Nella Baia di Halong

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Giorno 102.

La Baia di Halong e’ uno di quei luoghi in cui il confine tra terra e mare si mescola in modo bizzarro e sorprendente nella sua perfezione. È un arcipelago di quasi duemila isole carsiche, sparse nel Golfo del Tonchino come montagne acquatiche che hanno smarrito la via di casa. Ricoperte da una lussureggiante vegetazione tropicale, sono abitate soprattutto da scimmie con la pelliccia rossa, intrappolate qui dal mare. Alcuni picchi sono completamente cavi e nascondo all’interno vaste grotte di straordinaria bellezza. All’ombra delle isole, nelle verdi insenature, sorgono interi villaggi galleggianti dove i pescatori hanno ancorato case, barche e scuole nelle acque quiete della baia, tutte rigorosamente verniciate in una brillante tonalità acquamarina.

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Noi ci facciamo un tour da 42 dollari, per due giorni e una notte di escursione nella baia. L’abbiamo acquistato dalla padrona della nostra guesthouse di Hanoi, perché ci sembrava uno dei più economici sul mercato. E va detto che quando qualcuno sulla barca ci rivela di aver speso oltre 100 dollari per lo stesso servizio, proviamo pure una certa soddisfazione. Eravamo già stati qui, quasi sei anni fa con Marco e Silvia, ma abbiamo deciso di ripetere l’esperienza magica di una notte in barca nella baia, sperando anche in un clima un po’ più mite dei quaranta gradi all’ombra che ci avevano trasfigurato l’ultima volta. E veniamo accontentati, perché dopo una settimana di nebbia e pioggia, si prospettano davanti a noi alcuni giorni di sole, un residuo di estate nell’inverno che avanza. Le barche sono ancora le stesse che ricordavo: tutte di legno, con le sdraio sul tetto ed una verandina con i tavoli dove si mangia, anche se una mano di vernice bianca mal passata ha ricoperto il legno scuro degli scafi, rovinandone l’estetica. Quando chiedo a Fede il perché, lui mi dice che questa primavera una nave e’ affondata nella baia e dodici persone sono annegate, così le compagnie di crociera hanno probabilmente deciso di dare una bella rinfrescata alla propria immagine. Corrugo la fronte e “speriamo che me la cavo”.

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L’escursione non delude, proprio come mi aspettavo. L’imbarcazione scivola silenziosa nelle articolate insenature, mentre gli immensi picchi boscosi proiettano la propria ombra sulle acque verde scuro della baia. Trovo che l’inquinamento sia molto aumentato e soprattutto che il livello del mare sia molto più basso di allora, tanto che in alcune lagune oggi in barca non si può più entrare, ma la guida ci spiega che dipende non solo dalle maree, ma anche dalle stagioni. La grotta che visitiamo e’ esattamente la stessa della volta scorsa, un’immensa cavità scavata dal mare, dove stalattiti e stalagmiti riproducono un paesaggio acquatico di conchiglie e alghe marine. E questa volta, a dire il vero, ce la godiamo ancor di più: ricordo quanto eravamo rimasti delusi, aspettandoci un’atmosfera meno artefatta, quando entrati ci ritrovammo a camminare su sentierini piastrellati, in un’illuminazione psichedelica tipo Gardaland. Questa volta, perlomeno, non è stata una sorpresa, e poi Fede stringe amicizia con un pinguino. Raggiunto il villaggio dei pescatori la guida ci comunica che fa freschetto per il bagno, quindi chi vuole girovagare tra le case galleggianti può farlo in kayak, tutto compreso nel prezzo. Fede mi sembra un po’ pigro, ma io insisto.

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E diventò il suo nuovo grande amore. Si sente il terzo fratello Abbagnale. Li chiamavano Carmine, Giuseppe e Federico. Indossiamo giubbotti galleggianti ammuffiti, ideati per americani obesi, perché di almeno dieci taglie superiori alla nostra. Ci ficcano in mano due remi di piombo, ricordandoci che se smarriti ci verrà addebitata la modica cifra di 25 dollari ciascuno, cioè un furto quando a quello di Fede manca già quasi tutta la pala destra. Lo metto dietro, dove in genere si siede chi comanda, ma dopo un metro comprendo che posso far conto solo sulla sua maggior potenza fisica, sempre che le sue spalle reggano. Non riusciamo neanche ad allontanarci dal molo galleggiante, senza rischiare di speronare il barcone che ci ha portato fino qui, che peraltro e’ cento volte più grosso di noi. Continuiamo a girare in tondo, perché Fede quando rema tira a sinistra e non c’è verso di controllare questa sua naturale inclinazione. Procediamo nella baia a zig zag: per fare tre metri in linea retta, noi ne remiamo sei, due a destra e quattro a sinistra. Penso a quello che direbbe quel vecchio lupo di mare di mio padre nel vederci brancolare nella baia come canoisti ubriachi. Cerco di attingere con la mente a qualche remoto ricordo su come gestire un remo e di dare qualche input a Fede che nel frattempo, emozionato come un bambino, rotea l’attrezzo in aria come una mazza da baseball. In fondo, meglio che mio padre non sia qui a vederci in questo momento.

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Passiamo la notte sul tetto della barca, a cacciare stelle cadenti. Siamo in compagnia di quattro israeliani rumorosi, reduci dal servizio militare, che a turno si baccagliano una svizzera, una svedese ed una tailandese poco più grandi di loro. Unico pesce fuor d’acqua, troppo arrapato per ammetterlo, e’ Beato, uno svizzero sulla sessantina che pensa di avere qualche chance con la tedesca tettona, che fa invece gli occhi dolci a Fede. La annego almeno dieci volte, col pensiero.

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