Kalinga style

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Giorno 173.

Arriviamo a Tinglayan dopo la solita transumanza di bus e jeepney, oltre ad una sosta forzata per la notte nella derelitta città di Tabuk, causa assenza di mezzi di trasporto fino alla mattina seguente. La Cordillera ci accoglie con pioggia, nebbia e quel cielo grigio che non avevamo più trovato dai tempi della Cina e del Capodanno Miao. Le strade del villaggio sono un fiume di fango ed escrementi di maiale in cui ci aggiriamo alla ricerca di un posto decente per dormire. Attraverso un ponte sospeso a prova di vertigini, raggiungiamo la frazione di Luplupa e nella desolazione del villaggio, poverissimo, riusciamo miracolosamente a sistemarci al River Side Inn, un posto semplice gestito da Ottmar e Isabel, una simpatica coppia tedesco-filippina, che conferisce alla nostra spartana sistemazione un decoro piacevolmente inaspettato. Passano quattro mesi qui ed otto in Germania, sul Lago di Costanza. Sono allegri ed ospitali, forse troppo dato che Ottmar ci racconta che tutti i vicini in difficoltà vanno da lui a chiedere prestiti che puntualmente non restituiscono… Per chi si chiede cosa siamo venuti a fare in un luogo così dimenticato da dio, la risposta e semplice, raggiungere Buscalan, un villaggio spettacolare sospeso nel tempo tra montagne e risaie a terrazza, per conoscere una donna di novantadue anni, della tribù Kalinga. A che pro? Perché e’ semplicemente l’ultima rimasta di una stirpe di tatuatori che discende dalle tribù di cacciatori di teste che popolavano le montagne circostanti. La vecchia signora secondo tradizione tatua rigorosamente a mano, usando spine al posto degli aghi e i suoi lavori, soprattutto le scolopendre, sono molto ricercati da locali e turisti occidentali, tanto da creare a volte una lista d’attesa di diversi giorni. Purtroppo la sfiga, sotto forma di tempesta tropicale, si accanisce contro di noi. Tre giorni di pioggia battente hanno reso il sentiero impraticabile e la situazione non accenna a migliorare, per cui siamo costretti a rinunciare alla visita ed io al mio tatuaggio. Pero non sono stati giorni buttati, perché tramite Ottmar e Isabel conosciamo alcuni aspetti di un’etnia, quella Kalinga, molto particolare. Tra i bellicosi villaggi della zona e’ in vigore una sorta di trattato di pace, che consente loro una convivenza pacifica per la maggior del tempo. Se però il patto viene rotto, e basta la fuoriuscita di una goccia di sangue in una lite tra adolescenti, allora vale tutto. Si scatenano vere e proprie guerre tra un paese e l’altro, che non includono solo i litiganti e le loro famiglie, ma costringono alla vendetta l’intero villaggio. La presenza nella zona di una armata di ribelli comunisti (sempre i soliti eh…) favorisce la circolazione di armi, tanto che le deboli forze di polizia locali spesso preferiscono non intervenire, rintanandosi nelle loro piccole caserme e lasciando che i montanari se la sbrighino da soli. Le situazioni di tensione sono più frequenti di quanto si possa immaginare e proprio mentre noi siamo in visita Otmar ci racconta di una lite a scuola finita a coltellate che ha rotto la pace tra due villaggi vicini. Possono seguire scontri a fuoco nei boschi, omicidi e rappresaglie di vario genere, finché le lunghe trattative tra soggetti specializzati, tipo peacekeeper, non raggiungeranno un nuovo accordo… Una specie di faida mafiosa, che stabilisce il prezzo del sangue. Un’altra usanza curiosa, questa volta pacifica, consiste nel sacrificio di un bufalo a testa per i figli di un defunto. Gli animali vengono cucinati e poi offerti agli abitanti del villaggio durante la grande abbuffata che segue il funerale. Più il bufalo e’ imponente, più si dimostra pubblicamente considerazione per il parente mancato, raccogliendo, a seconda dei casi, l’approvazione o il disappunto collettivo. Essendo un bufalo molto costoso, questa pratica porta inevitabilmente all’indebitamento e spesso alla rovina di intere famiglie, ma la tradizione non si può rompere, pena la perdita della faccia e dell’onore di fronte a tutta la comunità, cosa che i Kalinga considerano peggiore della morte.

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