È solo febbre…

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Giorni dal 148 al 153.

Primo giorno.

I fatti. Rientriamo la sera dopo una giornata intensa di escursioni in motorino sulle spiagge occidentali dell’isola. Fede si è pure rovinato un gomito scivolando, sanguina copiosamente, ma non sembra niente di grave. Mi sento rossa e pesante. Quando arrivo in camera, scopro di aver 39 di febbre.
I pensieri. Perfetto, mi sono presa un bel colpo di calore.

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Secondo giorno.

I fatti. Passo la notte a tremare in preda al delirio della febbre, che non sembra rispondere agli antipiretici. Sono sempre più rossa, il mal di testa non mi da tregua ed inizio ad avere dolori articolari alle caviglie e ai polsi. Rimango tutto il giorno a letto sperando di migliorare. Eva mi passa sottobanco alcune medicine tedesche per sostituire il mio paracetamolo Made in Vietnam di dubbia efficacia.
I pensieri. Questo colpo di calore mi sembra sempre più strano. Oddio, forse mi sono beccata la malaria. Fede come al solito mi sgrida.

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Terzo giorno.

I fatti. 38 e mezzo e’ il mio numero preferito, ma ormai ho superato il limite. Oggi è il terzo giorno di febbre senza miglioramenti, devo fare dei controlli. Trovo la forza di alzarmi, fare lo zaino, prendere un taxi, aspettare due ore, poi salire su una barca, un autobus con aria condizionata e arrivare all’ospedale di Surat Thani, sulla terraferma. Dormo ovunque ed in continuazione, sulle sedie della sala d’aspetto, sul sedile della nave, addosso a Fede lungo il tragitto in autobus… Lo vedo sudare come un porco, visto che sono calda come un forno, ma ormai non dice una parola. È troppo preoccupato. All’ospedale Thaksin sono tutti sorridenti e calmi, le infermiere gironzolano magrissime nelle loro divise bianche, con elaborate acconciature nei capelli. Sembra di stare in una fiction. Adesso ho sfondato il muro dei 39, ora si che l’infermiera mi prende sul serio. Mi fanno subito l’esame del sangue. Aspettiamo un’ora per il responso: “Signorina, forse ha la dengue, ma non sembra emorragica, ancora no”, così ci dice il dottore. “Se vuole la ricovero, altrimenti torni qui domani.”
I pensieri. Merda, merda, merda!!! Devo prendere un aereo e tornare subito a casa..

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Quarto giorno.

I fatti. Non ho mai smesso di mangiare, ma il male alle giunture non mi da’ tregua. Persino stare sdraiata sul materasso mi provoca dolore. Ora capisco perché la chiamano febbre spaccaossa. Quando mi alzo credo di camminare, ma in realtà sono così lenta che quasi non mi muovo. Mia nonna di novantacinque anni mi supererebbe in salita. Fede ormai e’ il mio servo. Invecchiato di dieci anni, ha passato la notte a leggere articoli su internet tanto che ora potrebbe scrivere una tesi di laurea sulla dengue. In ospedale mi succhiano altro sangue, ma non ci sono variazioni significative. Chiedo insistentemente se ho la febbre emorragica, che è’ poi l’unica vera cosa che mi importi. Mi danno sempre la stessa risposta: “No, per ora, ma cerchi di non farsi male, perché le sue piastrine sono basse”. Devo ritornare tra due giorni.
I pensieri. Entro a pie pari nella fase di terrore da taglio. Tutto ciò che mi circonda e’ un pericolo per le mie piastrine deboli. Immagino tutto il peggio che può succedermi: cadere in un tombino, essere investita da un tuk tuk, sbattere la testa nello stipite di una porta, ah no questo l’ho già fatto, tagliarmi una mano mentre sbuccio un mango, schiacciarmi un dito in una porta, precipitare con l’ascensore… Il delirio da febbre aiuta le mie visioni apocalittiche.

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Quinto giorno.

I fatti. Dobbiamo decidere se partire o restare. Domani e’ l’ultimo giorno, poi ci scade il visto. Sarebbe meglio muoversi verso la Malesia e fare li domani l’ultimo esame. Sembro stare leggermente meglio: meno febbre e meno dolore, ma Fede, che ormai ne sa più del medico, mi dice di non farmi illusioni. Sono nella fase di finta remissione tipica intorno al quinto giorno. Probabilmente domani sarò di nuovo una vecchia di cent’anni. Ne approfittiamo per andare a mangiare al mercato notturno e levarmi un po’ da quella camera dove ho esaurito tutte le serie tv in streaming.
I pensieri. Mi sento così debole che ho paura a camminare per strada da sola. Basterebbe un soffio d’aria a farmi cadere.

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Sesto giorno.

I fatti. Mi torna di nuovo la febbre, ma più bassa questa volta. Fede come al solito aveva ragione. E’ domenica a Surat Thani e noi decidiamo di restare. In ospedale mi fanno le ultime analisi, con doppio prelievo di sangue per il gran finale. Grazie al cielo mi affidano alle cure di un nuovo medico, che sembra la copia di Hiro Nakamura, ma che almeno si spiega in un inglese più deciso. Finalmente risponde con soddisfazione a tutte le nostre domande e mi dimette, a mai più rivederci. Usciamo dall’ospedale frastornati, con papiri di esami sottobraccio e la nostra diagnosi stretta in mano: esito, Dengue Fever… E dico nostra perché e’ come se la dengue l’avessimo fatta in due..
I pensieri. Ora non ci resta che affrontare la frontiera, perché da mezzanotte saremo clandestini.

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  1. Se non fosse per la tua meravigliosa ironia, Giulia ci sarebbe da cadere nel panico! Speriamo tutto si sistemi presto…io credo che dopo questa “vaccinazione naturale” da dengue sarai immune da altre pestilenze ….fortissima…abbi cura di te, cara…un abbraccio!

      • Merda secca! Come dico sempre io. Ma dove diavolo l’hai beccata sta “dengue”? E soprattutto. Che cosa ti hanno somministrato per guarire? meno male che stai meglio. Un abbraccio

      • Ma sai che probabilmente me la sono presa proprio ad Angkor? Abbiamo letto su internet che è in corso da qualche mese una grossa epidemia.. In ospedale non mi hanno dato niente, solo paracetamolo per la febbre.. Ma ora sono già in forma, anche perché nonostante la dengue, non ho mai saltato neanche un pasto!!! Ti abbraccio..

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