Miniere dall’inferno

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Giorno 333.

Pazienza! Continuo a ripetere a me stessa e a Fede come un mantra, mentre all’una del mattino aspettiamo che spiova al riparo di un pergolato. Il chiarore di un lampione illumina una squallida periferia sazia e addormentata, dopo gli eccessi di cibo di una lunga notte di ramadan. Una volta avrei detto “disastroooo”, con tante oooo al fondo, poi qualcuno ha cercato di insegnarmi la rassegnazione verso gli eventi che non posso controllare, cioè la maggior parte. Diciamo che ci sto ancora lavorando, però ci provo. Fede lui invece sta attraversando uno dei suoi momenti di pessimismo e fastidio, in cui mi ricorda troppo suo padre, ma so già che gli passerà presto.

Sicuramente alzarsi a mezzanotte con la prospettiva di scalare un vulcano in piena notte, sotto una pioggia torrenziale, rientra tra le dieci cose indimenticabili di un viaggio, ma in ogni caso avrei preferito una serata piena di stelle. Antonio, autista e organizzatore di scalate fai da te, che in inglese sa dire solo “no problem”, continua a insistere che una volta sulla cima non pioverà. Nel frattempo, per passare sopra la coltre di nuvole, dobbiamo affrontare due ore di motocicletta sotto un’acquazzone tropicale, lungo strade dissestate e disseminate di curve, percorse a velocità e con sicurezza tutte indonesiane, mentre il freddo e il sonno lentamente si insinuano fra i vestiti. Ogni tanto una nube di torpore mi spinge a scivolare dal sellino. Quando sente che allento la presa, Antonio mi rimprovera. Insiste affinché mi stringa forte a lui. Sicuramente teme per la mia incolumità, ma non posso fare a meno di pensare che non gli dispiaccia affatto essere abbracciato da turistone assonnate e infreddolite. In ogni caso potrebbe essere mio padre e poi sono troppo stanca per questo tipo di pudore. Gli obbedisco senza resistenze.

Nel cuore della notte veniamo scodellati in un parcheggio che sembra più un campo di pietre. Il sentiero comincia qui da qualche parte: sono tre chilometri fatali, di salita pura, che conducono sulla cima del vulcano Ijen, fino alle miniere di zolfo. Poco lontano un chiosco illuminato accoglie gli scalatori notturni prima dell’ascesa finale. Gli infreddoliti vengono alleggeriti con tazze di te o di caffè bollente a prezzi esorbitanti. Arrivando a quest’ora almeno non si paga il biglietto, così ci lasciamo alleggerire e riscaldare anche noi volentieri. Siamo tra gli ultimi a partire e non abbiamo molto tempo se vogliamo assistere alle spettacolo di luci blu. In ogni caso rifiutiamo ogni sorta di guida o accompagnatore improvvisato, con o senza lanterna, e in un eccesso di ottimismo ci avviamo verso la scalata a passo marziale.

La breve marcia si apre tutta in salita, fin dal principio. La torcia di Fede si fulmina a pochi metri dal parcheggio. Forse era il caso di cambiare le batterie, ma ormai e’ tardi per recriminare. Davanti a noi Audeline apre la fila con passo allenato, sembra un’istruttrice di spinning. Noi al contrario siamo stanchi e fuori forma, però tenaci. Abbiamo speso troppi giorni a scorrazzare col culo comodamente appoggiato al motorino e adesso siamo pronti a saldare il conto. Un dislivello sovrumano semina caduti lungo il tragitto tra gli scalatori che stanotte hanno trovato un’inattesa Caporetto. Li superiamo senza il fiato per salutarli mentre se ne stanno lì, seduti nel buio, sconfitti dalla stanchezza.

Il sentiero accidentato si inerpica tra le nuvole in un paesaggio spettrale. Arranchiamo nella nebbia tra pietre scivolose e rocce umide. Ci perdiamo almeno una volta, seguendo un vicolo cieco che conduce alle toilettes dei minatori. Arriviamo in cima sudati marci, il freddo cane patito in motorino e’ solo un vago ricordo, ma la fatica non è stata vana visto che siamo ancora in tempo per scendere al cratere. Forse aveva davvero ragione Antonio, si intravede qualche stella brillare fra le nuvole di pioggia, ma laggiù, nel buio dei vapori, l’oscurità e’ totale. Prendo per mano il minatore che si offre di accompagnarci nel cuore della cava e la stringo così forte che lui si mette quasi a ridere. La discesa e’ sdrucciolevole e la visibilità nulla per via delle esalazioni. Lo zolfo brucia nella gola e quando il vento soffia nella nostra direzione l’aria diventa irrespirabile. Ogni tanto mi accovaccio su una roccia tra gli spasmi della tosse. A pochi centimetri da me potrebbero esserci altre pietre come questa, oppure un crepaccio di cento metri fino al fondo del cratere. A volte e’ meglio non sapere…

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Sul fondo i fuochi blu splendono in un alone azzurrognolo. Dal buio sbucano spettri della nebbia. Uomini magri e polverosi che sembrano usciti da un girone dantesco. I minatori dello zolfo non dormono mai, risalgono la cima col loro carico di pietre giallo fluorescente, da dieci centesimi al chilo. La sigaretta sempre accesa, incuranti dei turisti e dei vapori, si spezzano la schiena con ottanta chili di zolfo in salita. Fede non riesce nemmeno a sollevare uno dei pesanti bilancieri che attente il suo traino umano fino al parcheggio. Tra un giro e l’altro, cercano di arrotondare dando la mano a turiste impaurite dal buio come me che vogliono visitare le miniere, oppure allestendo banchetti improvvisati dove lo zolfo diventa souvenir tra infantili formine tartaruga o girasole. Le compriamo, tutti le comprano dopo aver assistito ad una fatica simile.

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Emergiamo dall’inferno appena prima dell’alba. Aspettiamo che il sole sorga in una fenditura tra le rocce per ripararci dal vento. Il sonno si sta impossessando di nuovo di me e vorrei solo stendermi e usare questa pietra lavica come cuscino improvvisato. Il fondo del cratere e’ ancora avvolto dalle nuvole, mentre il cielo passa dal nero al blu. Quando il sole sorge completamente ad est un mare di latte si illumina ai nostri piedi con un riverbero quasi abbagliante. Le nostre ombre cadono a picco sul vapore che lentamente sale e si dissolve, avvolte da una suggestiva aureola arcobaleno. Santità? Illuminazione? Niente di tutto ciò, anche se Fede e’ già sulla buona strada coi suoi nuovi poteri da rabdomante. Ci viene in mente Terzani che in uno dei suoi ultimi libri descrive questo strano fenomeno e, mentre vi assistiamo ipnotizzati, non possiamo fare a meno di chiederci se gli uomini che continuano a lavorare sotto quella nuvola, anche in questo momento per noi magico, si siano mai rassegnati.

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  1. Bella avventura vero? Noi che ci siamo stati possiamo capirti e le tue parole descrivono alla perfezione quella che per me e la Manu dopo 18 mesi di viaggio è stata forse l’esperienza più forte ed intensa.

    • Eh si…io sono rimasto impressionato dal peso delle sacche di zolfo, davvero non sono nemmeno riuscito a sollevarli, mentre questi ragazzi scarpinavano apparentemente senza fatica su e giù per il cratere in condizioni disumane…saranno geneticamente modificati!!

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