La morte ti fa bella

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Giorno 347.

Se i funerali sono un evento a Rantepao, anche le sepolture sorprendono quanto a originalità. Peregrinando di villaggio in villaggio, attraverso un paesaggio di risaie terrazzate dove i bufali pascolano pigri e i contadini si spezzano la schiena sul raccolto, vaghiamo alla ricerca di suggestivi siti funerari disseminati nella campagna circostante. Seguiamo una cartina mal riuscita dove i paesi portano nomi impronunciabili, che più che asiatici sembrano usciti da uno scioglilingua sardo… Batutumonga, Tampangallo, Rantepangli, Ketekesu e via dicendo in una escalation di suoni gutturali…

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Partendo dal presupposto che non esistono cimiteri veri e propri, perché ognuno può seppellire i propri morti dove vuole, preferibilmente dietro casa o comunque sul proprio terreno, ogni villaggio segue tradizioni differenti, sulla scia di un unico filone religioso in cui il cristianesimo importato si innesta sulle più antiche credenze animiste, radicate nella cultura Toraja. L’interesse crescente dei turisti ha generato poi un nuovo business mortuario a costo zero. Bigliettaie intransigenti, appostate dietro ogni lapide, reclamano il prezzo dell’ingresso. Inutile cercare di evitarle.

Il paesaggio e’ punteggiato da gigantesche rocce nere, come uova preistoriche pietrificate dal tempo. Portoncini di legno sbiadito celano loculi granitici scavati nei massi scuri. Un sottile strato di muschio ricopre i ricordi che si accumulano sull’uscio. Un cappello a cono per lavorare i campi, uno specchio, indumenti sbiaditi dal sole e dalla pioggia. Mucchi di pannolini e scatole di latte in polvere, uno zainetto per la scuola, e poi tanti orsacchiotti per non sentirsi troppo soli… Tanti vecchi, ma anche tanti giovani. Ci perdiamo fra le date.

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Le sepolture nelle grotte si raggiungono attraverso profondi cunicoli disseminati di vecchie ossa sbiancate e levigate. Le bare sono accatastate in alto e negli angoli. Ai teschi sparsi si offrono sigarette mezze accese per prevenire crisi d’astinenza, agli altri qualche libro, vecchie foto, ritagli di giornale ingialliti, un ombrello per la pioggia. E poi centinaia di bibite già cominciate e lattine mezze aperte per lenire la sete nei secoli. Nel raggio della torcia si illumina un gran disordine, che misto all’odore tipico di guano di caverna riproduce un effetto discarica piuttosto inaspettato per la sacralità del luogo.

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I Tau Tau sono inquietanti fantocci di legno, tanto più costosi quanto somiglianti al defunto che rappresentano. Dall’alto delle loro balconate, spuntano le visite dei parenti. Le braccia rivolte al cielo e gli occhi sprangati che sembrano seguirti, dappertutto. I loculi sono incastonati nella roccia di ripide pareti calcaree, e custoditi da pesanti portali di legno, a protezione contro i famigerati rapinatori di tombe. L’attico con vista e’ la postazione più ambita, ma come al solito è riservata alle classi sociali più elevate. Anche nella morte non si è mai tutti uguali.

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Le sepolture negli alberi, accolgono il riposo dei neonati. Sotto l’anno di età, i corpi dei bambini vengono cullati dal tronco di grandi alberi di Baniano, dentro cavità lignee che rappresentano l’utero materno.

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Non mancano i più moderni o tradizionali cottages funerari. Intarsiati, addobbati, dipinti, sfarzosi. Sempre con l’intento di eccellere sul proprio vicino.

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