Il sabato del villaggio

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Giorno 170.

Attraverso la contorta geografia stradale di questo lembo di Luzon, inseguiamo il nord dell’arcipelago fino al villaggio di Pagudpud, un paesino di case dignitose, strade pulite e straripante vegetazione tropicale organizzata in file di aiuole ordinate di palme e buganvillee, perché da queste parti anche la catapecchia più malconcia non dimentica di curare il giardinaggio. Anche alle Filippine come in Italia e’ tempo di elezioni, locali o provinciali non si capisce. Le strade sono tappezzate da fotoritratti di candidati dai nomi latinoamericani con echi religiosi, che sembrano usciti direttamente di galera, anche se si atteggiano ad attori di fotoromanzi di serie B.

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Dopo diverse ore di autobus a temperature polari, arriviamo a destinazione. Noleggiamo un tricycle a peso d’oro per percorrere gli ultimi 20 chilometri che ci separano dal paradiso tropicale tanto atteso. Seguiamo una scia di pietre bianche appena verniciate che costeggiano la strada e ci indicano il percorso, come molliche di pane fitte e regolari anche in mezzo ai boschi, e mi chiedo chi mai si prenderà la briga di occuparsi di una cosa così inutile. Tanto per cambiare minaccia pioggia e quando facciamo capolino sulla spiaggia di Lagoon Bay il vento arriccia il mare in cavalloni spumosi così minacciosi, che non so dove troveremo il coraggio di fare il bagno. Un immenso resort domina il panorama tra centinai di bungalows superaccessoriati che spuntano come funghi, mentre una gigantesca scritta in stile holliwoodiano troneggia sulla baia scandendo in lettere capitali la scritta HANNAH’S. La costa brulica di turisti filippini intimoriti che sfidano il maltempo intingendo i piedi sul bagnasciuga senza preoccuparsi di inzuppare i vestiti fino al ginocchio. I più temerari ci volano sopra la testa legati ad una fune metallica che li scaglia per alcune centinaia di metri dalla cima del promontorio direttamente sulla spiaggia, tutti rigorosamente muniti di caschetto colorato che dovrebbe proteggerli in caso di caduta sugli scogli (!?!). Quando ci viene mostrata una delle poche stanze economiche disponibili, gettiamo la spugna sconfitti dalla sporcizia e dal prepotente odor di muffa. Decidiamo di provare altrove. Mentre risalgo sul tricycle vengo sopraffatta dallo sconforto e dall’aria fredda della sera.

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A Saud Beach le cose vanno meglio. Riparata dentro un ampio golfo che la protegge dal vento, la spiaggia si stende innanzi a noi con i suoi due chilometri di sabbia bianca incontaminata e acque quiete e cristalline. Pochissimi turisti, un tramonto incantevole in cui il sole si tuffa proprio al centro della baia, qualche pescatore che si aggira tra le capanne e la sagoma in lontananza di barche tirate in secca, dipinte con un’intensa tonalità di azzurro che si confonde con il colore delle onde… La solita meraviglia tropicale insomma, quella che ti fa odiare da amici e parenti sepolti dalla neve di un rigido inverno astigiano. Medito perfidamente di costruire un pupazzo di neve con la sabbia ed una mezza noce di cocco al posto del cappello, per metterlo su Facebook e far morire tutti dall’invidia, ma la spiaggia e’ grezza e contiene così tante conchiglie e coralli che non si riesce a farla cementare..

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Nel sabato del villaggio gli abitanti si ammassano sotto il tetto dell’unico bar del paese, mentre l’alcol scorre a fiumi e si balla tutti insieme Gangnam Style. Si celebra la grande vittoria della super coppa dei villaggi conquistata dalla squadra di basket locale, un’accozaglia sgangherata di ragazzini in canottiera con l’aria da teppisti. Ci sistemiamo in un posto carino, lontano dalla confusione, dal prezzo non economico ma accettabile, presso un resort ancora in costruzione. Il padrone e’ un uomo entusiasta che si aggira affaccendato tra camere e operai con il trapano sempre in mano ed un cappellino da baseball giallo che non toglie nemmeno per andare a dormire. Quello che ancora ignoriamo e’ che il caro signore e’ il più grande tifoso della squadra in questione ed ha organizzato un mega party notturno, con karaoke incorporato, proprio nel cortile della guesthouse. Alle due di notte l’ultimo invitato, ormai solo ed in evidente stato etilico, smette di cantare e ci solleva dal latrato disperato che si insinuava sotto la porta impedendoci di dormire. Ma alle sette del mattino, come in un incubo, la musica si riaccende, gli operai fischiettano e un trapano allegro ricomincia a martellare… Vabbe’, andiamo a dormire in spiaggia, sotto una noce di cocco..

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    • Un lungo viaggio cambia le prospettive e a volte ci sembra quasi che rimarremo così per sempre.. Purtroppo tutto finisce, ma per questa avventura abbiamo ancora tanto tempo davanti ed è meraviglioso.. Come le spiagge..

  1. Mi colpisco, di queste pagine (immagini a parte, ovviamente che sono sempre bellissime ed azzeccate per darci l’idea della natura meravigliosa in cui state vivendo fatta di colori e incontaminazione) dicevo, mi colpiscono le parole “allegria, fischiettando, party, balli di gruppo, entusiasta”…parole che nella nostra realtà astigiana, ma forse anche italiana paiono davvero scomparse! Ci staremo involvendo ????? Certo è che qui la vta è un po’ dura….dunque godetevela, ragazzi!!!! bacio

    • Per quanto qui la povertà sia dilagante, soprattutto nei villaggi più sperduti, la gente riesce comunque a trovare il modo di reagire alle avversità e divertirsi stando insieme.. È molto forte il senso della comunità, che va ben oltre la famiglia, ma include anche i vicini o che spesso si allarga a tutto il paese.. credo che la natura umana tenda sempre alla ricerca della felicità qualunque siano i mezzi a nostra disposizione, anche se viaggiando in paesi così poveri ho capito che a volte chi ha meno ha ancora più risorse, perché riesce a gioire di cose talmente piccole che noi non riusciremo mai a capire..

  2. Tanto per parlare di crisi ci hanno declassati al rating tripla b +. Che rating hanno le Filippine, che quasi quasi vengo a stare li?

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