Dentro il vulcano…

Standard

Giorno 164.

Quando atterri alle Filippine, ti rendi conto che stai entrando in un Asia diversa. Unico territorio del continente ad essere colonizzato dagli spagnoli prima e dagli americani poi, l’arcipelago ti accoglie con un calore quasi latino. Per noi e’ una novità assoluta, nessuno dei due e’ mai stato qui in precedenza, per cui siamo eccitati come bambini la mattina di Natale. Una cosa che si nota a prima vista e’ la diffusione dell’inglese: chiunque riesce ad esprimersi piuttosto bene, e questo facilita notevolmente le interazioni personali. Però quando si esprimono nella propria lingua, il Tagalog, i filippini mantengono una cadenza spagnola, oserei dire sudamericana, impressionante: purtroppo non si capisce una mazza, ma sembra lo stesso di essere in mezzo a Lisseth ed ai suoi parenti ecuadoriani!

Delle circa 7000 isole, scegliamo di visitare per prima quella di Luzon, la più grande per intenderci, sulla quale si trovano sia la capitale Manila che alcune attrattive naturali molto interessanti, tra cui il Monte Pinatubo, che è la nostra prima tappa. Nel paesino di Santa Juliana, sperimentiamo la grande ospitalità dei locals: tutti ci salutano, si fermano a chiacchierare, ci invitano a bere qualcosa con loro o addirittura a cantare una canzone! Il karaoke sembra essere il passatempo nazionale, da soli o in compagnia. A qualsiasi ora del giorno e della notte c’è sempre qualcuno che inonda l’etere con melodie più o meno piacevoli, a seconda che il cantante sia un usignolo intonato o la versione canterina di Jack lo squartatore… Qui conosciamo Alvin ed Angie, una coppia che ha da poco aperto l’unica guesthouse della zona, e tramite loro organizziamo l’escursione del giorno seguente al Monte Pinatubo, che per inciso e’ il vulcano responsabile delle più grande e spettacolare eruzione del Ventesimo secolo.

20130227-154526.jpg20130227-154610.jpg

Prima del marzo del 1991, l’area era abitata dalla tribù degli Aeta, organizzati in piccoli villaggi, che da secoli si erano rifugiati sulle pendici del vulcano per sfuggire alla colonizzazione spagnola ed al fanatismo religioso che l’accompagnava. Tutti, perfino gli anziani, ignoravano l’esistenza di un vulcano nei paraggi, perché fino ad allora se n’era sempre stato tranquillo, avvolto com’era in una corona di montagne e coperto da una lussureggiante foresta tropicale. Però quando i sismografi iniziarono a registrare una strana e forte attività sismica nella zona e la popolazione locale a rilevare fumi gassosi uscire minacciosi dalla cima della montagna, le autorità decisero di di evacuare completamente la zona in previsione di un’esplosione imminente. Il 16 giugno del 1991, preceduta da alcune eruzioni minori, la cima del vulcano letteralmente esplose, lanciando nell’atmosfera una colonna di fumo alta venticinque chilometri. Le ceneri oscurarono il cielo per mesi, tanto che la temperatura media mondiale quell’anno diminuì di mezzo grado. L’eruzione fu così violenta che l’intera sommità del vulcano esplose in una pioggia di massi. Oggi la cima e’ più bassa di oltre 300 metri, mentre tutta l’area circostante e’ stata ricoperta da un fiume di lava e cenere che ha spazzato via ettari di foresta. Ci racconta Alvin, all’epoca un ragazzo, che nonostante gli ordini di evacuazione suo padre ed altri capofamiglia decisero di restare a proteggere le proprie case, rifugiandosi sui tetti a spazzare la cenere per evitare che l’eccessivo accumulo li facesse crollare. Degli eroi, in pratica.

20130227-151051.jpg20130227-151553.jpg

Saliamo sul pick up insieme a due coreane svampite che non spiccicano una parola di inglese e che stravedono per la loro polaroide rosa di Hello Kitty. Gli ultimi baluardi di civiltà spariscono in una nuvola di polvere grigia, mentre inforchiamo il silenzio di uno sconfinato deserto di lava. La strada percorre il letto dissestato di un ampio fiume in secca, incastrato tra scoscesi pendii di roccia sui quali inizia a spuntare una timida vegetazione. Spesso la jeep deve guadare quello che ci sembra appena un piccolo ruscello, ma che nella stagione delle piogge si trasforma in un torrente impetuoso responsabile di terribili alluvioni e che rende inaccessibile la cima.

20130227-151715.jpg20130227-151731.jpg

20130227-151745.jpg20130227-152707.jpg

Ai piedi di una gola scavata nel flusso di lava da un corso d’acqua secondario inizia la nostra camminata. Sotto un sole implacabile, percorriamo in dolce salita gli ultimi cinque chilometri che ci separano dalla vetta. Le coreane strisciano di ombra in ombra, terrorizzate come vampiri dalla luce solare, ma nonostante si affannino a sfruttare ogni anfratto ombroso finiranno la giornata bruciate come peperoni al forno. In quello che era il cratere del terribile Pinatubo oggi si adagia un ceruleo specchio d’acqua, con sfumature color smeraldo. Le acque sono invitanti, ma purtroppo non si può fare il bagno da quando due mesi fa un turista filippino ubriaco ha pensato bene di farsi venire un infarto e di annegare mentre sguazzava nel lago. Intorno a noi si accalca una sinfonia di canti d’uccelli. Ci sediamo coi piedi a mollo nelle acque solforose e ci facciamo uno snack, mentre cerchiamo di immaginare quando quest’oasi di pace ribolliva come il centro dell’inferno.

20130227-151819.jpg20130227-151807.jpg

Sulla via del ritorno visitiamo uno dei villaggi che si affacciano sul canyon scavato nella lava. Una manciata di capanne di paglia e legna, una grande chiesa in mattoni e lamiera, la povertà che dilaga nella calura pomeridiana. Un fiume di bambini mocciolosi ci accoglie curiosi, mentre altri usano il cassone di una jeep come discoteca mobile. Le donne si spulciano a vicenda come scimmie, in una caccia spietata ai primi capelli bianchi. Impossibile non notare che tra loro non ci sono anziani. Gli Aeta hanno vissuto per secoli di raccolta, grazie alla ricchezza della flora in cui erano immersi, ma dopo il disastro sono stati costretti a dedicarsi ad una magra agricoltura di sussistenza. A distanza di anni, la foresta tropicale inizia a rimpossessarsi dei fianchi di questa montagna amputata, mentre la desolazione pian piano si attenua e la vita riprende il sopravvento sull’immane distruzione che completa un ennesimo ciclo della natura.

20130227-152016.jpg20130227-152039.jpg

20130227-152925.jpg20130227-152937.jpg

20130227-153638.jpg20130227-153645.jpg

20130227-153841.jpg20130227-154152.jpg

Annunci

»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...