La notte, l’isola, noi…

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Giorno 278.

Passiamo la notte sotto un furioso acquazzone che sembra voler spazzar via l’intero villaggio. L’acqua si infrange furiosamente sopra le nostre teste, rimbombando sul tetto di lamiera come una mandria di cavalli impazzita. Un boato talmente improvviso e sinistro riesce a destarmi dal sonno, cosa rara visto che dormo sempre come un sasso. Per una volta ringrazio di avere una camera senza finestra e non essere costretta ad assistere alla fine del mondo. Infilo la testa sotto il cuscino e mi preparo al mio destino, chissà domani potrei svegliarmi come Dorothy nel Regno di Oz. Ma all’alba mi ritrovo nella stessa brutta stanza ammuffita della pensione per viaggiatori più economica dell’intera regione e fuori dalla porta il villaggio di Singkil sembra essere ancora al suo posto, in mezzo allo stesso paludoso pantano in cui l’avevo lasciato ieri sera. Perlomeno il peggio e’ passato e la tempesta sembra afflosciarsi come un sogno sbiadito. Ma ora andiamo spediti, stamattina abbiamo una barca da prendere.

Il battello salpa con tre ore sole di ritardo e, come spesso accade nelle nostre lunghe giornate di transumanza, questo e’ solo l’inizio. Per raggiungere le Pulau Banyak affrontiamo un’estenuante traversata di quattro ore sotto un cielo plumbeo, sul solito barcone che stenta a galleggiare, sopravviviamo ad un incontro ravvicinato con uno squalo balena che per poco non ci rovescia pancia all’aria, ci aggiudichiamo un’altra ora di bonus, appollaiati su un peschereccio triposto che a fatica si destreggia tra le onde residue della tempesta notturna ed un vento irresistibile. Quando attracchiamo a Palambak siamo bagnati fradici e, con noi, i nostri i zaini. Ananas (per gli amici) e gli altri due ragazzi del personale ci accolgono sulla spiaggia, con il sorriso grato e genuino di chi di gente ne vede davvero poca. Con orgoglio ci comunicano che complessivamente siamo in sette, su tutta l’isola. Oltre a noi c’è una coppia di svizzeri e, a occhio, direi una mezza dozzina di cani. Nessun villaggio, non c’è un negozio di souvenir, nemmeno un mercato. Il campo e’ costituito da quattro semplici bungalow con balcone, due kayak ed un ristorantino centrale dove si mangia tutti assieme. Ogni giorno una barca di pescatori fa scalo e ci procura pesce e viveri freschi. Alle dieci di sera il generatore si spegne e non c’e più nemmeno la luce. Niente, a parte una cascata di stelle. Mi sento in un quadro di Tiziana Rinaldi.

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Le Pulau Banyak sono una perla di sabbia che sprofonda ai margini dell’Oceano Indiano. Scampate allo tsunami del 2004, non hanno resisto al terremoto dell’anno successivo. Il 28 marzo 2005, la placca indonesiana, che si inabissa con movimento lento ed inesorabile al largo della costa occidentale di Sumatra, ha rubato in un solo giorno trecento vite ed oltre un metro di costa. Un sisma di intensità 8.7 della scala Richter si è scatenato con epicentro proprio nelle isole Banyak e, praticamente, le ha affondate. A distanza di otto anni la paura e’ passata e la vita ripresa, ma ad un occhio attento non sfuggono le profonde cicatrici: spiagge sommerse, palme che sprofondano nell’acqua, atolli allagati da cui spuntano radi ciuffi verdi. Il villaggio galleggiante di Balai beccheggia a pelo d’acqua, mentre molte costruzioni in riva al mare sono finite in rovina.

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Trascorriamo quattro giorni come Robinson Crusoe, pero qui c’e’ il ristorante. Gli svizzeri Michi e Franziska sono una coppia tranquilla e molto riservata. E poi sono svizzeri, sul loro bungalow regna un ordine marziale ed una pulizia degna di una clinica privata. Ogni volta che desiderano entrare, anche solo nel terrazzo, spendono diversi minuti spazzolandosi i piedi con cura ed evidentemente non c’è mai sabbia nelle loro lenzuola. Mentre io, che mi sono sposata dalla parte sbagliata delle Alpi, divido il letto con uno dei figli della tribù dei piedi neri, che non comprende queste minuzie, anzi le trova ridicole e non fa che sghignazzare. Intanto la spiaggia invade lentamente il nostro talamo…

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Il tempo scorre lento e inteso. Inizia qui e per la prima volta, la forte sensazione di innamoramento per quest’isola, selvaggia, dimenticata, che affonda le sue radici dentro acque turchesi. Le giornate sono un susseguirsi di colori accesi su sfondi perfetti, in un silenzio che è il presente. La natura ci regala ogni sera tramonti struggenti. Seduta nel crepuscolo, coi piedi nella sabbia, sento lo sfrigolio del sole nel momento in cui sfiora l’acqua. E in un attimo non c’è più, sparito a occidente. Poi di nuovo la notte si riempie di stelle.

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