Alla ricerca di Kurtz… Parte seconda

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Giorno 249.

«Risalire quel fiume era come compiere un viaggio a ritroso nel tempo, ai primordi del mondo, quando la vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi alberi ne erano i signori… ». Joseph Conrad.

Oggi i grandi signori di legno vengono trasportati cento alla volta, sezionati alla radice, come giganti addormentati su enormi chiatte di ferro, che come Caronti implacabili li traghettano verso il mare… Bisogna fare posto alle grandi piantagioni di palma da olio, seguendo l’esempio dei ricchi cugini malesi, che si aggiudicano tutti gli appalti con le loro multinazionali, così la ricchezza lascia due volte il paese. Temo che anche qui tra dieci anni di foresta pluviale ne rimarrà ben poca…

Il Sungai Mahakam si insinua come una enorme ferita che spacca in due il cuore verde del Borneo. E visto dall’alto deve davvero sembrare un serpente gigantesco… La risalita e’ lenta e costante. Ogni tanto ci imbattiamo in un villaggio di pescatori dove le case resistono appollaiate su lunghi pali di legno a picco, in un gioco di stuzzicadenti dall’equilibrio precario. Ci si muove in canoa, a remi o a motore, e a seconda del livello del fiume anche le strade si allagano, tramutandosi in canali.

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A Long Bagun il tempo scorre lento, scandito dai piccoli e semplici gesti quotidiani. L’acqua è al centro della vita e della casa. Viene usata per l’igiene personale, la cucina, un paziente bucato, il divertimento dei bambini. E chissenefrega se tre metri più in la, in una toilette tradizionale, di quelle col buco sul pavimento già incontrate sul battello per intenderci, qualcuno si sta allegramente scaricano lo stomaco mentre ti godi un tuffo rinfrescante.

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Al villaggio visitiamo alcune tipiche longhouse, ornate di sculture e maschere tribali. Le donne si dedicano all’artigianato tessile o alla produzione di gioielli di perline. Alcune provano antiche danze tribali, in vista dell’imminente festival di fine mese che vedrà affluire al villaggio tutti i Dayak dei dintorni, nei loro costumi più belli. Ma non oggi: leggiadre signore svolazzano distrattamente col pigiamino di cotone, ondeggiando grossi ventagli di piume in fantasia zebrata.

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I giovani ormai scorrazzano in motorino cellulare alla mano, ma in giro, all’ombra dei porticati, si intravedono ancora i vecchi Dayak con i tatuaggi tradizionali che ricoprono completamente mani e piedi. Nella leggenda popolare, i tatuaggi avevano una finalità quasi religiosa, poiché quando una persona moriva servivano ad illuminarne il cammino verso l’aldilà. Incontriamo due anziane signore e, non so come, ci fermiamo con loro per oltre un’ora, chiacchierando sotto un’albero di papaya con le poche parole indonesiane che conosciamo e molti gesti. Entrambe non sanno dirci esattamente la propria età, sanno solo di essere ultra ottantenni, anno più anno meno… E poi non c’e’ mica l’anagrafe da queste parti.. Ancora oggi i loro tatuaggi sbiaditi dal tempo sono bellissimi, dei veri capolavori di pazienza che non hanno molto a che vedere con le brutte imitazioni sfoggiate oggi da muscolosi ragazzotti in canottiera, col fucile da caccia sottobraccio.

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A Muara Muntai scopriamo un popolo semplice che abita un villaggio di palafitte e viali ordinati. Anche le strade sono di legno, costruite su passerelle rialzate per evitare le piene del fiume, e sono tanto lucide e pulite che ci si potrebbe mangiare sopra. Ci ospita un vecchio signore sorprendentemente alto, che si aggira con passo instabile, gonnellino tradizionale a quadri bianchi e blu e canotta della salute. Non toglie mai lo zuccotto bianco, forse nemmeno per dormire.

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Il villaggio e’ davvero una delizia, una piccola Venezia di legno senza turisti. Surreali scorci di casette galleggianti e donne alle prese col bucato si susseguono ad ogni angolo. Una moschea color menta fresca si specchia nel campo da calcio allagato. I bambini sguazzano nelle pozze dentro canotti e paperelle gonfiabili, l’accessorio più venduto su ogni bancarella. Quando ci vedono impazziscono di gioia e si cimentano in tuffi e acrobazie per attirare la nostra attenzione.

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Incontriamo Ojezz, sul battello lungo la via di ritorno. Giovane, sorridente, piccolo imprenditore di se’ stesso, ci informa che sua madre ha una pensioncina galleggiante nel villaggio Dayak di Datah Bilang. Parla un buon inglese e si offre di aiutarci a combinare un incontro con una donna dalle lunghe orecchie, una delle pochissime rimaste. Questa pratica di bellezza ormai in disuso, prevedeva un lento e progressivo allungamento dei lobi delle orecchie attraverso l’applicazione di pendagli via via più pesanti, fino a raggiungere dimensioni impressionanti.

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La sistemazione e veramente spartana, un materasso buttato a terra, un buon ristorante locale al piano inferiore e un gruppo di vicini rumorosi, ma simpatici, che si dedicano alla vendita di orologi porta a porta, realizzando un discreto business nei villaggi circostanti (!?!). Supero ogni mia resistenza quando al terzo giorno puzzo ormai come una capra e sono costretta a lavarmi nelle acque marroni del fiume. Impariamo dai vicini la tecnica della doccia col padellino, perché la corrente cresce sempre di più, alimentata dalle cospicue piogge notturne, e non è pensabile tuffarcisi dentro.. Il livello del fiume aumenta di cinque metri in pochi giorni ed un bel mattino, al risveglio, scopriamo che la nostra casa galleggiante sta fluttuando più in alto del villaggio. La passerella di collegamento con la terra ferma si trasforma in una trappola scivolosa. Talvolta sembra inabissarsi nelle acque torbide del fiume e non riesci nemmeno a vedere su cosa stai camminando. Per attraversarla ho bisogno quasi sempre dell’aiuto di Ojezz e di un ombrello stile equilibrista. Fede preferisce più virilmente caderci dentro, tra le risate generali…

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  1. Ciao Giulia e Fede, Leggo tutto di un fiato i vostri racconti,
    per un pochino viaggio con voi!!! Mi state facendo conoscere una parte dell’Indonesia che non conoscevo,graazie!!! Vi ammiro molto per come state viaggiando!!! con simpatia marina

    • Ciao Marinella!!! Che bello sentirti.. Ti abbiamo pensata proprio in questi giorni!! Non riesco a fare i braccialetti, perché qui le lattine non hanno le linguette giuste.. Sei in tornata in Italia o sei ancora in Thailandia? Speriamo di incontrarci ancora.. Un bacio

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