donne non possano assistere al ‘funerale’ la dice lunga. Vi stringo.

    • Grazie a te Flora per i tuoi bei commenti…devo dire che sul momento non sapevamo nemmeno noi cosa pensare, ma riflettendoci sopra abbiamo capito che questo rituale e’ parte integrante ed imprescindibile della cultura tibetana, non la si puo’ cercare di capire senza partecipare a questo tipo di funerale. Indubbiamente sottintende una concezione molto diversa dalla nostra per quanto riguarda il corpo umano, la morte e tutto quello che è materiale. Filosoficamente e concettualmente credo siano un gradino sopra, anche se non è mai opportuno fare paragoni tra diverse culture. È stata comunque un’esperienza intensissima, che ha cambiato qualcosa dentro di noi, nel senso che ci ha aiutato a focalizzare meglio il fatto che siamo solo di passaggio e che il corpo in ogni caso diventa pasto per i vermi, mentre in questo caso lo diventa per gli avvoltoi. La differenza e’ che noi di solito non siamo abituati ad assistere al processo. In un certo senso può rendere consapevoli di quanto sia effimero la maggior parte di quello di cui ci circondiamo, compreso il nostro stesso corpo. Non che saremmo pronti ad imitarli, però fa riflettere. Giriamo questa risposta anche a Silvia e a Renata, crediamo possa servire a spiegare che non è stato così traumatico come può sembrare, anche grazie all’estrema serenità dei familiari che vi hanno partecipato, che davvero hanno dimostrato di comprendere il concetto di impermanenza, che in questi giorni ci sta girando continuamente in testa. Un abbraccio a tutte e tre.

      • Giulia e Federico! Sono davvero felice di seguire la vostra esperienza da lontano…imparare a conoscere altro è una cosa affascinante e me ne date l’opportunità, quindi come può essere meglio di così? Quanto è utile riflettere sull’ impermanenza e sull’effimero dell’esistenza umana….un abbraccio!

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