Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang…

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Giorno 287.

Il bello di un viaggio dis-organizzato e’ che se perdi un volo puoi sempre aspettare quello dopo. Così quando ci presentiamo belli freschi il venerdì sera all’aeroporto di Medan in cerca di un passaggio per Jakarta senza uno straccio di prenotazione e scopriamo che gli unici posti acquistabili ad un prezzo decente non sono disponibili prima di lunedì sera, decidiamo su due piedi di fuggire dal caos della città e trascorre tre giorni nella natura (quasi) incontaminata di Bukit Lawang. Il suo nome vuol dire “porta verso le colline” ed in effetti il villaggio più amato dalle scimmie sorge sul limitare della giungla tra terreni ripidi e pendii scivolosi. Ospita un centro di recupero e reinserimento in natura di orangutan. Questo, in aggiunta alla vicinanza con Medan, lo rende uno dei luoghi più famosi in Indonesia per l’avvistamento dei primati che, una volta rilasciati nella foresta, restano nei dintorni del centro, dove vengono nutriti due volte al giorno a beneficio loro e dei turisti che pagano il biglietto. Se si e’ in cerca di un’esperienza più autentica si può anche organizzare un trekking “in the Jungle”, dove gli animali vivono in uno stato semiselvaggio: sono inseriti nel loro ambiente naturale, e non in uno zoo, ma sono abituati alla presenza dell’uomo e non scappano alla vista del lontano cugino.

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L’unico problema, come al solito, e’ la massiccia presenza di turisti che sognano di tornare bambini e credono di trovarsi in un documentario di SuperQuark. Ogni giorno il sentiero di un paio di chilometri che conduce all’ingresso del parco e’ affollato da un via vai di escursionisti determinati, armati di teleobiettivi e pronti alla caccia, che fanno quasi sorridere, dato che gli avvistamenti sono di una certezza praticamente matematica. Non è raro incappare in numerose comitive, soprattutto di locali, decise a vedere gli animali, ma nient’affatto desiderose di vivere la giungla. Una volta saziati dalla vista degli oranghi, passano le giornate scorrazzando sul fiume dentro grosse camere d’aria, dilettandosi nella pratica di quello che in inglese e’ chiamato tubing, però condito con un chiasso infernale. E la presenza di un numero spropositato di guide più o meno ufficiali, e più o meno insistenti, la dice lunga su quello che è il principale business del posto. Insomma un’esperienza molto diversa da quella che noi abbiamo già fatto a Ketambe…

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E per fortuna, perché questo non mi costringe a partecipare all’ennesimo trekking nel fango della giungla, in preda alle sanguisughe, mentre nelle stesso momento un altro centinaio di persone si trova a scorrazzare sugli stessi sentieri nella stessa zona del parco. Insomma non è esattamente un party per pochi intimi e Fede non desidera partecipare, complice anche un brutto raffreddore che lo mette ko per due giorni. Così cerchiamo di estraniarci dal ciclone turistico che gravita intorno alla visita degli oranghi. Passiamo le giornate lungo il fiume leggendo all’ombra di un pergolato, Fede starnutisce, mentre io mi faccio qualche bagno evitando il traffico di novizi della pagaia che scivolano come relitti umani alla deriva.

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Ma il soggiorno vale comunque la pena. La foresta è bella, il paese è pervaso da un’atmosfera festaiola e i locali sono allegri e gentili. Il business degli oranghi ha portato lavoro e benessere nel villaggio. Pare inoltre che le donne occidentali impazziscano per questi Mowgli in carne ed ossa, dai capelli lunghi, il fisico asciutto e la pelle scura. E questo accresce in qualche modo il buonumore generale. Una canzone rimbomba nell’aria a ciclo continuo, come un disco rotto. E’ la colonna sonora del villaggio, praticamente la versione casalinga di uno spot pubblicitario, sulle note di “Jingle Bells”:
Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang.
See the monkeys, see the birds, see orangutan.
Eh! Eh!
Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang.
See the monkeys, see the Mina, everybody run….
Dove Mina, che è anche il soprannome di mia nonna, e’ un feroce esemplare di orango che se ne frega della buona educazione e del rispetto che dovrebbe dimostrare verso i turisti curiosi che sponsorizzano i suoi spuntini, e che più di una volta ha deciso di attaccare e mettere in funga interi gruppi di escursionisti…

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