Hanoi

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Giorno 97.

Hanoi vuol dire marciapiedi intasati di motorini parcheggiati, baretti ad angolo in cui si bevono litri di Bia Hoi, la birra alla spina piu economica del mondo, ristoranti di strada con i tavolini bassi e gli sgabelli in plastica, dove si servono Pho, Bun Cha, Bun Bo. Vuol dire smog, negozi di souvenir, clacson, grida, piramidi di frutta portati in giro su bilancieri dall’equilibrio precario. Vuol dire vecchi palazzi coloniali scrostati, nascosti da grovigli di cavi rampicanti che risalgono fino ai tetti, assieme alle piante tropicali, guesthouse da otto dollari a notte, agenzie di viaggio che ti propongono tour identici a prezzi variabili, a seconda dell’onesta’ del venditore o della tua capacità di contrattare. Attraversare la strada e’ un’operazione complessa, spossante nel corpo e nell’anima, che richiede una certa perizia, unità ad una buona dose di coraggio. È una città vitale che trasuda energia da tutti i vicoli, ma che inevitabilmente sfianca i non iniziati. Vuol dire Asia, quella che ti immagini prima di partire…

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La nostra camera e’ talmente stretta che tra i due letti addossati al muro si cammina a stento. In compenso per andare in bagno ci sono almeno cinque metri da percorrere. Praticamente dormiamo in corridoio. In Vietnam le case sono ovunque alte e strette, e’ una gara di equilibrio a chi sale più in alto pendendo sul vicino. Talvolta la superficie che si affaccia sulla strada e’ talmente minima che all’interno si trova una sola stanza per piano. In passato si pagava un’imposta sulla porzione di via pubblica occupata, perciò da tempo si è optato per uno sviluppo edilizio verticale che predilige la profondità, e poi il terreno ha un prezzo molto più elevato dei materiali da costruzione. Attraversando la città, lo sguardo scivola sulle facciate dalle tenui sfumature pastello, addobbate con colonne neoclassiche, timpani, piccole cupole. Viste nell’insieme ricordano la scenografia di Sottovoce di Marzullo o lo sfondo dipinto da Gianni sui muri della Luna Turca a Masio. Non mancano i serramenti con le sbarre, come quasi ovunque in Asia, e le macchie di umidità contro cui è inutile lottare. Le facciate laterali, quando visibili, sono invece completamente trascurate, cemento grezzo senza finestre né intonaco da terra fino al tetto. È inutile occuparsene, perché anche il vicino potrebbe svegliarsi un mattino e decidere di alzarsi di due piani, oscurandole comunque.

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Nel bel mezzo del dedalo di vicoli che trasforma la città vecchia in labirinto, si trova un lago dalle acque grigie, famoso perché ospita il monumento divenuto l’immagine simbolo di Hanoi: la Pagoda della Tartaruga. La leggenda vuole che gli dei avessero donato al re Le Loi una spada magica per respingere gli invasori cinesi dal paese. Un giorno, finita la guerra, mentre l’imperatore era in barca, si imbatte’ in una tartaruga d’oro che gli strappo la spada dal fianco, scomparendo tra le acque per restituirla agli dei. Da allora il lago fu chiamato Ho Hoan Kiem, che significa “Lago della Spada Restituita”. È un luogo molto amato dai vietnamiti che vi si recano la mattina per correre o praticare il Tai Chi, e la sera a passeggiare indossando eleganti pigiamini di cotone fiorato, che ci fanno un po’ sorridere. Per noi e’ l’unico angolo della città in cui si può trovare un po’ di quiete dal traffico e dal caos. Ci piace bighellonare sulle sponde attratti come sempre dalla fauna locale e dal fatto che almeno qui non si deve attraversare.

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Al Tempio della Letteratura e’ domenica e siamo fortunati. Ci infiliamo in coda assieme a decine di giovani laureandi in festa, radunati qui per il tradizionale servizio fotografico nella più antica università vietnamita. Ispirata alla dottrina del Confucianesimo, questa illustre istituzione formava i figli dei mandarini per prepararli al ruolo di future guide del paese. In un susseguirsi di pagode e laghetti, troneggiano le 82 stele di pietra, sorrette da tartarughe giganti, su cui sono ancora incisi i nomi degli allievi che superarono i tremendi esami finali. Tutto attorno sciamano chiassose le nuove generazioni di studenti. I ragazzi tutti uguali, in camicia bianca e cravatta viola, si atteggiano a fighetti rubacuori, mentre le ragazze, impalpabili e bellissime, avvolte nei tradizionali Ao Dai (i lunghi abiti trasparenti, indossati su larghi pantaloni di raso), fluttuano eleganti nel parco, come esili farfalle alla ricerca della scatto perfetto. La statua di Confucio sopporta paziente, mentre un barbiere a cielo aperto rade i clienti, con lo specchio appeso al muro di cinta del famoso tempio.

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Al Mausoleo di Ho Chi Minh, con nostro grande stupore, non si paga il biglietto. Una lunga colonna di visitatori si snoda nei cortili del monumentale complesso, per incontrare il grande presidente rivoluzionario che morì prima della fine della guerra. L’austera struttura in granito grigio, ispirata al Mausoleo di Lenin a Mosca, e’ aperta da dicembre a settembre, per permette alla salma del leader una gita, in Russia, due mesi all’anno a rifarsi il make up. Superiamo controlli e guardie in bianco. Mentre saliamo le scale, la temperatura scende improvvisamente, all’interno niente foto, niente armi, niente mani in tasca. Sorvegliato speciale giorno e notte, il Garibaldi vietnamita dorme in una teca di vetro lievemente illuminata, al centro di una stanza buia. Se ne sta li’ nel mezzo, avvolto da un’innaturale fluorescenza arancione. Penso all’impermanenza e a come la pratica dell’imbalsamazione sia esattamente agli antipodi dell’antica tradizione tibetana dello sky burial, cui abbiamo assistito. E poi cosa direbbe il povero Ho Chi Minh, che invece voleva essere cremato, se scoprisse di essersi trasformato in una mummia post-moderna. Passano trenta secondi in tutto, il tempo di girargli intorno, poi veniamo spinti via da quelli dietro di noi, che a loro volta vogliono sbirciare, e gentilmente scortati all’uscita.

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