Il suono del riso

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Giorno 180.

Sfrecciamo sul nostro amico Jeepney, in mezzo ai soliti incredibili trasbordi di uomini e bestie, quelli che solo l’Asia ti sa mostrare. Destinazione Banaue, ci arriviamo nel tardo pomeriggio, mentre una vaporosa nebbiolina avvolge la montagna nel silenzio del crepuscolo. Ci abbandoniamo ad un sonno ristoratore che evapora all’alba come la condensa che si innalza dalla valle. Siamo pronti per affrontare tre giorni di trekking in un paesaggio incantato di terrazze artificiali, frutto di un millenario ingegno contadino, che si allungano e si distendono, innumerevoli e armoniose, seguendo i pendii di montagne verdeggianti.

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Tutti, dall’albergatore al commesso della panetteria, vogliono rifilarci una guida, magari un cugino o un amico che ci accompagni. I procacciatori di clienti cercano di venderci un’escursione organizzata a cifre spropositate, perché “ascoltare il rumore del riso che cresce” e’ un business da queste parti. Ma non questa volta, vogliamo scorrazzare liberi fra i terrapieni, perderci nel verde delle risaie, magari sprofondare in un campo, ma essere soli in questo angolo di mondo e vedere se questo suono magico riusciamo davvero a sentirlo.

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Il Jeepney stracarico di merci che ci ha accolto sul tetto si arresta improvvisamente in cima alla montagna. Un sentiero fangoso scende ripido dall’altra parte fino al villaggio di Batad. Davanti a noi si apre un mondo senza strade e senza macchine in cui non vediamo l’ora di perderci. Affrontiamo entusiasti la lunga discesa e ci sistemiamo in un posticino semplice con una magnifica balconata panoramica. Conquistiamo la vetta della terrazza piu’ alta, arrancando sudati fra ripide scale di pietra, in un’umidità innaturale per gente che viene da climi temperati. Quando finalmente i raggi del sole riescono a forare il grigiore nuvoloso, sotto di noi si incendia un anfiteatro naturale di rara bellezza che riempie mente e cuore con il verde di milioni di teneri germogli.

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Batad e’ la principale meta turistica ed è un paese abbastanza attrezzato, anche se l’assenza di mezzi di trasporto fa salire alle stelle il prezzo di cibo e acqua. Fortunatamente abbiamo pranzo al sacco per due giorni: pane in cassetta, pomodori che sanno davvero di pomodoro e formaggio in scatola (!?!) che per un eccesso di conservati non ha neppure bisogno di stare in frigorifero. Ma oltre Batad il turismo finisce. Non incontriamo nessuno lungo il sentiero boscoso che costeggia il fiume, a parte le gonfie nubi addossate alle cime dei monti circostanti che continuano a seguirci. Scavalchiamo una piccola frana camminando su una passerella di fortuna, Fede come sempre mette un piede a mollo nel fango di una risaia, ma a parte ciò raggiungiamo facilmente il villaggio successivo. Il percorso che da Cambulo conduce a Pula si inerpica letteralmente nella bellezza di una cascata di campi di riso appena seminati. Siamo all’alba di nuova stagione e c’e fermento fra i ripidi sentieri, scivolosi di umidità.

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Pula e’ un insieme di umili casupole di legno a palafitta con tetti di paglia che sbucano come un’isola tra il fiume e i campi. Per gli abitanti di questo luogo isolato sono l’unico mondo che si apre su uno scenario naturale che lascia senza fiato. Accanto a noi, un anziana donna Ifugao osserva sorridente il suo, di mondo. Fronte solcata come gole montuose da profonde rughe, sguardo fiero e occhi sinceri da contadina. Si chiama Carmen, ospita i viaggiatori che raggiungono questo angolo sperduto di mondo, e il suono del riso che cresce lei lo conosce davvero, insieme alla fatica che piega la schiena.

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