Cambogia, anno zero

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Giorno 131.

Quando, il 17 aprile 1975, i Khmer Rossi di Pol Pot entrarono a Phnom Penh, gli abitanti della città li accolsero a braccia aperte. Era la fine della guerra civile che per anni aveva lacerato il paese, e poi quei soldati erano solo degli adolescenti, non sembravano pericolosi. Non immaginavano certo che l’orrore dovesse ancora iniziare.

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Infatti nella visione radicale dell’organizzazione, Angkar, come veniva chiamato il direttivo del partito comunista cambogiano, quello era l’anno zero, a partire dal quale la popolazione sarebbe dovuta ritornare alla “purezza del chicco di riso”, tramite il lavoro nelle campagne. Cancellate con un colpo di spugna la vecchia società, le vecchie tradizioni, la vecchia religione, persino le vecchie famiglie. Perché per costruire l’uomo nuovo, bisognava prima distruggere quello vecchio. Così, nel giro di pochi giorni, la capitale e tutti gli altri centri urbani vennero completamente evacuati, e gli abitanti costretti a trasferirsi in campagna a lavorare la terra. Senza cibo, senza strumenti, senza sosta, sotto la minaccia costante delle guardie armate. Chi veniva considerato un oppositore, oppure troppo legato al passato, come intellettuali, giornalisti, insegnanti, studenti, membri delle istituzioni e delle classi più elevate vennero imprigionati, torturati ed infine uccisi, insieme a tutti i componenti della famiglia, bambini compresi, per non lasciare superstiti in cerca di vendetta. Anche nelle campagne si moriva, di fame, fatica, botte. In tre anni, otto mesi e 20 giorni, le vittime di questo sterminio di massa furono quasi 3 milioni, su di una popolazione che non raggiungeva i dieci. Un olocausto tropicale.

A Phnom Penh ci sono alcuni luoghi adibiti alla conservazione della memoria del genocidio. Uno e’ il museo Tuol Sleng, una vecchia scuola superiore ribattezzata dai khmer rossi S-21 e trasformata in prigione, luogo di tortura e di massacro. Si possono ancora vedere il filo spinato, le celle, le catene a cui venivano legati i prigionieri. Sul pavimento macchie scure, come se il sangue sparso non fosse mai stato lavato. Una sezione e’ dedicata all’esposizione delle fotografie che venivano scattate meticolosamente a tutti i detenuti, quasi un inventario delle vittime. Intere pareti di facce e sguardi dal destino segnato. La detenzione durava mesi, durante i quali si estorcevano confessioni fasulle concernenti fantomatici tradimenti della rivoluzione, grazie all’uso massiccio della tortura. Poi si veniva giustiziati. I sopravvissuti all’S-21 furono sette, i soli che riuscirono a scappare quando l’esercito vietnamita libero’ la città, il 7 gennaio del 1979.

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L’altro luogo e’ chiamato Cheung EK, uno dei famigerati killing fields, le centinaia di campi di sterminio che vennero istituiti in tutto il paese. Qui i prigionieri provenienti dal carcere S-21, bendati, venivano fatti inginocchiare sul bordo di una fossa comune, ed abbattuti a bastonate, a martellate, a picconate. Per risparmiare pallottole. Nessuno veniva risparmiato, donne, anziani, bambini accomunati dalla stessa terribile sorte. I neonati venivano sbattuti contro un albero e poi gettati nelle fosse. Quell’albero c’è ancora, muto testimone di un’atrocita’ indicibile. Dal terreno delle fosse comuni continuano ad emergere ossa, resti umani, brandelli di vestiti. All’interno dello stupa commemorativo sono raccolte migliaia di teschi, ricordo perenne di cosa può comportare l’imbarbarimento della specie umana. E tutto questo e’ successo pochi anni fa, a persone che a vederle oggi sembrano le più pacifiche della terra. Una giornata passata qui e’ un excursus nella memoria, un monito, uno spunto di profonda riflessione per non dimenticare mai, una lotta costante per soffocare la rabbia e trattenere le lacrime.

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Pol Pot e’ morto nel 1998, da uomo libero, mentre alcuni degli altri principali capi Khmer sono stati arrestati solo nel 2007, e sono ancora in attesa di giudizio da parte di una corte internazionale. Nel paese il processo di conciliazione e’ ancora in atto, ma i quadri intermedi e inferiori del partito sono stati perdonati, a meno che non si siano macchiati di crimini documentati particolarmente efferati. Oggi, vittime e carnefici convivono pacificamente.

Dopo Auschwitz la poesia e’ morta, scriveva Adorno. A Cheung Ek ne e’ stato celebrato il funerale. Amen.

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  1. Rivedere quei luoghi, anche se solo in fotografia, mi ha fatto raggelare il sangue come cinque anni fa quando andammo insieme a visitarli in una giornata caldissima. Non ci sono parole per descrivere quello scempio, ma devo dire che avete saputo scrivere un pezzo degno del Premio Pulitzer. Bravi ragazzi, vi voglio bene! e un pensiero va anche al popolo cambogiano…..

  2. …uhhh…fanno venire un groppo in gola ed un brivido il il pensiero e la domanda : ….i lager che si ripetono nella storia più o meno lontana, quando la civiltà nel genere umano avrebbe dovuto farla da padrone e consentire di vivere in pace, assurdo….! Vero, hai scritto un pezzo da premio…. ti riconoscerei il nobel per la scrittura storica, Fede! Grazie…. 🙂

  3. Due mesi fa ero lì e sono ancora lì, ahime! Avevo visitato i campi di sterminio in Polonia e in Austria, le foibe in Slovenia, le prigioni in Bosnia alla fine della guerra, ma non sono mai stata colpita così fortemente come da quelli cambogiani, Pensare che solo 84 fosse comuni sono state aperte e che ne esistono ben 400 sparse in tutto il territorio cambogiano, che le persone venivano condotte sul bordo di quei buchi nel terreno poco profondi, che i loro corpi venivano ricoperti con un palmo di terra e che l’acqua impetuosa delle precipitazioni monsoniche li trascinava via lontano, riconsolidandosi alla fine delle piogge e cementando un dolore eterno, ha fatto della Cambogia un cimitero a cielo aperto. E ti manca il respiro quando con i piedi cammini su quei poveri resti, fatti di brandelli di vestiti e di povere ossa di piccolissime dimensioni. Vorresti volare per non turbarli, perchè sono troppo violenti e forti con la loro presenza e non ti senti degno neanche di guardarli. E’ un umiliazione troppo grande. Non si può descrivere. Solo provare. Una storia mai raccontata Federico, che a fatica ho cercato di conoscere documentandomi sui pochi testi che ne parlano. La guida cambogiana che era con noi, un ragazzo di 40 anni, rispondeva alle mie domande con una serenità strana, un misto di dolore ma anche di saggezza. Gli ho chiesto se gli spiaceva parlarmi di quegli anni che lui aveva vissuto da ragazzino . Ma lui mi ha risposto con un sorriso triste: ” Vogliamo dimenticare, vogliamo cercare di non pensarci più. Ora abbiamo internet anche noi. Mia moglie lavora al mercato della seta, io imparo l’italiano guardando i film alla televisione e leggendo i giornali perchè non esistono scuole di lingua italiana. Dite agli italiani di venire nel nostro paese. Adesso è tranquillo”
    Ma l’emozione grande è stata stringere le mani agli ultimi due sopravvissuti di quei sette presenti nella prigione S21 quando sono arrivate le truppe di liberazione vietnamite: un pittore che il regime di Pol Pot utilizzava per illustrare le torture e raccontare in questo modo la vita del campo e un elettricista che ovviamente serviva per la manutenzione. Hanno rispettivamente 81 e 82 anni e spesso stanno nel cortile della prigione con la loro bancarella per vendere ai turisti i libri che hanno scritto raccontando la loro testimonianza. Se siete ancora lì abbracciateli per me. Grazie delle vostre parole

    • Mi sono seduta in una di quelle piccole celle ed ho provato ad immaginare cosa voleva dire essere rinchiusi li dentro per mesi, aspettando la morte bussare alla porta.. Non so descrivere l’angoscia che ho provato..
      Mi dispiace non aver incontrato i superstiti, perché avrei voluto abbracciarli in quel momento.. Sei stata fortunata..

  4. Ricordo tutto benissimo come se questi cinque anni fossero volati. Mi aveva sconvolto vedere quei visi terrorizzati imprigionati nelle foto esposte, le macchie di sangue, i teschi radunati, i dipinti con i neonati lanciati per aria mi avevano turbato sopra ogni cosa. Atroce. Imperdonabile. La natura umana, a volte, sa essere veramente crudele. Il 27 sarà la Giornata della Memoria della shoa, ricorderemo anche queste povere persone. Vi stringo forte.

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