Love Boat

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Giorno 312.

“La prima classe costa mille lire,
la seconda cento, la terza dolore e spavento
e puzza di sudore nel boccaporto
e odore di mar morto…”
Titanic – Francesco De Gregori.

La barca dell’amore si chiama Wilis ed e’ la punta di diamante della Pelni Boat, la compagnia di bandiera che zigzaga sugli spicchi di mare tra le varie isole dell’arcipelago. Il servizio funziona a singhiozzo, nel senso che i traghetti sono vecchi rottami galleggianti e le tratte sono coperte con una certa imprevedibilità, visto che spesso le barche non partono o si rompono lungo il percorso. La nostra nave e’ attesa per le sei del pomeriggio, ma come tutte le grandi star farà la sua comparsa solo molto dopo mezzanotte.

Ci presentiamo puliti e puntuali al porto, insieme a Sam e Sebastian, ed un un altro migliaio di persone e scatoloni in partenza. Mostriamo il nostro biglietto, posto ponte ovviamente, perché cerchiamo sempre un po’ di risparmiare e una volta a bordo, ci hanno detto, si possono addirittura noleggiare dei comodi materassini per dormire dove capita. Nell’attesa finiamo stipati nel cortile di un grande edificio adiacente all’imbarco. Aspetteremo lì sei ore, seduti sull’asfalto, in una serata estiva di caldo e zanzare. Sembra come prima di un concerto, con la gente accucciata per terra e gli ambulanti che girano a vendere bibite e panini. Ci facciamo un riso al pollo piccante ed un paio di stuoie di paglia per stenderci sopra la gambe, e mai acquisto si rivelerà più azzeccato.

Quando l’altoparlante dà l’annuncio, tutti scattano ansiosamente sull’attenti. La nave non si vede ancora ed anziché aspettare comodamente seduti, la ressa inizia già a spingere fremendo sul cancello. Le madri prendono in braccio i bambini, mentre io faccio appena in tempo a raccogliere borsa e stuoia prima di essere travolta. Mi appiccico in coda agli altri con un po’ di mal di stomaco e prego di non svenire nel caldo umido di centinaia di corpi compressi come sardine in una scatola. Passeremo così in piedi come allocchi quasi un’altra ora. Noi con lo zaino in spalla, qualcuno con uno scatolone sulla testa, altri con una gabbia di polli sotto il braccio o un figlio attaccato sulla schiena. I beni di valore vengono sollevati in alto e si suda tutti insieme nello sforzo.

Quando il traghetto fantasma si avvicina nella notte, ogni speranza abbandona il mio corpo. La situazione si manifesta in tutta la sua drammaticità, mentre una folla sempre più feroce ci trascina verso la bocca della nave. E’ chiaro che siamo troppi, mi chiedo come faremo a salire tutti e soprattuto come faranno i comodi materassini ad essere abbastanza per una bolgia infernale come questa? Ma i commissari di bordo, Caronti che tutto sanno sulla transumanza di uomini e bestie, urlano e imprecano contro le anime perse, e spingono la fila di dannati lungo i ripidi pontili, come abili mandriani alle prese col bestiame.

Quando riusciamo a posare i piedi a bordo non c’è già più nemmeno un buco libero, altro che materassini. Scaliamo la cima, un ponte dopo l’altro come gli anelli del purgatorio, fino a trovare un po’ di spazio sul tetto della nave, proprio accanto alla sirena, là dove escono i fumi neri dello scarico e nessuno vuole stare. Ma chi non si adatta crepa e anche i più schizzinosi non possono dormire in piedi come cavalli, così nel giro di dieci minuti anche i posti con vista ciminiera vanno a ruba. I più intraprendenti scalano le scialuppe di salvataggio, occupandole per la notte come piccole dependance. Li guardo con un filo di invidia, se la nave affonda almeno loro sono già pronti.

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Finiamo incastrati in uno schema di Tetris, però noi siamo i pezzi in basso, quelli che sai già che non riuscirai mai a togliere dallo schermo. Ma ormai siamo in ballo e balliamo, anche se le prossime quindici ore si prospettano infernali. Ci buttiamo sulle nostre preziose stuoie, unico confine che ci separa da un pavimento blu a macchie nere luride. Ci schiacciamo vicini vicini sul tetto unto e duro, e attendiamo la partenza, come se ciò potesse migliorare la nostra situazione. Quasi non parliamo, siamo tutti un po’ shoccati dalle discutibili procedure d’imbarco in cui siamo stati coinvolti. Penso agli immigrati sui barconi alla TV, guardo il cielo stellato attraverso la nuvola di fumo dello scarico e intensamente prego che non piova.

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La barca dell’amore salpa alle due di notte, con sole otto ore di ritardo. Alle quattro del mattino ci scappa la pipi’ e cerco di raggiungere il bagno con Samantha. Ci impieghiamo venti minuti ad andare ed altrettanti a tornare. Dobbiamo scendere due ponti e affrontare il groviglio umano di corpi addormentati che tutto ricoprono come un tappeto di carne. Scavalchiamo i parapetti, aggrappandoci con mani e piedi alle ringhiere, mentre sotto di noi scrosciano le onde scure. I bagni sono qualcosa che non si può descrivere con parole umane, l’aria e’ irrespirabile, umida e odorosa. La gente orina negli angoli, l’acqua esce bollente. Raggiungiamo di nuovo i nostri posti che e’ quasi l’alba e appena mi ricorico, sento in agguato il mal di pancia. Al pensiero di tornare la sotto camminando sulla balconata mi metto a piangere come una fontana. Fede minaccia di rispedirmi a casa alle prime luci dell’alba, io singhiozzo inconsolabile e butto giù un Imodium per fare un po’ di tappo.

Alle sette del mattino il sole ci dà il buongiorno, battendoci alto sulla testa. La giornata già promette temperature infernali. Anche in mezzo al mare non soffia un filo d’aria, il pavimento in ferro sembra sciogliersi sotto il nostro peso e iniziamo a cuocere come petti di pollo su una piastra rovente. Non c’è ombra per nascondersi. Ripari di fortuna sbucano sul tetto come funghi, mentre cumuli di immondizia si uniscono alla corrente. Bottiglie piene di urina notturna giacciono abbandonate negli angoli della nave, i padroni almeno non hanno dovuto scalare due ponti nel cuore della notte appesi a una ringhiera. Il cibo e’ introvabile, le bibite esaurite, un unico rubinetto stilla un filo d’acqua calda per farsi una tazza di te o di caffè. Seguiamo la coda degli assetati nella pancia della nave, dove non gira nemmeno un filo d’aria condizionata e il sudore cola nei bicchieri alzati. Meglio affondare qui e subito, e almeno farla finita in fretta.

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Le macchie di grasso si incollano alla pelle e ai vestiti. Siamo neri e affumicati come una banda di spazzacamini in vacanza. Intorno a noi si vede solo acqua, ma intanto crepiamo di caldo. Cerchiamo di ingannare la mente per liberarci dalla calura. Pensiamo alla neve, al gelato, al ghiaccio. Io vorrei tanto avere un Calippo. Quando veniamo accontentati, un’acquazzone tropicale si rovescia sulle nostre teste. Annaffiati dalla pioggia, pranziamo a cracker e patatine, Fede scova una scatola di tonno. La mangiamo con l’olio e tutto, con le dita unte e sporche. E poi finalmente terra fu. Un’ora prima del tramonto la barca dell’amore fa il suo ingresso trionfale nell’agognato porto di Ende, sull’isola di Flores. Per noi turisti fai da te rimarrà un viaggio indimenticabile, attraverso tutti i sette inferi, altro che Costa Crociere…

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