Funeral Party

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Giorno 343.

L’odore del sangue sale nel naso, punge nella gola e chiude lo stomaco. Mi contorco sulla stuoia, mentre cerco di ignorare l’uomo imbrattato di sangue che, mannaia alla mano, sta squartando l’ennesimo maiale. Una decina di esemplari già sgozzati attende alla rinfusa di trasformarsi in tranci, mentre teste bruciate spiccano da corpi mutilati, rotolando qua e la confuse, e le interiora si accumulano in una montagna puzzolente, che svetta poco sulla destra. Cerco di immaginare che sia tutto finto, lontano, come se guardassi attraverso un documentario. La giornata dei sacrifici e’ davvero troppo per chi, come me, la carne e’ abituata a comprarla a fette, dentro comode vaschette da supermercato. Finisci quasi per scordarti da dove viene.

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Il rito funerario nei dintorni di Rantepao e’ un’arte cruenta ed estremamente costosa. Si tratta di quattro giorni di festeggiamenti, con tanto di pranzi e sacrifici animali, cui partecipano non solo i parenti stretti e gli altri membri del villaggio, ma anche, a seconda dell’importanza del defunto, delegazioni di invitati provenienti da tutti i villaggi circostanti. Si mangia, si balla e si beve, ovviamente. Verdi calici di bambù scivolano di mano in mano traboccanti di un aspro liquore di palma chiamato Arak, e il pomeriggio subito si scalda. Le spese sono tutte a carico della famiglia del “festeggiato”, disposta a dilapidare interi patrimoni per non deludere le aspettative della comunità. Alcune volte il morto pazientemente aspetta per mesi, o anche per un anno intero, prima che i parenti riescano a racimolare la somma necessaria a sostenere una tale baldoria. Alcuni di loro lasciano il villaggio, o addirittura l’isola, per andare a lavorare altrove e guadagnare i fondi necessari. Ma ne va dell’onore di tutta la famiglia, così si mette il corpo in formalina, lo si parcheggia nella stanza dei defunti, ogni casa ne ha una, e si finge che stia solo dormendo, in attesa di diventare sufficientemente abbienti per onorarne la memoria.

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La cerimonia si svolge solitamente nel cortile di famiglia, dove vengono allestiti gazebo di bambù e stuoie per accogliere all’ombra centinaia di invitati. Si accede attraverso qualcosa di molto simile ad un corteo, che come un serpente si svolge intorno alla bara colorata, posta al centro del grande spiazzo, dentro una piccola costruzione tradizionale col tetto a barca, ed una foto, che nel nostro caso ritrae un’anziana signora chiamata Sesa. Il gran maestro cerimoniere lancia incomprensibili anatemi a tutto volume dall’alto del pulpito, con tanto di microfono gracchiante, mentre i partecipanti sfilano con i doni recati in omaggio alla defunta. Come una carrellata di Re Magi. Per noi e’ sufficiente una stecca di sigarette, ma la tradizione vuole che ogni famiglia colga l’occasione per sacrificare un maialino bello grasso, pubblicamente macellato nell’euforia generale, e che per metà tornerà di diritto a casa coi legittimi proprietari. Nel giro di dieci minuti se ne accumulano una quarantina, ammassati in bella vista sotto il sole cocente al centro del cortile, legati per bene a lunghe pali di bambù, mentre grufolano incontro al loro destino. Ma nessuno se ne cura, solo i turisti lanciano occhiate turbate ai salami strillanti. Evidentemente non sono l’unica a sentirsi a disagio.

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I bufali, come sempre, se la passano molto meglio. Elegantemente bardati attendono all’ombra di una palma, mentre il padrone li accarezza. Brucano foglie fresche come ultimo pasto. Giungono qui dopo una lunga vita, allietata da giorni felici, spesi a razzolare liberi nel fango delle risaie, mentre pettegoli guardano crescere le corna del vicino. Quando il cerimoniere si avvicina e gli recide la gola, crollano al suolo increduli, in una nuvola di sangue. Muoiono così, senza un lamento, mentre intorno si accalcano i turisti per una foto ricordo. Ad ogni cerimonia la famiglia del defunto provvede a comprare decine di grossi esemplari dalle corna ben temperate che, quando tutto sarà finito, finiranno elegantemente impilate davanti casa, come un obelisco di teschi la cui ombra dovrebbe ingelosire i vicini. I bufali albini sono una chiccheria da ricchi, costano più di un’automobile e sono quasi venerati. Il record imbattuto? Una mattanza di centocinquanta esemplari in un solo pomeriggio… Ma c’è chi sta lavorando sodo per alzare il piatto.

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Ad agosto ci sono funerali tutti giorni, it’s party time. Camionette affollate scaricano composte signore a lutto vestite e maialini sacrificali. I turisti si imbucano, guida al seguito, infestando i cortili come la gramigna. Autoinvitato dell’ultimo minuto, lo straniero in bermuda viene tollerato con pazienza ed anzi guardato con una certa curiosità, nonostante il teleobiettivo spianato e la completa ignoranza dell’etichetta funebre. Gli viene offerto di buon grado un posto in prima fila, dove, ignaro ma felice, finisce spesso incastrato in qualcosa cui forse non è pronto ad assistere. Questo, almeno, il mio caso e quello di Cristina da Torino. I suoi figli, Omar e Sara, reggono meglio la vista del sangue, come del resto Monia e quel sanguinario di mio marito. Marta invece cerca rifugio nelle risaie.

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Dopo i sacrifici, le danze, il liquore, la visita alle cucine dove la confederazione delle massaie associate sforna a ciclo continuo gocciolanti porzioni di grasso animale cotto nel bambù, la parata della bara che viene letteralmente caracollata in un ultimo tour del villaggio, lasciamo il campo sfiniti. Loro continueranno così per altri quattro giorni di sangue, noi per restare a tema concludiamo la giornata del morto con il tour delle catacombe. Ormai ci abbiamo preso gusto.

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