Archivio mensile:novembre 2012

Senza fretta…

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Giorno 70.

La donna grassa sul sedile accanto a me si dorme addosso mentre la testa le ciondola da tutte le parti. Non sarebbe nulla se con quel grosso cappello di paglia a tesa larga non continuasse a graffiarmi il braccio. La sua bicicletta occupa già quasi tutto l’abitacolo del moto taxi su cui siamo stipate, e lei traborda sul sedile. Tra un sogno onirico e l’altro scrive un messaggino, attraverso enormi occhiali neri all’ultima moda. La poveretta deve essere uscita stamattina per un’allegra escursione sul lago, con tanto di pranzo al sacco nel cestino della bici, senza farcela a rientrare, forse vittima di un picco glicemico da eccesso di zuccheri e carboidrati. Veniamo intercettati dall’autista sulla via di casa, disidratati. Indossa stranamente un completo grigio lucido, quasi metallizzato, di sicuro troppo elegante per l’occasione. Ci offre la corsa ad un prezzo stracciato, ma Fede si deve appollaiare accanto a lui su una sbarra laterale saldata alla meglio con una chiappa dentro ed una fuori ed i piedi che penzolano sull’asfalto. Io invece mi faccio stritolare tra la bici rosa e la donna panda.

Il lago di Dali e’ un’affascinante pozza super inquinata dove i rifiuti galleggiano liberi, in uno scenario piuttosto suggestivo. Intorno campi a scacchi si susseguono fino alle pendici della catena di montagne brune che si erge ripida ed improvvisa, come un’immane onda anomala che proietta la sua ombra sulla sponda occidentale. Abbandonata la malsana idea di noleggiare una bici, partiamo di mattina presto con il bus, alla volta del mercato di Shaping, sulla punta settentrionale del lago. Un’esplosione di donne tribali con aureola in gommapiuma colorata ci viene incontro. Me ne provo subito una. Tra tuberi e insalata ritroviamo anche un nostro vecchio amico: non si sa per quale ragione, ma qui si vendono mastini tibetani.

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Sulla via del ritorno lasciamo la strada principale, che scorre trafficata a qualche chilometro dalla riva, per costeggiare il lago sulla pista ciclabile che ne segue il perimetro per oltre cento chilometri. Decidiamo di camminare se possibile fino a Dali, attraversando campi, boschetti di eucalipti e villaggi di pescatori. La passeggiata e’ rilassante per gli occhi e per la mente, sotto un sole brillante, appena temperato da una brezza acquosa e umida che dal lago soffia odor di pesce e di alghe. Cantiamo i Ricchi e Poveri e ci sentiamo quasi al mare, ma continuiamo a non magiare pesce.

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Famiglie di pescatori tirano le reti da cui estraggono, a colpi di battipanni, pesciolini bianchi senza squame e senza pinne, vischiosi come trofie scotte senza pesto. Donne braccianti dalle vesti blu sporche di terra, pranzano a spaghetti freddi sotto enormi cappelli di paglia per proteggersi dal sole, siedono accucciate nell’erba in allegri gruppetti chiacchierini. Ma gli uomini dove sono finiti?

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In un villaggio fantasma nella calura del primo pomeriggio, due anziane signore sono rimaste chiuse dentro casa. Le sentiamo chiamare aiuto mentre scuotono la porta dall’interno. Le chiavi penzolano fuori nella toppa. Nella nostra buona azione quotidiana, diamo un giro di chiave e due facce rugose, come anelli d’albero, sbucano fuori sorridendo divertite alla vista dei buon samaritani vestiti da stranieri. Stremati dalla sete e ancora molto lontani dal paese, meditiamo che avremmo forse dovuto chieder loro un po’ d’acqua in cambio della libertà, ma per fortuna in lontananza il moto taxi della donna panda sta rombando nella nostra direzione…

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Tiger Leaping Gorge

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Giorno 68.

Intraprendiamo l’ascesa che ci vedrà impegnati in tre giorni di trekking nella “Gola del salto della tigre”. Il nome deriva dalla leggenda secondo cui una tigre, nel tentativo di sfuggire ad un cacciatore, salto’ il fiume nel punto più stretto del canyon, largo comunque 25 metri. Come quando eravamo alle prese con la scalata della grande muraglia, Fede e’ euforico..una delle gole più profonde del mondo ci attende! Si sente un alpinista provetto, asciutto, invincibile.. Continua a dirmi che devo allenarmi per il trekking dell’Annapurna, perché se non ci arriverò preparata sarà dura affrontare le tre settimane di scalata.. Tremo all’idea, ma mi consola il pensiero che tutto ciò sia ancora abbastanza lontano e magari chissà, per allora davvero sarò allenata.. Intanto, lo zainetto piccolissimo che ho sulle spalle mi pesa e mi fa già sudare.

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Appena lasciamo il villaggio, ci imbattiamo in una vecchia contadina che attende i pochi viandanti all’imbocco del sentiero. Da un cesto di vimini che porta sulla spalle estrae la sua mercanzia e tra mele, noccioline e barrette al cioccolato, con fare circospetto, cerca di rifilarci bustine d’erba e pipe da oppio. Sorpresi dall’inaspettato spacciatore, ci facciamo una risata iniziando a salire. Il sentiero si inerpica lungo il fianco della montagna per procedere poi a mezza costa. Si snoda lungo la gola a picco sul fiume azzurro, attraversando qua e la’ piccoli villaggi dove famiglie locali ospitano i visitatori. A tratti il percorso si rivela più aspro del previsto e spesso battuto da un vento forte e freddo che si incanala tra le rocce e fischia tra gli alberi. Non mi meraviglia che in passato qualche turistone distratto sia volato giù dalla montagna, forse vittima degli stupefacenti dell’intraprendente vecchina che cercava solo di arrotondare, o più facilmente incappato nel maltempo: con la pioggia, il tracciato di per se già sdrucciolevole deve trasformarsi in un torrente scivoloso, ma per fortuna in questi giorni le previsioni danno sole splendido…

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Non incontriamo praticamente nessuno. I cinesiani non salgono fino qui, non amano la fatica, solo qualche intrepido si fa ignobilmente trasportare a dorso di mulo fino al primo rifugio. La maggior parte preferisce scorrazzare sui bus che affollano il fondo del canyon, intasando le piazzole di sosta in prossimità dei punti panoramici più rinomati. Li vediamo laggiù, circa seicento metri sotto di noi, come formiche piccolissime in una nuvola di vapore. Quassù invece tutto e’ silenzio, ad eccezione del gorgogliare della corrente che rimbomba sulle pietre e degli asini che ci ragliano grati per averli risparmiati.

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Il panorama e’ maestoso, di fronte a noi si staglia una catena di roccia grigia, frastagliata in otto picchi imbiancati che dai loro cinquemila metri osservano la gola. Dalla montagna discendono rivoli di latte, la’ dove il nostro sentiero si trasforma in guado. Al tramonto il cielo si riempie di nuvole color vaniglia. Poi scende la notte e la gola ci avvolge nel buio più assoluto. Non ci sono luci, non ci sono città e noi guardiamo le stele pulsare nel cielo sopra il terrazzo del rifugio. Dieci minuti in tutto, poi un vento gelido ci costringe a rincasare.

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Dal calduccio del nostro lettino a castello, ringrazio mentalmente di essere arrivati in tempo a destinazione. Quanto non mi sarei divertita vagando al buio sul ciglio del burrone, senza nemmeno una torcia, l’unica cosa veramente importante che una ex boy-scout non avrebbe dovuto dimenticare…l’alpinista Avidano invece chissà, se ne sarebbe fregato e forse sarebbe pure tornato indietro a cercare le vecchietta…

Lo strano caso del dottor Ho

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Giorno 65.

Annoiati dall’infantile trambusto di Lijiang che ci ha sopraffatto la sera precedente, decidiamo di concederci una rilassante escursione in uno dei villaggi fuori porta. Le informazioni che otteniamo in guesthouse ci fanno scegliere quello di Baisha, immerso nella campagna agricola ad una mezz’oretta di distanza. Il posto e’ molto carino, un piccolo agglomerato di case tradizionali in mattoni grigi e cortili interni, i cui abitanti di etnia Naxi vivono al ritmo delle stagioni: chi falcetta l’orto, chi accatasta le pannochie e chi sistema le zucche, le quali tra l’altro ci ingolosiscono oltremodo: ricordiamo famelici la mia fantastica pasta zucca e salsiccia, purtroppo consapevoli che per un po’ non la potremo gustare… Notiamo che i paesani sono quasi tutti anziani o bambini, la migrazione interna campagna-città deve essere piuttosto forte da queste parti…

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Mentre vagabondiamo pigramente per il paese, ci imbattiamo in un anziano signore vestito da medico che dall’uscio di casa ci chiama in un discreto inglese. Mentre ci avviciniamo curiosi, lui si rizza sulle spalle, si abbottona il camice ingrigito e si passa le mani sulle pieghe. Scopriamo che questo piccolo uomo che ci tiene tanto a presentarsi a noi in tutta la sua professionalità, e’ il famoso dottor Ho, un vero mostro sacro della medicina tradizionale cinese. Ha novant’anni ma ne dimostra venti di meno, e porta baffi troppo lunghi persino per mangiare. Vive con la moglie, anziana quasi quanto lui, in una casa-clinica con orto annesso, attorniato dalle proprie recensioni, che archivia in album dei ricordi suddivisi per lingua e nazionalità. Ci mostra alcuni dei molti articoli che parlano di lui, su riviste di viaggio e di medicina. Orgoglioso ci spiega come la sua ottima salute provenga da una vita sana e priva di vizi: niente alcool e fumo, ne’ eccessi alimentari. Dopo un’infanzia malaticcia, iniziò la sua attività negli anni 40, grazie all’incontro col famoso botanico Joseph Rock, il quale lo introdusse allo studio delle erbe officinali, che crescono in abbondante quantità sulle pendici delle montagne circostanti. Sopravvissuto alla rieducazione durante la rivoluzione culturale, negli anni 60 fu “scoperto” dallo scrittore della beat generation Bruce Chatwin, in viaggio nello Yunnan, che ne rivelò l’esistenza al resto del pianeta. Da allora i suoi metodi di cura naturali hanno attirato l’attenzione degli studiosi di tutto il mondo, in quanto rivelatisi efficaci nella lotta contro diverse malattie, tra cui la leucemia. Per molti anni ha avuto addirittura in atto una collaborazione con la clinica Mayo, una delle migliori d’America in questo settore, nominata anche in una puntata di Grey’s Anatomy. L’arzillo vecchietto continua ancora, alla sua veneranda età’, a ricevere i propri pazienti: proprio mentre stiamo chiacchierando, ne arrivano un paio che richiedono le sue cure. Scusandosi, ci congeda educatamente. Saremmo stati volentieri a parlare con lui per ore, per attingere a un po’ del suo sapere e magari, perché no, a farci fare un piccolo check up… È stato uno di quegli incontri speciali che non si dimenticano…l’avremmo portato volentieri in Italia con noi, magari avrebbe potuto innamorarsi di una coetanea, che so, tipo la nonna di Giulia….

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Le notti selvagge di Lijiang

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Giorno 64.

Gli animali della notte escono col buio. Si infilano nei vicoli della città vecchia attratti dalla musica assordante di centinaia locali. E seguono l’odore dell’alcool. I luoghi di perdizione si stendono lungo stretti canali, illuminati a giorno dalle luci psichedeliche delle discoteche. I procacciatori di clienti si spartiscono i nottambuli spingendoli come mandrie attraverso i pontili. Sembra di essere catapultati a Lloret de Mar. Ragazze discinte si accompagnano a uomini opulenti, alcune sembrano aver dimenticato la gonna a casa. Attraverso le vetrate si intravedono gruppi di amici in festa, mentre mangiano, bevono, ballano, avvolti in nuvole di fumo… Quando la musica finisce gli animali della notte strisciano per strada in evidente stato etilico, caracollano verso i loro alberghi stonando ancora un’ultima canzone. Un’altra notte di follia si è consumata qui a Lijiang.

Nel frattempo, ai nostri occhi…
Il sole tramonta alle sette, ma in Cina non si perde tempo ed alle otto la baldoria e’ già al suo culmine. Le strade traboccano e la musica e’ talmente alta che ovunque i suoni si mescolano in un indistinto fracasso generale. Passeggiamo lungo i canali sbirciando dentro i locali. Il rumore assordante fa presagire una bolgia infernale, ma vista da fuori la situazione all’interno e’ assurdamente calma. Le cameriere vestono in abiti tradizionali Naxi e non c’e’ davvero nulla di sensuale negli indumenti tipici di questa etnia locale. Niente braccia alzate, giovani e vecchi pacatamente seduti intorno a tavoli di legno dove l’alcool scorre a fiumi e dalle panche osservano chi si esibisce al centro della scena. Sui palchi si susseguono karaoke starnazzanti, ragazzetti emo che si improvvisano rock star di un improbabile sound cinese, prestigiatori a torso nudo che ululano al microfono. I balli di gruppo sono il top della serata, per lo più coordinati da ballerini vestiti come pellerossa. Madri e figlie negli stessi inguardabili completini attillati ondeggiano castamente. Non è la Rai al confronto avrebbe dato scandalo. Un uomo vestito da maiale ci invita a entrare. No grazie, ci basta da qui e poi sono le undici e mezza e la musica e’ finita. La giostra si spegne ed escono le prime vittime barcollanti. Si sentono trasgressivi, ma persino Cenerentola ha ballato fino a mezzanotte… Una domanda non mi da pace: cosa avranno mai bevuto per ridursi in questo stato in così poco tempo? Poi mi volto e vedo il vero trasgressivo…

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Life on Mars – Il Tibet dalla A alla Z

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Giorno 62.

Shangri-La e’ la nostra ultima città tibetana ed e’ una meta ultra-turistica. Deve la propria fama ad un libro scritto negli anni 30 (Lost Horizon, per chi volesse leggerlo….) che tra l’altro non citava nemmeno precisamente questo luogo. Zhongdian, questo il suo vecchio nome, e’ stata in seguito identificata con la mitica città himalayana di cui si narra nel romanzo dal governo cinese, smanioso di creare un nuovo Eden verso il quale convogliare masse di gitanti in festa. Il suo nome e’ stato cambiato nel 2001 e da allora convogli di turisti locali raggiungono questa meta esotica, credendo di assaporare il Tibet. Non e’ naturalmente così, ma lasciamoglielo credere…. Per noi e’ poco più di una città di passaggio, nella quale troviamo un buon ristorante indiano. Per il resto, nulla da segnalare.

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Lasciamo l’altopiano e con esso qualche considerazione generale riguardo al mese abbondante che abbiamo trascorso su Marte.

ARIA. Fredda e rarefatta, difficile da respirare. ALTOPIANO. Ti abbraccia tutto intorno.

BAMBINI. dalle guance rosse e screpolate. Portati sulla schiena, grazie ad un nastro di stoffa, come un rudimentale zaino quelli più piccoli. Perennemente sporchi e con il moccolo quelli più grandi. Ma ti salutano sempre, tutti.

CANI. Liberi e randagi, si aggirano nei dintorni dei mercati della carne, alla ricerca perenne di un boccone. Tutti simili, incroci millenari tra mastini tibetani ed infinite tipologie di bastardini. In alcuni paesi sono più numerosi degli umani. Discorso a parte i mastini puri, razza superiore, per metà leoni.

DRAGONI. A quattro dita quelli tibetani, a cinque quelli cinesi. Dipinti sui soffitti, sui letti in legno, sui portali.

ESCREMENTI. Di yak, di capra, di cane, di uomo. Imbrattano i vicoli di ogni paese o sono stesi a seccare per diventare combustibile da ardere, ma sempre pronti ad attaccarsi alle suole se ti distrai un attimo.

FUNERALI A CIELO APERTO. Strano rituale in un paese in cui il legno per le cremazioni scarseggia ed il terreno e’ spesso troppo duro per favorire le tumulazioni. Così, i cadaveri vengono fatti a pezzi e dati in pasto agli avvoltoi, massimo segno di generosità nei confronti del mondo. Il corpo privo dell’anima e’ ormai un guscio vuoto che deve ritornare a far parte del ciclo della vita. Impermanenza allo stato puro.

GIOIELLI. Incastrati nei capelli corvini delle donne. Lapislazzuli, coralli, opali decorano le cinture strette in vita, sui lunghi abiti scuri.

HIGH ALTITUDE SICKNESS. All’inizio ti distrugge con il mal di testa, ti rende quasi impossibile addormentarti. Dopo un po’ ti abitui, ma ti resta il fiato corto e quella sensazione diffusa di non farcela.

INOSPITALE. Come il paesaggio, IMPLACABILE, che non concede sconti. La vita e’ dura, ma non ci si preoccupa troppo: c’è’ sempre la prossima in cui sperare.

KORA. Intorno a monasteri, stupa, ruote di preghiera. Chilometri spesi recitando mantra per guadagnare meriti da giocarsi nella propria vita futura. Terrificanti quelle strisciando a terra ogni tre passi, anche per circuiti lunghi molti giorni, senza fermarsi davanti a niente, pietre, scalini, incroci stradali.

LAVORI IN CORSO. Senza sosta, tunnel, ponti, palazzi, strade. Un paesaggio continuamente stuprato dall’ottusita’ del potere cinesiano. LHASA. Un miraggio per noi irraggiungibile.

MONACI. Color zafferano, dai berretti gialli, dondolano nelle sale di preghiera al suono ipnotico di tamburi e corni. I più giovani maneggiano costantemente iPod, la maggior parte conduce una vita privilegiata dietro le mura dei propri MONASTERI, dove i lavori più duri spesso li fanno le donne. Ogni tanto qualcuno si da’ fuoco per protesta, redimendo tutta la categoria. MANTRA. Recitati senza sosta, durante le kora intorno ai monasteri ma anche dalle ruote di preghiera montate sui cruscotti delle automobili. MUSICA POP TIBETANA. L’ultimo successo che imperversa in radio e’ “Yallha, yallha, yallha soo..”

NOMADI. Avvolti nei lunghi cappotti dalle maniche penzoloni, capelli intrecciati, coltello nel fodero. Abitano le praterie, in tende nere ricavate con pelle di yak o in “moderni” tendoni di plastica bianchi che di notte si illuminano di lanterne e brillano di fluorescenza. NONNI. Seduti sui gradini fuori casa, incuranti del freddo. Chiacchierano tra loro, pregano, giocano a carte, guardano i nipotini, con le loro facce cotte dal sole e le mani scavate dal vento.

OSPEDALI. File di flebo all’aperto, sale operatorie arrugginite ed incrostate di sangue. Cristo si è fermato a Chengdu.

PRATERIE. Infinite a perdita d’occhio, verdeggianti come l’Irlanda, punteggiate di mandrie al pascolo come margherite. POLIZIA. È dappertutto, in assetto antisommossa alla continua ricerca del famigerato (?) terrorista tibetano.

QUESTUA. Quella effettuata da donne, bambini ed anziani con una mazzetta di banconote da uno Yuan in mano. Si offendono se gli dai troppo poco…valli a capire i mendicanti moderni.

RISCALDAMENTO. Semplicemente, non esiste. Unica salvezza, gli scaldaletto elettrici.

STERRATO. Caratteristica principale delle strade, insieme alle buche, ai dossi, ai guadi improvvisati ed alla polvere. Stelle. Mai viste così vicine.

THANGKA. Coloratissimi, raffinati quelli con miniature in oro. Dipinti da mani pazienti in mesi di lavoro. Non hanno prezzo, e se provi a chiederlo ti spaventi. TSAMPA. Piatto tipico, una miscela di burro, latte, the, una specie di formaggio secco e farina integrale d’orzo, il tutto a crudo, impastato con le mani. Incredibilmente, non è male.

UCCELLI. Neri come i corvi onnipresenti, maestosi come le aquile che volteggiano leggere sulle vette imbiancate, inquietanti come gli avvoltoi che aspettano il loro macabro pasto.

VENTO. Gelido e tagliente, spazza le praterie ricordandoti che l’altopiano non è una terra per freddolosi amanti delle spiagge tropicali.

YAK. Li ritrovi immobili nei prati o sul ciglio delle strade nel gelo del mattino, con il pelo arruffato ricoperti di brina. Impassibili, pazienti e tolleranti, sono l’animale himalayano per eccellenza.

ZAFFATE. Di stufa misto a stallatico, forse l’odore dei nostri bisnonni contadini.