Quando pensi a una gita

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Giorno 219.

Ci sono certe faccette che ormai avrei dovuto imparare a riconoscere. Quando Fede fa quell’espressione, si sa, non promette nulla di buono. Invece io mi ostino ad ignorare i segnali premonitori e dopo e’ inutile piangere sul latte versato.

Lungo la lenta via di ritorno verso Manila facciamo sosta a Legaspi, dove il Vulcano Mayon si erge maestoso nella sua linea conica perfetta da cui domina la pianura circostante come un enorme cono gelato rovesciato, solcato qua e là da profondi canyon al cioccolato fuso. La punta e’ difficile da vedere, perché lassù, a 2500 metri d’altezza, e’ quasi sempre nuvolo, anche nelle giornate migliori come oggi. Pare che un circolo di correnti faccia sì che tutta l’umidità nel raggio di chilometri vada ad ammassarsi proprio là, come attratta da un irresistibile parafulmine.

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Per fortuna non si può scalare ( e’ troppo ripido e poco sicuro, perché sempre attivo) così mi aggiro rilassata tra i punti panoramici, sicura che Fede non potrà inventarsi nulla per turbare la quiete della mia giornata. Gli ultimi cinque giorni, spesi tra autobus e barche nel disperato tentativo di risalire verso nord lungo la via più breve, che ovviamente non abbiamo azzeccato, mi hanno stremato nel corpo e nella mente. Ho male al culo, ai reni, al collo e su quegli autobus patisco per quasi tutto il tempo. Oggi voglio proprio godermi una bella gita e sgranchire le ossa in vista degli ultimi due giorni di viaggio che ci attendono….

E poi leggo un cartello: divertentissimo tour in quad nel letto del fiume fino alle pendici del vulcano. Per info, cento metri più avanti sulla destra. E mi sembra una bellissima idea per una gita, non sono mai salita sopra un quad e ci immagino scivolare su quattro ruote lungo sentierini di ghiaia accanto al ruscello, fra campi e banani, fino a sfiorare l’ombra del vulcano. Fede sembra incredulo, mi chiede diverse volte se sono sicura, ma io insisto entusiasta, anche se costa caro. Ed ecco che per un secondo compare la faccetta, quella del bambino che sta per rubare caramelle, con tanto di autorizzazione genitoriale. Ingenuamente la ignoro e vado a mettermi il casco.

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Quando torno Fede ha scelto il più grosso. Perché come spesso accade nella mente del maschio, la virilità e direttamente proporzionale alla potenza del mezzo di trasporto. Dentro di me inizia a suonare un campanellino di allarme. Mi siedo dietro, mi stringo forte e annuisco, sempre più preoccupata, alle duecento raccomandazioni del titolare su cosa vuol dire condurre una guida sicura. Fede intanto romba col motore. E via, si parte. Mi bastano cento metri per capire che non sarà la gita che immaginavo. Fede sgasa e incalza la nostra guida in una specie di gara nel letto del fiume. Spruzzi di fango e acqua, e ghiaia, e terra, mi schizzano ovunque mentre sobbalzo disperatamente sul sedile posteriore, come un burattino sgraziato. Credo di aver strillato “PIANO!” per tutto il tempo nelle orecchie di un Avidano completamente fuori controllo e sordo a qualsiasi richiamo.

Impossibile godersi il panorama ovviamente, sono troppo intenta a non volare via come uno straccio steso in balia di troppo vento. Quando torno mi sanguinano le nocche delle dita, tanto ho stretto quelle dannate sbarre posteriori per tenermi. Fede, improvvisamente rinsavito, mi chiede con un sorriso colpevole se non mi sono divertita. Incrocio le braccia e gli comunico ufficialmente che c’è poco da ridere perché non ci sarà una prossima volta. Ma devo ammettere che anche io ho imparato qualcosa: fino ad oggi, nel mio immaginario un quad era qualcosa di molto simile a quelle macchine elettriche che intrepidi sessantenni usano sui campi da golf, oppure i paraplegici per andare in giro in centro. Bene, adesso ho scoperto che non è così.

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