Archivio mensile:luglio 2013

Nusa Tenggara – Informazioni pratiche

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TIMOR EST – DILI
DA FARE:
La città e’ triste da morire, ma può essere una buona base di partenza per escursioni di più giorni sulla splendida Atauro Island. E’ anche possibile organizzare trekking in visita ai villaggi sulle montagne circostanti. I prezzi, dal dormire al mangiare, sono decisamente spropositati rispetto alla povertà del luogo, ma la massiccia presenza di “expats” ha contribuito all’aumento dei costi. La valuta e’ il dollaro americano, distribuito direttamente tramite ATM.
DORMIRE:
One More Bar – 35 Usd appartamento composto da camera matrimoniale, bagno, soggiorno con angolo cottura, terrazzo vista mare, TV, aria condizionata e servizio di pulizie giornaliero – il posto e’ carinissimo, con un ottimo rapporto qualità prezzo rispetto al costo di una comune camera d’albergo (dai 40 ai 50 Usd a notte). Il ristorante annesso alla struttura e’ il locale più frequentato dagli australiani in città. La sera si organizzano spesso feste con musica dal vivo fino a tarda notte.

TIMOR OVEST – ATAMBUA
DA FARE:
Niente, una barca dovrebbe partire una volta a settimana da qui verso l’isola di Alor. Si e’ rotta tre mesi fa ed il servizio e’ tuttora sospeso a tempo indeterminato.
DORMIRE:
Nusantara Dua – 135.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – le camere non sono male, ma affacciandosi sul patio interno adorno di stagni e fontanelle, si riempiono di zanzare. Per il prezzo c’è di meglio. Colazione a base di toast e uova sode.

TIMOR OVEST – KUPANG
DA FARE:
Base di partenza per chi vuole visitare l’isola di Rote, paradiso del surfista. Purtroppo le barche non hanno un servizio regolare a causa del mare spesso burrascoso. Si possono gustare ottime cene a base di pesce fresco nel colorato mercato notturno della città, a prezzi non sempre economici.
DORMIRE:
Lavalon B&B – 50.000 Rp camera doppia senza bagno – alcune camere sono più nuove, mentre altre avrebbero bisogno di una bella rinfrescata. Il proprietario sta costruendo nuovi bungalows vista mare, ma i lavori non sono proprio a buon punto.

FLORES – MONI
DA FARE:
Il trekking sul vicino vulcano Kelimutu per vedere i tre laghi colorati all’interno dei crateri e’ un’impresa alla portata di tutti. Dal villaggio la cima e’ comodamente raggiungibile da auto o motorini in poco più di mezz’ora. Dal parcheggio si prosegue con una passeggiata di una ventina di minuti fino al punto panoramico. Il giro completo dei tre crateri non è invece così agevole, il percorso può essere sdrucciolevole, soprattutto in caso di maltempo.
DORMIRE:
Hidayah – 200.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – camere nuove e pulitissime in mezzo ad un giardinetto panoramico. La famiglia che lo gestisce e’ molto accogliente e le colazioni a base di frutta e pancake rigeneranti. Per il resto, il ristorante lascia un po’ a desiderare come tutti gli altri in paese.

FLORES – BAJAWA
DA FARE:
Affittare un motorino per un’escursione ai villaggi Ngada e’ la scelta migliore. Ogni villaggio ha una biglietteria per la registrazione dei turisti, dove una piccola offerta e’ obbligatoria. Peccato che le mappe della zona siano introvabili, anche all’ufficio del turismo. Il paesaggio vulcanico punteggiato da hot springs e sorgenti sulfuree e’ davvero mozzafiato. Non dimenticate il costume da bagno! Vivamente consigliata una scappata al sunset point per gustare un panorama indimenticabile.
DORMIRE:
Edelweiss Hotel – 175.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – caro, anzi carissimo, come tutto in città. Con questa cifra, sudata dopo una lunga contrattazione, ci rifilano una camera economica fredda, umida e senza acqua calda. Le colazioni invece sono appetitose: a scelta toast, frutta, pancake, uova, riso fritto o zuppa di noodels.

FLORES – LABUHANBAJO
DA FARE:
Il diving tra le isole del Komodo National Park e’ grandioso. Ci affidiamo al Flores Diving Center per organizzare delle super immersioni. Il centro e’ appena aperto, con attrezzatura nuovissima e personale molto preparato e disponibile. In città si trovano diversi ristoranti italiani dove si possono gustare ottime pizze con ingredienti importati direttamente dall’Italia. Il migliore? Il toscano “Made in Italy”, ma preparatevi anche a prezzi nostrani.
DORMIRE:
Sunrise Hotel – 150.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – situato in una grande struttura a mezza costa. Offre camere piuttosto nuove in classico stile cinese. Un grande terrazzo con vista sulla baia ospita tavolini e divanetti. Peccato per le colazioni: una fetta di pane e un uovo sodo.
Flores Diving Center – 100.000 Rp camera doppia bagno con in comune – camere nuove di zecca sono ad esclusiva disposizione dei clienti del dive center. Per chi frequenta i corsi la sistemazione e’ addirittura gratuita. Un’ampia living room mette a disposizione frigorifero e stoviglie per spuntini fai da te. La colazione non è ufficialmente inclusa, ma ogni mattina ci accoglie un cestino pieno di ciambelle e altre prelibatezze. La sera dal tetto dell’edificio si consumano tramonti di fuoco.

LOMBOK – KUTA
DA FARE:
Le chilometriche spiagge bianche di Kuta sono un sogno ad occhi aperti. Con un motorino si possono girare calette deserte in mezzo ad una natura selvaggia. Corsi di surf sono sponsorizzati in ogni angolo da agenzie e guesthouse. Il villaggio offre una grande varietà di alberghi e ristoranti per tutti i gusti e portafogli. Tra tutti vince l’affollatissimo Nana’s Warung con piatti succulenti a prezzi decisamente local.
DORMIRE:
Banana Homestay – 100.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – la struttura, gestita da diverse famiglie imparentate tra loro, e’ piuttosto grande e dispone di numerose camere molto frequentate. Quando arrivi credi di trovarti nel cortile di un villaggio. Le stanze sono spaziose e verniciate di fresco, inserite in un giardinetto rigoglioso. Le colazioni sono abbondati e il personale molto cordiale. Se si vedesse anche il mare sarebbe perfetto.

BALI – KUTA
DA FARE:
Bali e’ Bali. Spiagge, risaie, locali, McDonald, massaggiatori e shopping sfrenato tra negozi di lusso e bancarelle artigianali. Kuta e’ la spiaggia più famosa, quella che per prima e’ stata colonizzata dal turismo straniero. Non per questo e’ la più bella. Super affollata, sabbia grigia, acqua torbida. Decine di surfisti alle prime armi che ti investono con la tavola mentre cerchi di farti un bagno. E poi troppi venditori, procacciatori di clienti e rompicoglioni di ogni genere.
DORMIRE:
Bene Yasa I – 150.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – grande albergo a prezzi economici. Offre camere dignitose che si affacciano su un vasto cortile interno con ristorante e piscina annessa.

NOTE:
Cambio luglio 2013 – Indonesia: 1 euro = 13.200 Rp circa.

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Charlie non fa il surf

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Giorno 330.

Sara’ anche omonima di quella più famosa a Bali, ma la spiaggia di Kuta, sull’isola di Lombok, non potrebbe esserne più diversa. Piccoli bungalows, ristorantini e baretti si affacciano su di una baia turchese incorniciata da sabbia dorata, i cui grani sono palline lavorate dalle potenti onde che si infrangono sul reef a cento metri dalla riva. Non siamo ancora arrivati, che siamo già innamorati.

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La popolazione e’ un mix di turisti abbronzati e muscolati, surfisti o aspiranti tali, che scorrazzano lungo le strade sconnesse a bordo di scooter modificati per il trasporto delle tavole. Ma senza confusione, le giornate scorrono lente, il turismo di massa qui non e’ ancora, fortunatamente, arrivato. Gli stranieri si dedicano al surf con risultati alterni: di bravi ne vediamo veramente pochi, i più si credono comparse uscite da “Un Mercoledì da Leoni”, fanno i fenomeni con la tavola sottobraccio, ma sono solo una banda di principianti. Di ben altra pasta sono i locals, dai capelli tinti di un improbabile giallo paglierino o con boccoli che manco Cocciante. Istruttori o performers, coi loro fisici elastici si esibiscono in evoluzioni invidiabili sulle notevoli onde di Lombok. Il resto della giornata lo impiegano a insegnare l’abc del surfista a turisti profani che cadono vittime di ogni sorta di incidente acquatico. La tariffa? Se sei femmina alta e bionda, tra una palpatina e l’altra, il prezzo e’ dimezzato.

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La sera si cena al Warung di Nana, una cuoca intraprendente che ha imparato dai surfers a salutare tutti con un “hello bro” dal sapore californiano, ma pronunciato con un irresistibile accento indonesiano. Nel nostro piccolo, girovaghiamo in scooter per spiagge deserte e paesaggi di solitaria bellezza. Trascorriamo ore nel mare turchese a giocare con le onde, oppure ci improvvisiamo surfisti da scogliera.

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Ci si potrebbe quasi passare la vita…senonché l’ultimo giorno, probabilmente tirando fuori la macchina foto per l’ennesima scorpacciata di volti, perdo le chiavi del motorino da qualche parte lungo una spiaggia di oltre due chilometri… insultando la mia stupidità, su cui anche Giulia non si risparmia, perlustriamo senza troppa speranza gli ultimi posti in cui ci siamo fermati ad inseguire Robert Capa, e quando stiamo per tornare indietro sconfitti, cercando di inventarci un modo diverso dal camminare per percorrere i 15 km che ci separano dal nostro bungalow, all’improvviso sento nelle orecchie il suono del metallo che mi chiama… mi fermo, fiuto l’aria come un segugio, scarto di due metri a sinistra, e le chiavi mi sorridono sulla sabbia. Magia? Chiaroveggenza? Il mio cammino verso l’illuminazione e’ già a buon punto, e non siamo ancora neanche in India…

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Komodo National Park

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Giorno 327.

Stringo forte Sam in un addio veloce, i ragazzi dell’agenzia di viaggi si sono dimenticati di noi e la nostra barca e’ in partenza. Ho un nodo alla gola, non riesco a smettere di pensare che probabilmente non ci rivedremo mai più e per la seconda volta in questo anno sento che mi mancheranno davvero questi due ragazzi che conosco appena, con cui si è condiviso tanto in così poco tempo. Ma il viaggio e’ così, vite lontanissime si uniscono a sorpresa saldandosi in legami di irresistibile empatia, e altrettanto in fretta si separano, ognuno assorbito dalla propria orbita.

Sulla barca Matej ci accoglie offrendoci un cicchettino di liquore sloveno. Quasi quasi me lo faccio così mi tiro su il morale. Quando la scena si ripete alle sette ogni mattina, prima di colazione, capisco che sono troppo vecchia per queste cose, gli sloveni invece no, sono degli autentici sballoni. La crociera di quattro giorni da Flores a Lombok, attraverso il Komodo National Park, prospetta un ambiente molto diverso dalla terribile Wilis. L’imbarcazione e’ un piccolo peschereccio riadattato al turismo, e poi siamo solo in otto, oltre ai membri dell’equipaggio. Si dorme tutti insieme in una specie di mansarda ricavata sul tetto della barca, non ci sono docce o rubinetti a bordo, solo il mare per lavarsi, ma la cucina e’ varia ed i materassini per dormire in abbondanza per tutti. La compagnia e’ composta da quattro ragazzi sloveni in vacanza capeggiati dall’alcolico Matej, e da Bek e Holly, coppia saffica e ultrasportiva Made in New Zeland, da cui Fede e’ piuttosto intimorito.

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Zigzaghiamo per quattro giorni fra le isole del parco in un paesaggio bruciato dal sole dove il clima e’ tanto secco da sembrare quasi fuori luogo a queste latitudini. Un fitto manto d’erba alta e gialla tutto ricopre come carta da parati. Non ci sono palme e atolli in vista, solo aspre isole vulcaniche con un sorriso di spiaggia bianca che si tuffano nel mare blu. Le correnti nei canali sono fortissime. Si nuota a fatica, soprattutto senza pinne. Spesso stentiamo a rientrare in barca, in alcuni casi viene addirittura calata una corda di sicurezza cui aggrapparsi per non essere trascinati via. Sostiamo qua e la in suggestive calette per dedicarci ad uno snorkeling faticoso, mentre gli sloveni si esibiscono in tuffi acrobatici dal ponte della barca. Speriamo che non cadano in coma etilico. Passeggiamo su una spiaggia rosa e nuotiamo in un lago salatissimo dove si galleggia quasi come sul Mar Morto. La mattina del terzo giorno finalmente ci laviamo il sale di dosso nelle pozze naturali di una cascata…anche se ormai Fede mi ha ribattezzato Claudia, capelli di paglia.

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Ma l’incontro coi draghi e’ il pezzo forte della crociera. Come sempre la prospettiva di avvicinare volontariamente animali pericolosi e selvaggi mi inquieta. Tutti i miei sensi sono all’erta spinti da un innato senso di autoconservazione. I celebri draghi di Komodo sono lucertoloni squamati di tre metri per settanta chili, con lingua biforcuta e bocca tempestata da una fila di sessanta denti aguzzi, ben serrati tra loro. La saliva e’ un’arma micidiale, terreno ideale per la coltura di batteri patogeni fatali al primo morso. Ovviamente carnivori, grazie alle loro dimensioni, dominano l’ecosistema dell’isola, nutrendosi di cervi, bufali, maiali selvatici e, occasionalmente, di sprovveduti turisti che si avventurano in trekking solitari. Sono animali infidi, che cacciano con un sistema di imboscate e possono anche correre piuttosto velocemente toccando punte di venti chilometri orari. I rangers che ci accompagnano nel trekking imbracciano lunghi bastoni biforcuti per sventare eventuali attacchi. Ne vorrei tanto avere uno anch’io, così per sicurezza, anche se dubito che saprei come usarlo. Quando finalmente scoviamo le bestiole, però, ci sembrano piuttosto tranquille, forse anche troppo. Le osserviamo per un tempo infinito, mentre sbadigliano pigramente stese al sole, crogiolandosi nel calore del mattino. Forse hanno appena fatto colazione con uno di quei porcelli di scogliera che si vedevano razzolare dalla barca e adesso fanno un pisolino. Fede come sempre si avvicina troppo, li incita, vorrebbe vederli attaccare qualche rubiconda turista francese. Ma i draghi non sembrano troppo interessati all’entrecote stagionata, in compenso, prima di andarmene, giurerei di averne visto uno che mi faceva l’occhiolino.

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Le notti sono tanto limpide che quando guardi il cielo ti sembra di cadere. O forse e’ solo la barca che oscilla vistosamente. Avanziamo scricchiolando sotto una volta di stelle, mentre dietro di noi una scia di plancton fluorescente lentamente si disperde, come uno sciame di lucciole. Percorriamo rotte invisibili attraverso isolotti deserti che si stagliano neri sullo sfondo del cielo. Poi il mare si gonfia tanto che sembra volerci inghiottire. Ci rotoliamo dentro sonni agitati, ognuno aggrappato al suo materassino. Solo gli sloveni non si accorgono di aver vinto un biglietto omaggio per le montagne russe, ma il merito e’ del liquore. Così scendiamo sul ponte e dalla prua della nave giochiamo a cavalcare la notte. Stiamo li’ in piedi per un tempo irreale, assecondando il rollio delle onde, come se davvero si potesse domare il mare. Il vento ci sferza la faccia, mentre la spuma ci inzuppa i vestiti. Il sale brucia sulla pelle e nei capelli di paglia. E’ il momento Titanic, in un attimo spunterà Celine Dion e canterà tra gli scogli, vestita da sirena…. ma non stiamo naufragando e il nostro cuore andrà avanti, fortunatamente, anche senza di lei.

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Flores Diving Center

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Giorno 323.

Ci sono persone solide che non si preoccupano mai e non si lasciano influenzare dalle esperienze altrui, il loro motto e’ tanto a me non capita, oppure se non vedo non credo. E poi ci sono persone più impressionabili, che cadono facilmente vittime delle emozioni. Questi soggetti sono talmente permeabili da assorbire le paure altrui fino a confonderle con le proprie. A quel punto superarle e’ una piccola lotta quotidiana…. Ovviamente io sono tra queste.

Il Komodo National Park e’ il paradiso del subacqueo. Esperto. Già, perché i canali tra le isole sono spazzati da terribili correnti, create dalla convergenza tra il più caldo mare di Flores e le fredde acque dello stretto di Sumba. Molti viaggiatori ci hanno parlato della bellezza di questo dive site insuperabile, mettendoci sempre in guardia anche sulle oggettive difficoltà e sulle abilità richieste. Ora io in acqua sono davvero un pesce, ma di quelli piccoli, che hanno paura della propria ombra. Non mi piacciono le correnti, il mare mosso, l’acqua troppo fredda, l’acqua troppo scura. Non gradisco allontanarmi troppo dalla riva, mi fa impressione il mare di notte. Bene, in questa settimana mi caccerò esattamente in tutte queste situazioni, anche se non precisamente in quest’ordine.

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Con Samantha e Seb giriamo tutti i Dive Center di Labuhanbajo alla ricerca di un posto che ci ispiri fiducia, senza mandarci sul lastrico. Ci imbattiamo nella classica procacciatrice gattamorta, una Circe dalla T-shirt attillata che si crede strafiga e si diletta in battute idiote che fanno ridere solo lei e uomini ancora più idioti, che pendono dalle sue labbra mentre cercano di immaginarla senza vestiti. Samantha ed io ci mettiamo solo un momento per inquadrarla, quindi trasciniamo via i ragazzi già quasi ipnotizzati con tanto di bava alla bocca. Si prospetta una lunga giornata.

Poi arriva Chiara di Bergamo, come una ventata di freschezza. Gentile, sorridente, professionale. Ci spiega le varie uscite con minuzie di dettagli, non senza un minimo di terrorismo psicologico sulle difficoltà che si possono incontrare durante il diving nelle acque tumultuose del parco. Dopo aver sentito il racconto di alcuni turisti che, alcuni mesi fa, sono stati letteralmente risucchiati negli abissi da un’improvvisa corrente discendente e trascinati a chilometri di distanza, costringendoli a passare una notte all’addiaccio su un’isola deserta in attesa che i soccorsi li trovassero, mi sento quasi mancare. Ma decidiamo di affidarci al Flores Diving Center e al sorriso rassicurante di Chiara per organizzare tre giorni intensi di immersioni, e di emozioni. Ci accordiamo per cinque dive nel parco, oltre alla fatidica uscita in notturna che mi fa già venire i brividi al solo pensiero. Ma Fede ormai e’ in fissa con la macro e pare che la notte sia il momento migliore per vedere roba piccola.

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Corpi splendenti fluttuano immobili a centinaia, nuotando contro corrente. Come una brava scolaretta seguo in prima fila l’istruttore di turno, emulandone ogni comportamento. Cerco di non divagare in ogni direzione come mio solito, estasiata da tutto ciò che vedo, ma di attenermi ad una rigida disciplina per evitare spiacevoli inconvenienti. Proprio non vorrei essere trascinata via e rovinare a tutti una così splendida giornata. Con Michy, Leonardo e Andromeda, gli istruttori del diving center, si crea da subito un clima complice e allegro. Fede li tormenta interrogandoli sui nomi dei pesci, le attrezzature, i siti migliori, credo che ormai sia diventato un saccente fanatico. Le immersioni si rivelano più facili del previsto, almeno fin quando ti devi solo abbandonare alla corrente. A Tatawa Besar il mare tira talmente forte che non è nemmeno necessario pinneggiare, basta lasciarsi trasportare come sui tapis roulant dell’aeroporto. I coralli arancioni in questo punto del parco sono veramente stupendi, sembrano giardinetti rocciosi curati con amore da un giardiniere d’eccezione. Batu Bolong spunta tra i flutti come un insignificante scoglio col buco, tipo ciambella. In realtà sott’acqua si nasconde una maestosa montagna sommersa che sprofonda negli abissi tra canyon e coralli variopinti. Anche qui le correnti non scherzano. Risaliamo a zig zag lungo la parete protetta dal moto ondoso facendoci largo tra un’infinita varietà di pesci e tartarughe che scorrazzano dappertutto. In verità ce la caviamo alla grande, coi complimenti degli istruttori, e la fiducia nelle nostre capacità cresce di conseguenza. A Manta Point abbiamo la fortuna di assistere a qualcosa di davvero indimenticabile. Appena arrivati un istruttore avvista un gruppo di mante proprio sotto la barca. Così, sull’onda del momento, ci lanciamo tutti in acqua, senza pinne e senza attrezzatura, solo con la maschera. Abbiamo il privilegio di osservare una decina di esemplari che si inseguono in cerchio, esibendosi in una danza giocosa proprio sotto di noi. Il tempo di un minuto, poi tutti in fila si allontanano, scomparendo nel blu. Ed e’ quasi magia.

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Quando il momento del night dive mi raggiunge sono appena un po’ tesa. Mi infilo la tuta umida per non sentire l’aria fresca della sera. Mentre la barca ci porta a destinazione, ripasso mentalmente le istruzioni di sicurezza per non fare casini. Pinneggiare lentamente per non sollevare sedimenti e intorbidire l’acqua, usare segnali luminosi per comunicare, non spegnere mai la torcia e soprattutto evitare di perderla. Seb e’ molto più esperto di noi e si gode la gita, Samantha e’ un essere etereo che non conosce preoccupazioni, Fede come al solito mi deride. Ma quando tutti ci tuffiamo nell’acqua scura scoppia il finimondo, almeno per quanto mi riguarda. Rimango incastrata dietro un Fede egoista che pinneggia alla massima potenza sollevando una nuvola di sabbia che quasi mi impedisce di vedere. Quando cerco di segnalargli il problema invitandolo a movimenti più lenti, lui mi ignora spudoratamente, troppo occupato a correre dietro all’istruttore che mostra al primo della fila pesci addormentati nei buchi, minuscoli gamberetti e colorate nudibranchie. Inutile ricordargli che poi lui dovrebbe fare altrettanto con quelli che lo seguono, i quali altrimenti finiscono per non avvistare nulla. Ma niente, lui ormai non ci sta più con la testa, mentre continua ad avanzare come una siluro a reazione. Magari lo rapissero le sirene! Nel frattempo Samantha mi piomba spesso dall’alto colpendomi sulla testa. A lei non frega nulla del macro, le piace stare a mezz’acqua e giocare col plancton fluorescente. Peccato che io sono sempre sotto di lei. Quando mi ritrovo sola e ultima della fila cerco disperatamente di evitare il buio che incombe inseguendo Sebastian che saggiamente ha deciso di allontanarsi da noialtri, dilettanti allo sbaraglio, per procede in disparte a fatti suoi. Finalmente riesco a vedere qualcosa, a rilassarmi e a godermi l’esperienza. Mio marito, nel frattempo, non si è nemmeno accorto che l’ho abbandonato.

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Belli freschi

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Giorno 318.

Anche ai tropici esistono posti freddi. Appena scesi dal bus, al solito stracolmo, nella cittadina di Bajawa, sulle montagne di Flores, con gli ormai inseparabili Sam e Seb, capiamo subito che ci aspettano i giorni della merla, in cui non si disdegnerebbero camino, caldarroste, plaid e riscaldamento acceso. Anche l’hotel che scegliamo, l’Edelweiss, ha un nome più adatto alle nevi della Val Gardena che ai palmeti dell’Indonesia. Ha tutti i difetti degli hotel economici, cioè stanze piccole, letti in proporzione, bagni maleodoranti, scarsità di coperte, senza tuttavia averne il pregio principale, in questo caso il prezzo, che non e’ basso come dovrebbe. Flores e’ un’isola cara, perché tutto deve essere importato da Java o da Bali (o almeno così ci viene venduta la faccenda..), le strutture scarseggiano ed i turisti, pochi, che ci arrivano sono quasi tutti tedeschi o francesi di mezza eta’ abbondante che si muovono con macchina e guida privata, fregandosene dei prezzi ed ammazzando inconsapevolmente i poveri backpackers come noi, che invece pesano ogni Rupiah come se valesse oro. Comunque, ci stringiamo un po’ di più nel nostro lettino da bambini e passiamo la notte senza ibernarci, mentre al mattino una bella doccia fredda come l’acqua del Cervino ci da’ la carica per affrontare la giornata, manco fosse una tazza di the Lipton.

Per fortuna i dintorni di Bajawa sono belli, e con un po’ di sole la temperatura e’ gradevole. Siamo circondati da un paesaggio incantevole, con vulcani, per lo più spenti, tutto intorno. E poi sorgenti calde, fiumi, vegetazione rigogliosa e villaggetti sperduti. Passiamo una giornata di relax, vagabondi al mercato, mendicanti di fronte ad un bancomat che non ne vuole sapere delle nostre carte ed infine affamati davanti ad una bistecca di maiale, la prima dopo secoli. In Indonesia e’ tempo di Ramadan, ma a Flores non abbiamo problemi di ristorazione, perché l’isola e’ a stragrande maggioranza cristiana. Per cui via di maiale, anche se non si tratta di prosciutto crudo, quello bisognerebbe importarlo da Parma ma non so i costi.

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Il giorno dopo prendiamo il motorino ed iniziamo a girare per villaggi, non ci capiamo una mazza perché nonostante con il Bahasa Indonesia inizi a cavarmela, qui parlano tutti in dialetto, di cui non conosco una singola parola. Pero’ i paesini sono molto belli, ci esprimiamo a gesti e frasi storpie con i vecchi, giochiamo con i bambini, beviamo caffè con le donne.

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Il tempo volge al peggio, arrivano le nuvole, pioviggina, così bagnati per bagnati ci tuffiamo in un fiume particolare, in cui convergono le acque di due torrenti, uno freddo ed uno caldo, tipo 60 gradi. La sensazione caldo/freddo alternati a sorpresa e’ piacevolissima, tanto che stiamo a mollo più di un’ora, circondati dai bambini del villaggio vicino, che si godono, nudi, un po’ di acqua termale, for free…

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Un tizio che parla inglese ci consiglia di andare a vedere le sorgenti sulfuree, così accompagnati dai soliti bambini, questa volta Messi e Rooney, e dalla loro madre, camminiamo tra pozze ribollenti ed acque caldissime. Come sempre, non resisto alla tentazione di finire a mollo, così mi ritrovo con una scarpa ed i pantaloni color giallo zolfo, zimbello dei bambini che affrontano il sentiero scalzi, o al massimo in infradito. Comunque, tutto molto bello, come direbbe Bruno Pizzul…

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Non ci resta che andare a vedere il tramonto, anche se il sole e’ sparito dietro la nuvole da un po’…in moto mi porto dietro un pezzo di ghiaccio, salvo poi accorgermi dopo qualche chilometro che la figura congelata alle mie spalle ha le fattezze di mia moglie, ormai coperta di pelli che sembra Ambrogio Fogar in Antardide. Arrivati in cima al vulcano, la scongelo e corriamo a perdifiato tra l’erba alta fino alla vita per arrivare sull’orlo del burrone un attimo prima che il sole si spenga ed ammirare un paesaggio tipo Lost, con vulcani e scarpate verdi a picco sul mare. Peccato che sia quasi buio, e le foto non rendano giustizia. Ma i nostri occhi, loro si’, sanno cosa hanno visto….

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