Archivio mensile:maggio 2013

Open Water… e speriamo che il finale sia diverso..

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Giorno 268.

“Dopo l’istante magico in cui i miei occhi si sono aperti nel mare, non mi è stato più possibile vedere, pensare, vivere come prima”, così diceva il grande oceanografo francese Jacques-Yves Cousteau.

La prima volta che i nostri occhi si sono aperti e’ stato sui magnifici fondali Filippini, allora lo snorkeling sembrava bastarci. Ci siamo ingolositi a Derawan, il paradiso delle tartarughe, ma i tempi non erano ancora maturi. Adesso e’ tardi per tornare indietro, perché ormai siamo addicted, ed e’ giunto il momento di provare qualcosa di più forte. Senza contare che sarebbe da stupidi passare sei mesi in Indonesia senza fare nemmeno un’immersione….

In teoria, il brevetto da sub Giulia c’è l’avrebbe già, anche se le servirebbe una bella spolverata visto che non pratica da quindici anni, mentre io in acqua sono sempre stato a mio agio. Recuperiamo in giro anche due libri usati per il corso base, PADI Open Water, così iniziamo a leggerli per farci un’idea di quello che ci aspetta. Insomma, nessuna scusa, appena un po’ di apprensione, perché a giudicare dal libro, cose terribili aspettano in agguato i novizi: narcosi da idrogeno, iperestensione polmonare, sindrome da decompressione…va bene che non bisogna sottovalutare niente, ma così voi la gente la terrorizzate a morte… Passo la notte a chiedermi se sia una buona idea, in fondo siamo sempre andati alla grande con lo snorkeling, che bisogno c’è di infilarsi in una muta da palombaro, farsi scoppiare un timpano se non riesci ad equalizzare, respirare da un compressore manco fossi moribondo al Seattle Grace Hospital? Mi sveglio convinto di lasciar perdere, ma con mia grande sorpresa Giulia si e’ intestardita a tutti i costi. Bella lei, che ha già fatto dieci immersioni in passato, facile così… ormai pero’ non posso tirarmi indietro, così, con la morte nel cuore, accetto. E poi sento che questo e’ il posto giusto, Iboih Beach, Pulau Weh, Sumatra. Troviamo una scuola di sub che ci garba parecchio, la Scuba Weh, gestita dai simpatici Mus e Pon, che incredibilmente ci procurano un istruttore italiano, forse l’unico in tutta Sumatra.

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Con la sua passione, Alberto Martino da Como spazza via i miei dubbi esistenziali, e mi convince che la cosa e’ più facile e sicura di quanto sembri a prima vista… Il mattino dopo ci ritroviamo insacchettati come mortadelle ad affrontare le prime prove con la bombola a 4 o 5 metri di profondità. Giulia fa la saputella, visto che proviamo cose basilari per “una che in teoria il brevetto ce l’avrebbe già “. Così mi tocca sopportarla mentre cerco di imparare come togliermi e rimettermi la maschera sott’acqua, respirare con la bombola del compagno, staccarsi i pesi ed il BCD… Quando Alberto decide che siamo sufficientemente pronti e addestrati a non fare grosse cazzate, finalmente ci porta davvero sotto, per la prima volta a 12 metri. Dopo 3 secondi sono già innamorato. Il mondo sott’acqua si muove al ritmo del tuo respiro, non ci sono rumori se non quelli delle tue bolle, gli stessi pesci sono infinitamente più rilassati rispetto a quando li avvicini facendo snorkeling, probabilmente perché ti scambiano per un loro simile, solo più grosso ed impacciato. Imparo ben presto che le caratteristiche fisiche di cui andavo orgoglioso sul campo da calcio, le gambe muscolose e potenti ed i polmoni capienti, nel mondi dei sub sono un handicap: sono pesante, brucio molto più ossigeno, e la mia scorta d’aria dura molto meno di quella di Giulia, maledetta lei e la sua cassa toracica da canarino…comunque nel complesso me la cavo. Dopo tre giorni passiamo l’esame finale e siamo finalmente sub abilitati.

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I ragazzi della scuola ci offrono un’immersione gratuita la mattina dopo, e noi decidiamo di farne un’altra ancora nel pomeriggio per ottenere l’abilitazione a scendere fino a 30 metri… specializzati in Deep Water, che fa molto più figo… Durante la notte però’, le tenebre mi raggiungono. Probabilmente a causa di qualche sforzo fatto sulla barca (carica le bombole, scarica le bombole) inizio a sentire male al polso, al gomito ed alla spalla…niente di grave, non fosse che il maledetto libro del corso indicava questi malesseri come sintomi della pericolosissima sindrome da decompressione… Vado in bestia, muoio e risorgo almeno un paio di volte, e passo la notte ad ascoltare cosa mi dice il mio corpo, preparandomi al peggio… In realtà non mi dice assolutamente nulla e quando al mattino mi ritrovo ancora in vita e sano come un pesce, il cervello invece, lui si’, mi dice “sei proprio un coglione”…

Raccolgo le forze residue e mi preparo per andare di nuovo sotto, anche grazie alle rassicurazioni di Alberto, che a stento non mi ride in faccia…visto che le possibilità di avere problemi a seguito di un’immersione sono pochissime, sicuramente meno che avere un incidente sulle strade di Sumatra, infestate da mezzi che stanno letteralmente insieme con lo spago, guidati da autisti pazzi, secondo i quali Fernando Alonso e’ una mezza sega, e decisi a dimostrare la propria superiorità superando in curva qualsiasi cosa si muova. Comunque meglio così, perché questa volta vediamo squali del reef, tartarughe ed altri grossi pesci di cui Alberto ci dirà poi pazientemente i nomi: bumphead parrotfish, sweetlips, murene giganti e leopardate, seppie, polipi, pesci scorpione ed infiniti altri. Alla sera, tornati al bungalow, ci ritroviamo a pianificare i nostri successivi spostamenti in Indonesia anche in funzione dei siti migliori per il diving… forse questa volta il morbo ha preso proprio noi…

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L’arte di sopravvivere ad un matrimonio

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Giorno 262.

Giugno, epoca di matrimoni.. Anche in Indonesia, perché alla fine tutto il mondo e’ paese.
Noi ci intrufoliamo curiosi, nel mezzo di una moto-gita lungo il lago Takengon. L’aria e’ fresca, il sole splende sullo specchio d’acqua gelido e cristallino. Una strada sinuosa come un serpente percorre le sponde del lago e Fede si crede subito Valentino Rossi. Finalmente riprendo contatto con una rada vegetazione alpina, familiare, rassicurante dopo le oscurità umide e minacciose della jungla. Poi incappiamo nel matrimonio.

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Le dieci regole per sopravvivere ad un matrimonio islamico in Indonesia:

1- Non cadere col motorino mentre ti imbatti dietro una curva in improvvisati dossi di gomma, sparsi qua e la dagli organizzatori dell’evento, che si svolge proprio sul ciglio della strada e coinvolge l’intero villaggio, con l’evidente scopo di scongiurare che autisti spericolati stirino gli invitati, rovinando la festa a tutti quanti.

2- Se si vuole partecipare e’ sufficiente fermarsi con aria incuriosita davanti agli enormi cartelloni nuziali, segnale di matrimonio in corso, e qualcuno ti trascinerà all’interno, sotto il padiglione, perché un western porta bene sempre bene, come una mascotte.

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3- Vestirsi elegantemente ma non troppo, perché non ci sono tavoli, qualche sedia appena. Il grosso della festa si svolge su stuoie di paglia, seduti tutti insieme appassionatamente. E in un attimo, intorno a te si accumulano centinaia di bicchierini di plastica schiacciati, ossa di pollo, lische di pesce. Gli avanzi di cibo si spiaccicano sotto il tuo peso e la tintoria chi la paga poi?

4- Se si arriva nel pomeriggio sarà difficile vedere gli sposi, perché si ritirano per un sonnellino di bellezza. Devono recuperare le forze per lo sprint finale che li aspetta alla grande balera notturna. Noi siamo fortunati, abbiamo una fugace visione della sposa, sgattaiolata fuori in velo e pigiamino fiorato, in cerca di munizioni da bocca. Ovviamente si rifiuta categoricamente di farsi fotografare.

5- In compenso sarai accolto dai parenti dello sposo, presso i quali si tiene il ricevimento, che da buoni padroni di casa ti offriranno un posto d’onore e si sederanno accanto a te, intrappolandoti in una fitta conversazione a senso unico, in indonesiano stretto.

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6- I muslim non bevono alcolici, ma sopperiscono con la tecnica dell’ebbrezza da cibo. Vietato rifiutare ogni piatto che ti verrà proposto per quanto piccantissimo. Indimenticabili scene di uomini gonfi di nasi campur, che si dormono addosso con la testa che ciondola sulla panza e la bolla al naso, come i peggiori ubriaconi, serviranno da monito per capire quando smettere di mangiare e iniziare a fingere.

7- Accettare di sedersi sul trono degli sposi, significa acconsentire a subire un estenuante servizio fotografico da parte di una lenta processione di invitati che ti vuole come bomboniera ricordo sul proprio cellulare.

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8- Allo stesso tempo e’ obbligatorio accettare di fare un sacco di foto inutili a destra e a manca, segno che anche tu ricambi e trovi gli altri invitati interessanti.

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9- La musica e’ il cuore della festa, per quanto i partecipanti si dilettino in karaoke più o meno stridenti. Dimostrare di non gradire e’ molto scortese, mentre rifiutasti di partecipare potrebbe addirittura far crollare le proprie quotazioni di portafortuna.

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10- Il vero problema si porrà quando ormai sfinito vorrai andartene. Le possibilità si alternano tra lo sgattaiolare via di nascosto, cosa quasi impossibile essendo al centro della scena, oppure iniziare a correre sperando di non essere ripreso, abbattendo a testate tutti quelli che si parano lungo il tuo cammino. Noi decidiamo di mentire, promettendo di tornare la sera per la grande balera notturna….

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Into the wild

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Giorno 259.

A cento metri dalla guesthouse, formiche grosse come il mio dito mignolo ci tagliano incuranti la strada in formazione da battaglia. Sono enormi, rosse ed aggressive. E sono solo formiche, cioè gli essere più innocui che mi appresto ad incontrare in questo trekking di due giorni al Parco di Gunung Leuser. Mi sto già chiedendo chi me l’ha fatto fare. Gli stramaledetti oranghi si potevano comodamente vedere al centro di reinserimento di Bukit Lawang, dove due volte al giorno vengono sfamati con frutta fresca, a beneficio loro e dei turisti che pagano per assistere alla scena. Ma Fede ci tiene troppo all’esperienza into the wild e, vista la mia reticenza, si è anche offerto di andare da solo, proponendomi l’opzione di aspettarlo per due giorni al villaggio di Ketambe, graziosamente alloggiata in un bungalow con terrazzino vista fiume, in compagnia di blatte invadenti che accampano un diritto di precedenza sull’uso del bagno. Ma il mio orgoglio non avrebbe mai potuto tollerare l’idea. Così eccomi qui, con le mie ghette anti sanguisughe ben annodate sopra i pantaloni, tanto strette da bloccarmi la circolazione al punto che presto avrò le gambe in cancrena, zainetto in spalla pieno di cortisonici e spray repellente, coltellino svizzero in tasca, perché da piccola ero fan di Mc. Giver e non posso fare a meno di credere che un coltellino può sempre salvarti la vita.

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La nostra guida lascia la strada principale e ci indica di seguirla attraverso un sentiero che non e’ affatto un sentiero, perché un sentiero dovrebbe prevedere almeno un agile passaggio a chi deve per forza percorrerlo, mentre questo si potrebbe definire al massimo un passaggio invaso dalla giungla, dove la vegetazione cresce appena un po più rada. La foresta e’ tanto fitta che anche il cielo sembra verde e non si riesce a vedere che a pochi metri di distanza. Ci inerpichiamo su per la montagna e dopo dieci metri siamo già completamente marci. Vedo il sudore evaporare dalle nostre magliette in nuvole di fumo. L’umidità e’ del duecento per cento e l’aria ti assale con quell’odore di humus e foglie morte che ricorda un po’ l’autunno nei boschi, ma molto più selvatico. La guida ha un bel passo da stambecco e ogni tanto si ferma per lasciarci respirare. Ne approfitto per liberarmi dalle sanguisughe che inesorabilmente stanno risalendo sopra le ghette, lungo i pantaloni, alla ricerca di uno spicchio di pelle nuda cui attaccarsi. Fede le guarda con stupita curiosità e quasi vorrebbe sperimentarne il morso, ma ovviamente non sarà lui il fortunato.

L’incontro con gli oranghi si rivela un’emozione in grado di dissipare ogni tensione residua. La guida sa dove cercare e ci imbattiamo in mamme con i cuccioli, giovani esemplari che giocano e si inseguono, maschioni dalla faccia larga che ci scrutano dall’alto. Passiamo la giornata ad inseguire intere famigliole che si spostano agili tra le fronde, sempre in cerca di cibo. Spesso per non perderli ci mettiamo a correre tra le felci, scavalcando radici o usando tronchi caduti come ponti improvvisati. Li vediamo prepararsi il nido per la notte ed assistiamo anche ad una scena di accoppiamento con ululati degni di un film porno. L’emozione più grande la proviamo quando un grosso maschio, spezzatosi il ramo cui era aggrappato, atterra a pochi metri da noi. Solo in quel momento, mentre lui ci squadra indeciso, comprendiamo le sue dimensioni impressionanti. La guida ci fa segno di stare indietro e dopo un lungo minuto passato a fissarci, l’organo si allontana nella giungla.

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Raggiungiamo il campo affamati e sporchi. Fede come al solito e’ scivolato diverse volte ed e’ una maschera di fango, come Shpalmen. In fretta ci infiliamo i costumi pronti per un bagno rigenerante nelle acque fresche del torrente. Solo allora scopro con orrore una grossa sanguisuga golosamente attaccata alla mia chiappa destra, dove si sta evidentemente nutrendo da diverse ore viste le notevoli dimensioni. Mi riesce impossibile mantenere il controllo ed evitare la patetica scena della straniera in bikini che saltella sulla riva del fiume, strillando al marito di occuparsi della faccenda. Nel frattempo le guide si godono divertite lo spettacolo.

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La tenda e’ un colabrodo piena di buchi, peggio di uno scolapasta. Una certa apprensione mi assale al pensiero di tutti gli ospiti indesiderati che questa notte potrebbero strisciarci attraverso. Mi infilo dentro il saccapelo chiudendo tutte le cerniere e in un attimo divento un insaccato, il classico prosciutto all’italiana. Se ci fosse una serratura le darei pure un giro a doppia mandata, ma sarebbe comunque inutile, perché non sono i ladri che vorrei tenere lontani… Il saccapelo e’ umido ed emana un’aroma di muffa mai lavata, che va a mescolarsi all’odore di tutti gli escursionisti che ci hanno già dormito dentro. Estorco a Fede la promessa di accompagnarmi se nel cuore della notte dovesse scapparmi la pipi, ma per azzerare il rischio cerco comunque di non assumere liquidi. La notte passa scomoda sul fondo duro della tenda, immersi nei rumori nuovi della giungla.

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Cominciamo la giornata con banane fritte a colazione, ci laviamo i denti nel ruscello e mi becco un’altra bella sanguisuga tra le dita dei piedi, ma me ne accorgo quasi subito questa volta. Fede sembra quasi geloso. Poi si parte per un nuovo giro esplorativo. Rientriamo nel pomeriggio al villaggio, entusiasti degli avvistamenti fatti e personalmente sollevata per aver sfangato anche questa, il fatidico trekking nella giungla, rivelatosi alla fine meno spaventoso del previsto. Perché il vero pericolo alla fine ti aspetta in agguato quando meno te lo aspetti, mentre stai comodamente seduto al tavolino di un ristorante e ti senti perfettamente al sicuro. Allora per esempio, uno scorpione agguerrito potrebbe sbucare dal pavimento della cucina, comparendo all’improvviso a pochi passi dai tuoi piedi nudi. E mentre tu stai li fermo a guardarlo ipnotizzato e non riesci a muovere neanche un muscolo, la signora del ristorante si gira anche lei, lo vede e, con la massima disinvoltura, lo abbatte a colpi di padella. Dopodiché torna a cucinare, come se niente fosse, e te lo lascia li spiaccicato sul pavimento. Non ci diciamo una parola, Fede ed io, ma contemporaneamente alziamo i piedi e li incrociamo sotto il culo, al sicuro, sulla sedia…

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Un vulcano per principianti

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Giorno 255.

Dopo tanti mesi passati al caldo, con temperature sempre superiori ai 30 gradi, notti appiccicose e ventilatori accesi, aria condizionata bramata e poi maledetta, la prima cosa che pensiamo appena arrivati a Berastagi, 1300 metri sul livello del mare, e’ “cazzo che bel fresco!”.

L’isola di Sumatra e’ famosa per i terremoti, gli tsunami ed i vulcani, ed e’ proprio per scalare uno di questi, il fumante Gunung Sibayak, che siamo qui. Siamo piacevolmente colpiti dai bassi prezzi e dalla buona qualità delle guesthouse, decisamente migliori che in Borneo, e dalla presenza di qualche altro western con cui scambiare quattro chiacchiere e decidere di intraprendere insieme la scalata alla montagna di fuoco, già fissata dai nostri nuovi amici per due giorni dopo. Abbiamo così un giorno di tempo per esplorare la campagna nei dintorni, puntellata di villaggi Karo Batak, una minoranza etnica convertita al cattolicesimo nel secolo scorso, dopo un turbolento passato da cacciatori di teste. Oggi comunque sono molto ospitali, ci aprono tranquillamente le porte delle loro “longhouse”, o case lunghe, abitate tradizionalmente da otto famiglie ciascuna, con quattro cucine condivise, otto letti matrimoniali per i capifamiglia, separati con una tenda dal grande ambiente comune in cui dormono i figli. Ci fermiamo a chiacchierare con i vecchi della casa, che passano il tempo a masticare noci di betel, mentre preparare medicamenti naturali, e si divertono a posare orgogliosamente per le nostre foto con il berretto da vecchio combattente…

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Al ritorno veniamo coinvolti dalla proprietaria della guesthouse, nonché insegnante del villaggio, in una surreale lezione d’inglese con un gruppo di ragazzine locali. Ci divertiamo come pazzi nel rispondere alle loro domande sull’Italia, Avril Lavigne ed i nuovi divi bellocci del cinema internazionale, anche se la mia ignoranza in materia e’ palese, dato che ai film hollywoodiani ho sempre preferito qualche bella pellicola russa, sottotitolata in cecoslovacco…stile Corazzata Potemnik… Gli facciamo vedere qualche foto di casa, delle nostre sorelle, degli amici, della neve in cortile, del carnevale. Ed e’ a questo punto che quando cerco di spiegare il costume di Giulia, vestita da ballerina di can can, l’unica parola in inglese che mi sale alla mente e’ “prostitute”… Loro la squadrano inorridite, mentre lei e’ viola per l’imbarazzo. Forse avrei dovuto immaginare la reazione di dieci ragazzine mussulmane di un villaggio sperduto nel cuore di Sumatra, prima di dire che mia moglie a Carnevale si veste da prostituta…

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Il giorno dopo si parte, le scarpe da trekking, dopo mesi di infradito, ci fanno un male boia, e siamo anche parecchio fuori allenamento. Per fortuna gli altri quattro non sono proprio atleti provetti, uno e’ un sedicente ex spacciatore australiano magro come uno stecco con due occhiaie indescrivibili, accompagnato da una fidanzata tedesca stralunata. In più ci sono una ragazza sino-newyorchese e Jenna, inglese di Manchester grassoccia e tormentata dall’asma. Insomma, inseriti in tale compagnia, facciamo la nostra porca figura.

Il vulcano e’ famoso per essere uno dei più accessibili del paese, per cui l’ascesa e’ piuttosto facile. Tuttavia, in uno dei tratti più impegnativi, la povera Jenna, già attardatasi più volte, cade fragorosamente, ricoprendosi di terra e lividi. Ma l’intrepida decide di continuare, ignara di quello che le riserverà la giornata. In cima godiamo del panorama, respiriamo lo zolfo che esce dalle fumarole, con quel bel colore giallo limone, mangiamo un panino e respingiamo le insistenti offerte di una guida locale sbucata dal nulla, che a tutti i costi vuole accompagnarci a valle per un sentiero alternativo, a suo dire più breve, ma decisamente più difficile. Giulia ed io, attratti dalla prospettiva, abbiamo già deciso di tentar la scorciatoia per conto nostro, seguiti a ruota dall’americana, rivelatesi un bello stambecco, e dalla riluttante coppia mista. Con nostra grande sorpresa decide di aggregarsi anche Jenna. Ma quando la vedo muovere i primi timorosissimi passi giù per il sentiero, capisco immediatamente che sarà una giornata moooolto lunga…

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Il sentiero si rivela il letto disseccato di un torrente che nella stagione delle piogge scorre ripido verso valle. Scivoloso e pieno di rocce traballanti, è sicuramente un percorso bello tosto, spaccagambe e più impegnativo del previsto. I nostri compagni, delle vere facce da culo, si disinteressano completamente delle difficoltà incontrate della nostra goffa amica, così iniziano a scendere senza preoccuparsi troppo del fatto che lei ce la faccia o meno… Per quanto appena conosciuta, ovviamente non ce la sentiamo di abbandonarla al proprio nefasto destino, per cui decidiamo di aspettarla, molto contrariati dal comportamento menefreghista degli altri tre. Giulia cerca di incoraggiarla, mentre io procedo in avanscoperta alla ricerca della via piu facile, non poco preoccupato del buio che incombe. Nei punti più ostici dobbiamo letteralmente calarla giù dal sentiero, ma lei non demorde, dimostrando una tenacia ed un coraggio, che sfidano le sue evidenti difficoltà…. Impieghiamo quasi quattro ore a scendere il sentiero, normalmente percorribile in due. Conquistiamo la valle a passo di lumaca, appena prima del calar del sole, con due ore di ritardo sui nostri amici in fuga. Li troviamo in fondo belli freschi, anzi belli caldi, comodamente spaparanzati nelle vasche termali alimentate dal vulcano. E’ tardi e ci resta poco tempo per un bagno ristoratore. Sono arrabbiato, ma li raggiungiamo lo stesso, mentre mi mordo la lingua per non insultarli. Una sola persona continua a sorridere, ed è una bella soddisfazione vedere Jenna che, di fronte ai loro sguardi imbarazzati, ci ringrazia di cuore per non averla abbandonata sulla cima….

Borneo – Informazioni pratiche

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KOTA KINABALU – MALAYSIA
DA FARE:
Città di passaggio per via dei voli economici che collegano l’isola alla Malesia continentale. Sul lungomare si trova un fornito mercato artigianale dove centinaia di bancarelle letteralmente traboccano di souvenir di ogni genere. Una cena a base di pesce al frequentato mercato notturno va provata, ma bisogna prepararsi a prezzi quasi europei.
DORMIRE:
Akinabalu Youth Hostel – 65 RM camera senza bagno, colazione inclusa – posto accogliente e frequentato da giovani viaggiatori, dispone di un’ampia ed ariosa sala comune, con WIFI e TV, camere e bagni semplici, ma molto puliti.

SUKAU – MALAYSIA
DA FARE:
Escursione all’alba sul Kinabatangan River per avvistare le buffe scimmie nasiche. Ogni Guesthouse organizza il giro in barca per i propri clienti. I prezzi sono ovunque gli stessi, per circa tre ore di navigazione si aggirano sui 30 RM a persona.
DORMIRE:
Sukau RB Lodge – 50 RM bungalow con bagno + colazione inclusa – e’ il primo posto che si incontra uscendo dal villaggio, seguendo il corso del fiume. Le camere sono un po’ umide per via delle abbondanti piogge e ci sono molte zanzare, ma se si vuole soggiornare sul lungo fiume non c’è via di scampo. Il padrone e’ molto ospitale e fornisce pasti solo su prenotazione. E’ importante ricordarsi di avvisarlo almeno due ore prima se non si vuole rimanere senza cibo, perché in tutto il villaggio non c’è un ristorante.

TAWAU – MALAYSIA
DA FARE:
Il consolato indonesiano di Tawau e’ il miglior posto in tutta l’Asia per ottenere in poche ore un visto turistico di due mesi. A differenza di Singapore e Kuala Lumpur, qui non è richiesto alcun volo d’uscita dal paese come requisito essenziale per il rilascio del visa. Unica raccomandazione, e’ necessario vestirsi adeguatamente per poter accedere agli uffici, niente gonne troppo corte o infradito per gli uomini.
DORMIRE:
North Borneo Hotel – 50 RM camera doppia con AC – hotel vecchio stile in via di restauro. Le camere sono spaziose e molto luminose, i letti puliti e di buona fattura, mentre la moquette ha visto giorni migliori. Peccato per gli scarafaggi.

TARAKAN – INDONESIA
DA FARE:
Una visita al parco cittadino dove sono protetti diversi esemplari di scimmie nasiche ed un’escursione fuori città per visitare la ricostruzione di un villaggio tradizionale. Per noi la cosa migliore e’ stato incontrare per caso Uri, l’unica couchsurfer della città, che ci ha introdotto tra i suoi amici con feste di battesimo e serate al karaoke.
DORMIRE:
A casa di Uri e della sua splendida famiglia.

DERAWAN – INDONESIA
DA FARE:
Per essere un’isola la cui circonferenza si percorre a piedi in meno di un’ora via spiaggia, Derawan offre davvero un sacco di esperienze indimenticabili. Una spiaggia incontaminata che, durante la bassa marea, si allunga in mare con un chilometrico banco di sabbia bianchissima. Decine di tartarughe che nuotano proprio sotto i bungalow e ogni notte vengono a riva per deporre le uova, sotto la vigile osservanza di un manipolo di rangers del WWF. Snorkeling eccezionale sulla vicina isola di Kakaban, dove è anche possibile fare il bagno in un lago salato popolato da migliaia di esemplari di meduse non urticanti. Non abbiamo visto le mante giganti, che si trovano numerose sulla vicina isola di Sangalaki, ma Derawan si classifica decisamente nella nostra top ten delle isole da sogno.
DORMIRE:
Pinades – 100.000 Rp camera doppia con balcone + colazione inclusa – Marsi e la sua famiglia gestiscono con grande ospitalità questa guesthouse composta da tre camere a palafitta sull’acqua, dall’arredamento semplice, ma pulitissime, proprio sul molo più lungo del villaggio ed anche il più panoramico. Donuts fatti in casa per colazione.

SAMARINDA – INDONESIA
DA FARE:
Base di partenza per l’escursione lungo il Mahakam River. La città vanta una bella moschea che si specchia sulle acque fangose del fiume.
DORMIRE:
Gelora Hotel – 121.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – in assoluto vince il premio per la stanza più schifosa di tutto il viaggio (finora, perché non c’è mai limite al peggio). La Lonely Planet ci fa davvero un bel pacchetto suggerendoci questa sistemazione dalle “camere immacolate”, parole testuali della guida, che si rivelano ammuffite, scrostate e traballanti, in una struttura vecchia come Noè. Purtroppo in città gli alberghi sembrano essere tutti pieni, eccezion fatta per il Gelora Hotel e non è difficile capire il perché.

MAHAKAM RIVER – INDONESIA
DA FARE:
L’escursione lungo il fiume attraverso i tradizionali villaggi Dayak e’ davvero un tuffo nel passato. Fino al villaggio di Long Bagun si può risalire in economia grazie ad un efficiente servizio di battelli pubblici, oltre e’ necessario noleggiare piccole imbarcazioni veloci a prezzi decisamente meno abbordabili. Da qui si può organizzare la Transborneo, un trekking di diversi giorni nella giungla che conduce fino al Kapuas River e da li discendere nuovamente fino al mare. Ma e’ un’esperienza abbastanza estrema, per cui necessita tempo, denaro, guide affidabili e un buon allenamento fisico.
DORMIRE:
Sul battello pubblico e’ possibile noleggiare dei materassini per dormire. Il costo si aggira sulle 20.000/30.000 Rp da aggiungere all’importo del biglietto per la tratta che si vuole percorrere. A bordo si trovano toilettes spartane ed un discreto servizio ristorante.

MUARA MUNTAI – INDONESIA
DA FARE:
Il villaggio e’ una bomboniera di case sull’acqua collegate da strade di legno ricavate su passerelle rialzate. Bellissimi scorci di bambini che nuotano nei cortili allagati durante le piene del fiume.
DORMIRE:
Penginapan Srimuntai – 100.000 Rp camera doppia senza bagno + free coffee – ricavata in una grande casa azzurra, gestita da un’anziano signore, questa guesthouse offre camere semplici e pulite con bagni in comune ed acqua corrente.

LONG BAGUN – INDONESIA
DA FARE:
Alla ricerca delle vecchie donne Dayak che ancora sfoggiano i tradizionali tatuaggi su mani e piedi.
DORMIRE:
Losmen Polewali – 130.000 camera doppia senza bagno – il posto e’ carino, nuovo e ben ristrutturato. Le camere sono un po’ piccole per due, con letti da una piazza e mezza. Il vecchio proprietario non è proprio un signore simpatico e accomodante.

DATAH BILANG – INDONESIA
DA FARE:
Combinare un incontro con un’anziana dalle lunghe orecchie può costare tra le 100.000 e le 200.000 Rp. Contrattare e’ d’obbligo.
DORMIRE:
Tepian Losmen – 50.000 Rp camera doppia senza bagno – la pensione si trova proprio sull’imbarcadero dove attracca il battello. Le camere sono davvero molto spartane, i bagni un buco sull’acqua e la doccia si fa nel fiume, ma la famiglia che lo gestisce e’ veramente accogliente, il ristorantino serve buoni piatti economici ed il figlio maggiore Ojezz parla un buon inglese e si presta volentieri a fare da guida gratuita per i turisti di passaggio.

BALIKPAPAN – INDONESIA
DA FARE:
Assolutamente niente. Noi aspettiamo un volo per Jakarta.
DORMIRE:
Aiqo Hotel – 265.000 Rp camera doppia con AC + colazione inclusa – hotel nuovissimo e pulito, ma abbastanza caro per il livello delle camere.

NOTE:
Cambio aprile 2013 – Malaysia: 1 euro = 4 RM circa.
Cambio maggio 2013 – Indonesia: 1 euro = 12.500 Rp circa.