Malaysian Melting Pot

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Giorno 157.

La dengue, se non la spossatezza, finalmente sembra essere passata. Prima ancora di capire bene quello che stiamo facendo, ci ritroviamo con in mano due biglietti per Georgetown, isola di Penang, Malesia. Speriamo di riuscire ad impietosire gli ufficiali di frontiera, dato che il nostro visto e’ scaduto da un giorno, usando la scusa della malattia. Al confine purtroppo si rivelano intransigenti, ma ce la caviamo con una multa di 500 Baht a testa, poco più di dodici euro… Varchiamo i confini malesi con la ritrovata sensazione di tuffarci nell’ignoto. Dopo due mesi trascorsi in paesi in parte già visti, ci sentiamo come bambini pronti a scrutare il mondo con occhi nuovi… e allora Selamat Datang! Ovvero benvenuti in malese…

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Sfrecciamo su un’autostrada sei corsie attraverso piantagioni di palme e alberi da gomma, scoprendo a poco a poco un paese in cui il passato si lega al presente dando vita ad una singolare fusione di usanze e culture. Arriviamo a Georgetown nella calura umida del dopo cena, quando l’immobilità equatoriale trasforma le camere degli alberghi economici in saune indesiderate. Scopriamo che l’isola non è più il porto sognato da mille viaggiatori, viavai di commercianti, trafficanti, pirati e vagabondi di mezzo mondo. Già dal ponte si intravede una città piuttosto grande, fatta di grattacieli, traffico e smog… La magia di Sandokan si è persa fra i ruggiti dei motori, la calura riflessa del cemento grigio, le luci al neon, le ciminiere… .

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Ma nel cuore della città, perdendosi nelle stradine, tra templi e credenze, lanterne e odori, cibo e ancora cibo, si può scoprire un’anima antica, quella costruita dagli inglesi nel XVII secolo. I resti coloniali sono ancora lì, ammuffiti e decadenti, appena ridipinti certe volte, incastrati tra il quartiere cinese addobbato a festa per l’imminente capodanno, e Little India, con i templi fumanti per l’incenso, i parrucchieri baffoni e le fragranze al curry. Sui tetti sgangherati svettano le cupole delle moschee, soffici come meringhe bianche, e i minareti carichi di altoparlanti che alle sei ogni mattina lanciano nell’etere anatemi e preghiere….

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Questo paese si rivela un curioso crogiolo di razze, dove da sempre vivono e convivono i nativi malesi, i soldi cinesi e le braccia indiane. Qui confluiscono pacificamente tutte le principali confessioni del mondo, senza discriminazioni. La gente e’ allegra, paciosa, la religione non è mai invadente nella vita quotidiana. Accanto alle moschee e alle madrasse si innalzano colorati templi indù, piccole chiese in stile neogotico, santuari confuciani, taoisti e buddisti. Nelle strade mode e tradizioni si mescolano, dai succinti abiti occidentali per le donne cinesi, ai variopinti sari indiani ricamati di perline e di paiettes. Molte donne indossano il velo, ma raramente e’ total black, più spesso prediligono foulard colorati nelle tonalità pastello, malva, salmone e acquamarina…. ma tutte, e dico tutte, sfoggiano l’irrinunciabile tacco dieci e la borsetta griffata. A dimostrazione che a volte la moda unisce dove la religione fallisce.

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Il soggiorno si rivela piacevole, nonostante il caldo umido di un’estate equatoriale senza fine che non da mai respiro. Il cibo sorprende e stordisce nei colorati mercati notturni, dove azzardate mescolanze culinarie si incontrano e si sposano con malizia, aprendoci nuove frontiere del gusto. Ingurgitiamo spiedini satay e nasi goreng, annaffiandoli con intrugli fluorescenti al neon, serviti dentro comodi sacchetti di plastica, muniti di cannuccia. Passeggiamo tra gli antichi caffè e le vecchie locande, curiosando tra le cianfrusaglie dei rigattieri e nei bazar traboccanti di merci che paiono già vecchie prima ancora di comprarle. Nel cuore del centro si trova un elegante prato inglese vista mare, dove i ragazzi giocano a frisbee e le coppie prendono il fresco. Ai due lati dello spiazzo troneggiano il vecchio forte ed il municipio in stile vittoriano. Dal lungomare, osserviamo l’acqua verde palude avvolgere i pontili traballanti, affollati da casupole di legno. Sono le antiche dimore dei vecchi pescatori cinesi, che celano piccoli porticcioli e reti stese al sole.

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