Angkor

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Giorno 138.

Ad Angkor ci danno il nostro primo soprannome: “one dollaa”, che sarebbe la storpiatura di un dollaro, senza la erre finale, perché qui non la sanno dire. I bambini ci puntano da lontano e quando ci vedono passare hanno già interrotto quello che stanno facendo per mettere su la stessa lacrimevole scenetta. Ci vengono incontro con faccia da orfani, da morti di fame, da pellegrini e con voce lamentosa supplicano una banconota. Salvo voltarsi e tornare a giocare ridendo quando capiscono che da noi non otterranno nulla di più di un saluto o un sorriso. Un piccolo gruppo di teatranti travestiti da venditori ambulanti di dolciumi, calamite e souvenir di ogni genere, spedito qui dai genitori, anziché andare a scuola, per sfruttare la faccetta angelica finché dura. E i piccoli incantatori sono furbi, perché sanno intenerire i turisti e hanno imparato a riconoscerli a colpo d’occhio. Attirano la loro attenzione salutando ognuno nella propria lingua madre, dal francese al coreano, dal tedesco al giapponese, e subito dopo iniziano a snocciolare cantilene di numeri o frasi fatte incollate a memoria in dieci idiomi diversi. Ma anche questo e’ il grande circo di Angkor.

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Noi cerchiamo di alienarci dalla frenesia del business, dai milioni di coreani, dai mega bus vip con aria condizionata dei tour organizzati che si accalcano lungo le strade, dalle visite guidate che promettono dodici templi in sei ore. Affittiamo due biciclette e ci immergiamo per tre giorni nella grande magia della città perduta, mimetizzandoci al mondo come ramarri tra muschio e radici. E cerchiamo di vivere la magnificente città più intimamente, di scoprire la grande metafora del tempo insita nell’eterna lotta tra pietre e radici che nel flusso del divenire si disgregano e si ricompongono in forme inedite e sorprendenti. Scaliamo, spesso abusivamente, gli enormi edifici di culto da cui si domina il panorama di tramonti incantati. Ci aggiriamo tra le rovine sopraffatte dalle radici di alberi secolari, in un inconsapevole tentativo da parte della foresta di inghiottire i resti di una civiltà, quella Khmer, che fu potentissima e di cui oggi non restano che pietre. Accarezziamo le aggraziate figure divine di danzatrici celesti, il viso di un bodhisattva e i sacri Lingam di Shiva su cui corre il vento del tempo, sgretolando un fregio, decapitando un dio, o storpiando una figura che lo scultore aveva immaginato perfetta. Ci perdiamo fra le milioni di pietre abbandonate ai lati delle strade che componevano chissà quali meraviglie in questo luogo ove sorgeva una delle più antiche metropoli del mondo, quando noi brancolavamo nel buio Medioevo. E tra scimmie curiose, torri imponenti e bacini artificiali non mancano incontri speciali con la vita di uomini che con dignità e rassegnazione ci raccontano la storia di una povertà senza via d’uscita e che ci lasciano in una temporalità indefinita. Questo e’ l’Angkor che volevo vedere, perché pochi luoghi al mondo riescono a regalare tante suggestioni.

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