Archivio mensile:dicembre 2012

Risse a Capodanno

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Giorno 119.

Te li vedi davanti, aperti a metà e privati delle viscere, legati ad uno stecco di legno e ben arrostiti, sventolati da uno sciame di donne che assalgono gli autobus ed i pick-up ad ogni fermata. Il topo di foresta allo spiedo e’ indubbiamente una delle prelibatezze del Laos. Non ci siamo ancora decisi ad assaggiarlo, Giulia lo trova rivoltante ed io non sono riuscito a vincere le resistenze culturali radicate nella mia mente. Saranno le zanne ancora in vista, o le zampine con tanto di unghie, o la coda, ma c’e’ qualcosa che non mi convince…I locals, invece, sembrano trovarlo delizioso: li tastano con le mani per selezionare i migliori esemplari in vendita, e spesso ne fanno scorta per il viaggio o come regalo alle famiglie impazienti. Io non posso nascondere una certa soddisfazione, nel vedere come coloro che hanno rosicchiato il mio preziosissimo succo al mango siano caduti vittime di questa ecatombe di roditori. Meno esotici e spettacolari, ma altrettanto diffusi per alleviare gli scomodi trasporti lungo le strade del Laos meridionale, sono i polli e gli uccelletti alla griglia, oltre ai manghi verdi speziati e alle baguette modello francese farcite con burro dolce.

Dopo le grotte di Khonglor, su uno di questi mezzi scalcagnati abbiamo raggiunto la principale città del sud, Pakse. Qui abbiamo deciso di affittare una motoretta per quattro giorni, questa volta con le marce perché ormai sono un pilota professionista, e farci un giro per l’altopiano di Bolaven, tra cascate, templi e piantagioni di caffè. Scorrazziamo su strade di terra rossa e foriamo due volte. Il nostro obiettivo finale e’ il gruppo di cascate collettivamente chiamate Tad Lo. Nel vicino villaggio ci sono alcune guesthouse economiche dove potremo trovare un po’ di gente con cui trascorrere il Capodanno, per non essere solo io-e-te, tu-ed-io… Facciamo amicizia con Tracey e Chris, una coppia sudafricana piu’ o meno della nostra eta’ in procinto di trasferirsi in Nuova Zelanda, oltre che con Ben e Kiani, una quasi coppia di ragazzini australiani, lui sveglio ed intelligente, lei dolcissima ma con una forte tendenza alla deriva verso i luoghi più oscuri della mente. Con loro organizziamo la serata più attesa dell’anno, anche se non da noi: una cena al ristorante della Mama, che serve cibo a cinque stelle a prezzi da bancarella e pancake grossi come pizze.

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Trascorriamo l’ultimo giorno dell’anno dedicandoci ad un trekking intenso lungo il fiume per risalire le tre suggestive cascate ed assistere alla scene di vita quotidiana nei villaggi che le costeggiano. Il sentiero non e’ ben tracciato, e finiamo per perderci almeno quattro volte, anche se alla fine il senso dell’orientamento di Giulia riesce a condurci comunque a destinazione. Arranchiamo affaticati come bestie in mezzo a campi arsi dal sole che ci ricordano la savana. Cespugli di spine ci graffiano le gambe e vengo pure attaccato da un esercito di formiche rosse, mi spoglio nudo e urlante, mentre Giulia cerca di scacciarle dalla mia schiena. Siamo partiti senza nemmeno una bottiglia d’acqua, sotto il sole cocente del mezzogiorno. Al primo villaggio siamo già in preda alla calura, al secondo, cadiamo vittime di allucinazioni da sete, ma niente, non si vende acqua in bottiglia da queste parti. I locali bevono nel fiume, ma hanno anticorpi grossi come pantegane loro, per noi occidentali dallo stomaco delicato vorrebbe dire cagarella assicurata e per questo viaggio ho già dato, così cerchiamo di resistere. L’ascesa all’ultima cascata si rivela un’arrampicata quasi verticale che ci stronca le gambe, troviamo in cima due francesine con la puzza sotto il naso, comodamente giunte a cavallo del loro motorino…anche noi abbiamo un motorino parcheggiato in guesthouse, ma siamo più tosti ragazze, ce la siamo fatta a piedi, verrebbe da dire…. Mendichiamo loro un po’ d’acqua, le ragazze ci squadrano come se avessimo la lebbra, ma alla fine non ci lasciano morir di sete, seppure a malincuore.

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Piu’ tardi, gli effetti della festa e dall’alcool si fanno sentire anche a queste latitudini: il nostro vicino di tavolo laotiano, che ha iniziato a bere whiskey alle 6 e mezza di pomeriggio, inizia a perdere paurosamente aderenza, collassando addormentato sulla sedia. Anche la Mama e’ alticcia, e barcolla tra i tavoli e la cucina senza capire una mazza delle ordinazioni…per fortuna qualcuna delle sue duecento figlie non ha bevuto e riusciamo a cenare alla grande. Alle otto e trenta la situazione degenera, il Lao Lao (whiskey di riso, per i non iniziati…) inizia a produrre gli effetti più deleteri, ed in mezzo alla strada si scatena la prima rissa della serata, tra alcuni locals ubriachi. Per stroncarla deve intervenire nientepopodimeno che la rediviva Mama, la quale fa uso per riuscirci della propria influenza senile, da queste parti ancora piuttosto rispettata. Nessun ferito comunque, i laotiani non picchiano troppo duro, a quanto sembra, nonostante siano appassionati di Thai box. Per continuare la serata ci troviamo a dover scegliere tra una festa locale, dove tre sbandate danzatrici occidentali piuttosto stagionate sculettano tra laotiani lussuriosi, ed un più tranquillo falò nel cortile di una coppia mista ispano-laotiana ed i loro ospiti. Scegliamo quest’ultima ipotesi, più consona alle nostre aspirazioni. Forse sbagliando, perché proprio qui ha luogo la seconda (quasi) rissa della serata che mi vede, mio malgrado, involontario protagonista. È mezzanotte meno cinque quando, per motivi non ancora precisati, un ragazzo spagnolo molto stupido e molto ubriaco inizia a prendersela con me, che naturalmente non sto zitto e quindi veniamo quasi a contatto. Mi sento forte perché lui barcolla e basterebbe una spintarella per buttarlo nel fuoco, e poi il mio nuovo amico Chris e’ un sudafricano di uno e novanta per novanta chili. Per fortuna riesco a mantenere il mio proverbiale sangue freddo e con l’aiuto degli altri ragazzi, quasi tutti nordici e piuttosto sconcertati da tanto fervore mediterraneo, riusciamo a riportare il pazzo a più miti consigli, salvando così in extremins la serata. Nonostante l’imprevisto, la festa e’ divertente, brindiamo a Beerlao ed all’una ce ne andiamo tranquillamente a nanna, stanchi per il trekking, ma soprattutto contenti di aver sfangato un altro Capodanno. Questa volta, almeno, non faceva freddo.

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Natale nella grotta

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Giorno 113.

La canoa e’ tanto piccola da sembrare una foglia che scivola sul fiume. Il Caronte che ci guida indossa una camicia da boscaiolo a scacchi rossi, e ha un’enorme torcia piazzata sulla fronte, al posto del terzo occhio. Poi la montagna ci inghiotte e inizia il nostro viaggio nella pancia della balena.

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Le Grotte di Khonglor sono sette chilometri di buio, attraverso una galleria scavata dal fiume nel cuore della montagna. Mi sento nervosa come la prima volta che sono salita sul trenino della casa stregata. Allora avevo sei anni e stringevo forte la mano a Deep. Oggi ne ho trentadue e tremo come una foglia, anche se continuo a ripetermi che è solo freddo. Sicuramente e’ un Natale alternativo. Mi immagino già i titoli dei giornali: scomparsi il giorno di Natale nelle grotte laotiane, cercavano il presepe vivente, ma finiscono inghiottiti dal centro della terra…e non sono mai bei pensieri questi. Fede, dal canto suo, sono due giorni che continua a ripetermi che nella grotta vivono ragni grossi venticinque centimetri, serpenti d’acqua e dio solo sa cos’altro. Spero che lo mordano.

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Il viaggio dura un’ora e non so bene come descriverlo. Sono più sensazioni che immagini quelle che mi frullano per la testa, anche perché all’interno l’oscurità e’ totale. L’unica luce proviene dalla torcia del barcaiolo, perché la nostra pila e’ talmente scarica da proiettare solo un piccolo alone che va a morire a pochi metri di distanza. Una corrente fredda soffia nella galleria anche se l’aria e’ densa e umida. Sento il peso della montagna sulle spalle, mi schiaccia sul fondo del sedile, ma forse sono solo claustrofobica. In alcuni tratti il tunnel si stringe tra enormi massi e stalattiti, in altri si apre in saloni immensi, alti più di cento metri e larghi fino a cinquanta, dove il suono dell’acqua si perde verso l’alto come nella cupola di una cattedrale. Alcune rocce ricche di minerali brillano come neve al sole nel fugace momento in cui la luce della torcia si riflette sulla pietra, ma subito ripiombano nel buoi. Poi lo vedo e mi viene un tuffo al cuore: il tronco contorto di un albero trascinato dalla corrente ci aspetta in agguato in mezzo al fiume, come lo scheletro di un drago marino. Rilassati, non c’e’ vita qui dentro. Guarda, nemmeno un pipistrello. Goditi il viaggio, mi ripeto come mantra…

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Costeggiamo lingue di sabbia e superiamo delle piccole rapide. Grattiamo il fondo un paio di volte e quando il barcaiolo ci dice di scendere dalla canoa per risalire un tratto di fiume a piedi, penso di non farcela. Entrando in acqua, prendo Fede per mano e sento che anche lui e’ a disagio. Poi la luce del giorno si fa strada in lontananza e mi sembra bellissima. Sbuchiamo dall’altro lato e sono sollevata come se avessi attraversato le Miniere di Moria a nuoto. Giusto il tempo di una boccata d’aria, una bibita al villaggio e poi si risale per il viaggio di ritorno. Stessa strada dell’andata, anche se la seconda volta mi sembra un po’ meno buia…

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Quasi la fine del mondo

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Giorno 110.

È il 21 dicembre 2012, la fine del mondo secondo i Maya si abbatterà su di noi entro il calar del sole. Decidiamo senza appello che e’ giunto il momento di esorcizzare la temuta escursione in motorino. In fondo oggi o mai più. La nostra inabilità come centauri e’ nota ai più, ma dopo aver provato a visitare uno dei siti della Piana delle Giare con una gazzella senza cambio, siamo costretti a capitolare. Stamattina concordiamo il prezzo di uno scooter automatico, perché dover pure imparare a cambiare marcia al primo tentativo ci sembra anche troppo. Scegliamo tra tutti quello rosa, lo stilosissimo motorino di Barbie.

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Dopo la prova in kayak, e’ giunto il momento di un nuovo battesimo del fuoco: Fede parte da solo per un giro di ricognizione, sotto gli occhi preoccupati del titolare che deve aver capito che qualcosa non quadra. Forse il fatto di non esser riuscito nemmeno a metterlo in moto, deve aver rappresentato per lui un chiaro segno dell’inesperienza del pilota. Dopo mezz’ora torna a prendermi, illeso. Mi allaccio il casco e mi siedo dietro, pronta al mio destino come un tacchino a Natale. Abbiamo qualche incertezza in fase di decollo, Fede striscia i piedi parecchio prima di sollevarli, ma una volta partiti riusciamo a stare in sella.

Geograficamente simile al buco di una ciambella, parole testuali della guida, la Piana delle Giare e’ uno dei siti archeologici preistorici più importanti di tutto il sud est asiatico. In una prateria circondata da montagne, giacciono centinaia di questi monoliti, sparpagliati in piccoli gruppetti, scavati in massi di granito dalle dimensioni impressionanti, le cui origini restano tutt’oggi avvolte nel mistero. Secondo il mito, le giare erano usate come anfore dai leggendari giganti guerrieri che popolavano la piana. In esse veniva conservato una specie di liquore casereccio, ancora oggi largamente diffuso tra i locali che amano considerarsi i loro discendenti. In pratica erano degli enormi boccali di birra: storia alquanto affascinante, se non fosse che i laotiani vincono il premio come popolo più basso di statura in tutta l’Asia… Più realisticamente, secondo gli archeologi si tratta di antiche urne funerarie in cui si tumulavano le ceneri delle famiglie altolocate nell’età del ferro.

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La strada che conduce ai vari siti e’ molto peggio del previsto. Percorriamo una pista di terra rossa a dir poco dissestata che mette a dura prova i nervi saldi del pilota. Io gli sto attaccata alla schiena come una cozza al suo scoglio, ma piano piano inizio a rilassarmi e quando raggiungiamo la meta siamo quasi dispiaciuti di esser già arrivati. Passeggiamo tra le anfore spezzate in ossequioso silenzio, attenti a non uscire dai sentieri tracciati e mettere un piede sopra una mina vagante. Fede fa pure una pennica, deve recuperare le forze per il ritorno, mentre io mi infilo in una giara come fosse una tinozza. Il paesaggio e’ davvero suggestivo, si respira un’atmosfera magica, quasi apocalittica. Forse i Maya avevano davvero ragione e tra poco apparirà un’astronave aliena di ritorno sulla terra per riprendersi le giare, dimenticate qui migliaia di anni fa…

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Più che un paese, uno stato d’animo…

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Giorno 108.

Lasciamo il Vietnam con un ultima sfuriata. Ora, tutti sanno che non sono certo un tipo litigioso, ne’ scontroso, ma quando su un autobus pubblico mi fai pagare lo stesso tragitto più caro del mio vicino, e poi mi prendi pure per il culo dicendomi che non andiamo nello stesso posto, quando invece so benissimo che non è vero, allora mi incazzo, e te lo faccio sapere. Ne nasce una discussione tra me, la controllora e l’autista, che non porta da nessuna parte perché alla fine pago comunque la sovrattassa da straniero, ma almeno faccio fare loro una figura di cacca davanti agli altri passeggeri. In Indocina “perdere la faccia” e’ considerato molto disdicevole, e mi fa piacere pensare di avergli causato almeno un po’ di mal di pancia, anche se nostri soldi li hanno intascati lo stesso. Continuiamo a reputare il Vietnam un paese bellissimo, che merita senza dubbio di essere visitato, ma se non ci sarà un’inversione di tendenza in questo senso, probabilmente ne pagherà le conseguenze in un futuro neanche troppo lontano. Comunque arriviamo a destinazione, 12 ore dopo, a Phonsavan, nella Piana delle Giare.

Lontano dalla frenesia dei suoi vicini, si dice che il Laos non sia un paese, ma piuttosto uno stato d’animo. E mai come in questo caso attraversare un confine ti fa davvero entrare in un altro mondo. I laotiani sono pochi, circa 6 milioni e mezzo distribuiti su un territorio grande quasi come l’Italia, per cui non hanno certo problemi di sovrappopolazione. Il paesaggio e’ lussureggiante, con insediamenti urbani di piccole dimensioni dove le case, di due piani al massimo, non sono mai agglomerate, ma sparpagliate nel verde, non dando mai la sensazione di trovarsi davvero in città. Il traffico inesistente e’ costituito principalmente da vecchi motorini, qualche auto ed uno stormo di pick up afflitti da corrosione in stadio avanzato, adattati al trasporto passeggeri. Questi ultimi sostituiscono gli autobus, anch’essi piuttosto malandati, lungo i tragitti meno battuti. La gente e’ cordiale, sorridente, ti saluta in continuazione senza provare a venderti qualsiasi cosa. I bambini non indossano le scarpe, ma ovunque ti corrono incontro, ti prendono per mano e non ti chiedono oboli per la loro amicizia. In pratica, ti senti un ospite benvoluto e soprattutto, che è molto più importante, un essere umano piuttosto che un bancomat ambulante. Il Laos e’ ancora un paese comunista, forse uno degli ultimi al mondo, e le bandiere rosse con falce e martello, specie in via d’estinzione, sventolano agli angoli delle strade, proprio accanto a quelle laotiane.

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Ci sistemiamo in una guesthouse poco fuori dal centro, in un bungalow di legno all’interno di un bel giardino curato. Purtroppo durante la notte scopriamo a nostre spese di non essere i soli abitanti dell’amena stanzetta. Due topastri di campagna hanno ricavato la loro tana in una trave di legno, proprio sotto il tetto, e non mancano di farci sentire il loro disappunto per l’invasione improvvisa del proprio spazio vitale. In poche parole, si divorano la nostra scorta di semi di girasole e si succhiano il mio preziosissimo succo al mango direttamente dal tetrapack, oltre ad un tentativo non riuscito di fregarci i cicles, salvati in extremins dalla confezione di plastica troppo dura per i piccoli roditori. Insomma non ci lasciano dormire tutta la notte con le loro scorrerie alimentari. Il mattino seguente, nel tentativo di farci cambiare bungalow, apprendiamo quanto sia estroso il proprietario: ci risponde sorridente che siamo in campagna e tutte le stanze sono infestate, ma lui che ci può fare? Per indorare la pillola, mette a disposizione della clientela una bella cima di marijuana sul tavolo all’ingresso, affinché si dimentichi della presenza dei roditori. Decidiamo di fermarci li’ in ogni caso.

La statistica afferma che il Laos e’ il paese al mondo che ha subito i peggiori bombardamenti della storia, con un numero di tonnellate di bombe pro capite superiore a qualsiasi altro, sganciate dagli aerei USA come “operazione collaterale” durante la guerra in Vietnam (Per che volesse saperne di piu’, consiglio il bellissimo libro “Asce di guerra”, del collettivo Wu Ming…apre gli occhi sulla storia dell’Italia del dopoguerra e sulle due guerre d’Indocina…). Si calcola che circa il 30 per cento di questi ordigni giaccia inesploso da qualche parte, in attesa di far saltare le gambe a qualche contadino “imprudente”. Il paesaggio e’ punteggiato di crateri, a perenne ricordo di quanto sia fetido il sogno americano. Resti di bombe disinnescate sono esposti in bella vista in ogni guesthouse o ristorante che si rispetti, utilizzate a mo’ di fioriere, bracieri per il fuoco, decorazioni varie, per la serie non si butta via niente. Il nostro giardino e’ letteralmente costellato da questa ferraglia, bombe a mano come soprammobili, mitra arrugginiti all’ingresso e missili di due metri inseriti nella staccionata. Alcune organizzazioni non governative si stanno occupando del problema, ma pare che, dato il numero enorme di ordigni in questione, ci vorranno ancora almeno cento anni prima di bonificare del tutto il paese, un dato sconfortante se si considera che molta gente continua a morire o a rimanere mutilata a causa loro.

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Nel nostro giardino, sul fondo di un missile svuotato, alla sera si organizza il falò ed il barbecue a base d’anatra. Intorno ad esso si ritrovano curiosi caratteri: oltre a noi due, non manca mai il proprietario stesso, che cerca di batterla a qualche ragazzina del posto di quindici anni più giovane di lui, il fratello che suona la chitarra da dio, un ragazzo stagionato della Repubblica Ceca ed un altro inglese, che chiamare ragazzo sarebbe un eufemismo, perché la stagionatura l’ha superata già da un pezzo. L’arzillo settantenne ci racconta che si sta godendo la rendita di un traffico di 80 kg di hashish di prima scelta, trasportato personalmente dal Marocco alla Svizzera, giusto per “mettermi a posto quei dieci anni che ancora mi restano”, testuali parole… Dice anche di aver lasciato la Costa del Sol, dove risiedeva ultimamente, per evitare una morte prematura causata dall’uso smodato di cocaina, e di aver così abbandonato quella sostanza per dedicarsi anima e corpo al consumo di droghe leggere. Racconta storie bizzarre ed inverosimili, oltre ad essere uno strano mix tra Raimondo Vianello con i capelli lunghi ed il cantante anziano di Love Actually, che si esibiva mezzo nudo in “Christmas is all around me”… Tra l’altro canta benissimo, ed improvvisa una versione memorabile di Hotel California, con tanto di lacrime finali. Per quanto si capisca subito che le sue parole non siano da prendere per oro colato, e’ un personaggio piuttosto acuto, che alterna osservazioni intelligenti a discorsi nebulosi, spesso inconcludenti…segno incontrovertibile che i neuroni lo stanno abbandonando.

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Questo insomma è stata l’accoglienza che ci ha riservato il Laos, e non poteva davvero essere più bizzarra. In città ci imbattiamo nell’ennesimo capodanno strampalato del nostro viaggio, con tanto di spiazzo tipo parcheggio adibito per la circostanza. Questa volta a festeggiare e’ l’etnia Hmong, che popola i villaggi dei dintorni. Pare che per l’occasione le ragazze nubili, a caccia di mariti, indossino abiti tradizionali sopra un bel paio di calze a rete, si piazzino un trucco pesante sul viso e, addobbate di campanelle come le renne di Babbo Natale, si lancino col padre al centro della festa in cerca del miglior partito. Il festival ha tutto quello che deve avere una sagra che si rispetti: bancarelle gastronomiche, tiro a segno, persino gli autoscontri…ed in più un gioco tradizionalissimo di cui non abbiamo capito bene lo scopo, ma che e’ senz’altro uno dei passatempi meno adrenalinici cui ci sia capitato di assistere. Ragazzi e ragazze, disposti su due file parallele, si scambiano una pallina da tennis a gruppi di quattro. E vanno avanti così, per ore…speriamo almeno che sia qualche forma arcaica di corteggiamento e che il tutto si concluda con una grandiosa orgia finale, perché il senso di tutto ciò, davvero ci sfugge…

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Vietnam – Informazioni Pratiche

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HANOI
DA FARE:
Girovagare senza meta nella città vecchia e lungo il lago posto al centro. Ubriacarsi di Bia Hoi in uno dei chioschetti che affollano i marciapiedi. Impressionante la visita al Mausoleo di Ho Chi Minh.
DORMIRE:
Thu Giang Guesthouse 1- 8$ doppia con bagno – la migliore stanza di Hanoi per questa cifra. Meno bello il Thu Giang 2. La proprietaria parla un ottimo inglese ed è disponibilissima. Organizza i tour più economici per la Baia di Halong.

HA LONG BAY
DA FARE:
Tour della baia in barca, attraverso un paesaggio da sogno, villaggi galleggianti e grotte un po’ troppo illuminate.
DORMIRE:
Tour in barca – 42$ per due giorni, una notte, trasporto e pasti inclusi, cabina doppia con bagno, visita alle grotte e un’ora di kayak. Sulla nostra barca, c’e’ chi ha pagato quasi il doppio per lo stesso servizio.

CAT BA
DA FARE:
Escursione in kayak sul lato est dell’isola, fermandosi in spiaggette isolate. Ricordarsi di portare il pranzo al sacco e la crema solare.
DORMIRE:
Trung Hoa – 6$ doppia con bagno vista mare – ottimo livello, ma pare che il costo della camera salga fino a 40$ per notte durante l’alta stagione. Buon per noi!

NINH BINH
DA FARE:
Escursione in barca sul fiume a Tam Coc, in un paesaggio di picchi rocciosi molto simile a Yanghshuo in Cina, anche se meno suggestivo.
DORMIRE:
New Queen Mini Hotel – 6$ doppia con bagno – nuovissimo e pulito, letti un po’ duri, ma organizza escursioni, noleggia motorini ed offre ottime colazioni nel ristorante al pian terreno.

VINH
DA FARE:
Assolutamente niente! Evitatela se potete, ma è un passaggio obbligato per chi, come noi, vuole sconfinare in Laos nei pressi della Piana delle Giare.
DORMIRE:
Hi Café Guesthouse – 9$ per doppia con bagno senza finestra – ha una succursale praticamente dentro la stazione dei bus, e’ sicuramente la camera peggiore che abbiamo avuto in Vietnam, ma dopo aver girato un’ora sotto la pioggia, non siamo riusciti a trovare nient’altro che si adattasse al nostro budget.

NOTE:
– CAMBIO – dicembre 2012: 1 dollaro = 21.000 Dong circa.