Due cuori ed un kayak

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Giorno 104.

È mattina, fuori la giornata e’ calda ed umida, e sembra estate. Fede vuole di nuovo cimentarsi col kayak, così contrattiamo un’escursione nella baia di Han Lay, sul versante orientale dell’isola di Cat Ba. Ci mettiamo il costume, compriamo pane e formaggio, insacchettiamo bene gli zainetti affinché non si bagnino e ci infiliamo ai posti di combattimento. Con una mappa in bianco e nero sbiadito nel taschino del giubbotto salvagente, partiamo ai cento all’ora, pogando come bestie, ancora ignari del fatto che rientreremo solo sei ore dopo. Il nostro primo obbiettivo e’ raggiungere e superare due tedesconi salpati poco prima di noi. Siamo ormai padroni del mezzo, anche se pendiamo sempre un po’ a sinistra, e batterli per noi e’ un gioco da ragazzi…

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Attraversiamo una vera e propria città galleggiante. Le case azzurre sono costruite su piattaforme di legno che fanno da cortile. A loro volta le zattere sono appoggiate su galleggianti di polistirolo che richiedono continua manutenzione, sbriciolandosi ignobilmente un po’ dappertutto. I pontili sono pieni di vita, cani e gatti che prendono il sole, donne che cucinano, bambini a caccia di granchi, vecchi che riparano le reti. Dopo un paio di chilometri Fede perde già la bussola e non sa più nemmeno da che parte siamo girati, gli dico che non importa, basta che non smetta di remare…

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Al mattino la marea e’ più alta e, con estrema cautela, riusciamo ad infilarci in una piccola apertura tra le rocce, senza speronare il fondo del kayak e far la fine del Titanic. All’interno si cela una laguna, chiusa a trecentosessanta gradi da una liscia parete di pietra a strapiombo sul mare, che ricorda la caldera di un vulcano. Ma i tedeschi ci stanno alle calcagna, così procediamo via veloci, alla conquista di una spiaggia isolata. Ne troviamo una corallina, anche se si tratta in realtà di una sottile lingua di sabbia, con il mare su entrambi i lati, che come un ponte levatoio collega due diverse isole. Ci rilassiamo con un bagno e poi pranziamo, quando di nuovo in lontananza compare il kayak dei tedeschi, pronti ad espugnare la nostra oasi di pace. Sono grossi almeno il doppio di noi, così li lasciamo vincere e spicchiamo il volo verso altri lidi…

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Il cuore della baia, dove si apre il vero spettacolo, dista ancora diversi chilometri. Questa zona e’ molto meno turistica, i barconi dei tour organizzati si fermano a nord dell’isola. Solo pochi ricconi delle mini crociere di lusso vengono portati da questo lato, li vediamo seduti a tavola sotto baldacchini bianchi che si riparano dal sole, mentre pranzano a gamberoni, dal tetto delle loro navi super accessoriate. E poi ci siamo noi, straccioni in kayak col panino al formaggio vietnamita, che quasi ci rovesciamo ogni volta che incrociamo le onde sulla loro scia. Nemmeno i tedeschi hanno osato tanto, si sono fermati a crogiolarsi sulla nostra spiaggia di coralli, ma la fatica ne è valsa davvero la pena. La leggenda vuole che la baia sia stata creata da un drago ferito che, sprofondando in questo punto, ha sollevato migliaia di scogli e isolotti…e qui in mezzo al mare mi sento tanto piccola che mi sembra quasi vero.

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Dopo tanto remare, riusciamo a tornare indietro a stento, prima del buio. Fede viene colto da crampi lancinanti e cerca di stirarsi, alzandosi in piedi sul fondo del kayak che per poco davvero non si gira. Io l’ho abbandonato già da un po’, remo per finta e cerco di spronarlo a fare tutto lui. Ogni tanto parte con la radiocronaca di qualche gara olimpica di canottaggio e dal ridere dobbiamo fermarci. L’unica soluzione sarebbe farci rimorchiare, provo anche a fare l’autostop, ma quelli dei barconi extra lusso hanno proprio la puzza sotto il naso…

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La sera ci trasciniamo stremati lungo il porto alla ricerca di un posticino dove cenare. Ci imbattiamo per caso nell’ennesimo esempio di intraprendenza vietnamita. Una donna ci viene incontro, attraversando di corsa la strada con il menù in mano. Ci propone di mangiare nel suo ristorante improvvisato: pochi tavolini in tutto, sparsi sul marciapiede, con vista sul mare, un telone tirato tra le piante che fa da tetto, e quello che da lontano sembra essere uno spillatore di Bia Hoi. Gli occhi già ci brillano al pensiero della birra da trenta centesimi al boccale, quindi accettiamo. Le chiediamo un piatto di Bum Bo, lei annuisce violentemente col capo. Ci fa sedere e si allontana. Solo quando finalmente ci porta da bere e da mangiare, comprendiamo il meccanismo in tutta la sua genialità: in realtà la signora non ha nessun ristorante, ogni volta che ordiniamo qualcosa, fa una telefonata e dopo dieci minuti va a ritirare il cibo già cucinato, in un locale diverso a seconda dell’ordinazione, birra compresa! È praticamente un intermediaria alimentare, con ottimi vantaggi: zero spese, zero sprechi, menu enorme, commissione garantita. Il culmine lo sfiora quando paga un ragazzo in motorino per mandarlo a ritirare chissà dove i nostri involtini primavera. Quasi quasi perdo la pazienza, ma poi ci facciamo una risata, tanta inventiva va comunque premiata…finché la signora abbassa un attimo le luci, si acquatta nel bel mezzo del lungomare e fa pipì dietro al finto spillatore…quando e’ troppo e’ troppo!

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