L’uomo dei tarsi

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Giorno 351.

L’uomo dei tarsi si chiama Simon Songgo. Ci viene a prendere che e’ già mezzanotte alla stazione dei bus di Tentena, cittadina appollaiata sulla riva nord del Danau Poso, il lago di Poso. Siamo distrutti da quindici ore di autobus, sballottati da una curva all’altra sui due sedili sfigati, quelli in fondo a destra, incastrati tra l’abitacolo ed il portabagagli, schiena dritta perché dietro c’è il lunotto. Simon ci porta ai suoi bungalow, direttamente sull’acqua con tanto di terrazzino privato vista lago. Cadiamo addormentati in un sonno profondo, cullati dal suono dell’acqua.

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L’uomo dei tarsi e’ un professore d’inglese, ex guida di trekking nella zona, che ha dovuto abbandonare l’insegnamento perché non si poteva permettere di pagare la tangente al pezzo grosso di turno, 4000 dollari una tantum, per garantirsi un lavoro ed il futuro. Ma ora che il fratello e’ entrato in politica, spera di farsi dare una mano, la classica logica dell’aiutino che fa tanto casa. Italiani e indonesiani, una fazza, una razza.

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Simon ha tre figli: Robin, il primogenito, ha lasciato la scuola per dedicarsi agli scacchi ed alla baldoria notturna. Ed e’ la sua disperazione. Helen, 12 anni ed un sorriso timido. Lei e’ la sua grande speranza. Studiosa, educata, passa le serate a ripassare lezioni d’inglese e si diverte ad accompagnare gli ospiti in giro per il villaggio. Poi c’è il più piccolo, Dede, il flagello di sua madre. Corre e urla tutto il giorno ed è’ un sollievo per la povera donna quando può scaricare l’indemoniato per qualche ora agli ignari turisti, come noi.

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L’uomo dei tarsi ci affitta il motorino, ci consiglia il trekking alle cascate e la gita alla spiaggia, e la sera ci accompagna da un cinese suo amico che ci prepara una cena a base di pitone, fritto e in zuppa, roba per intenditori.

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Ma l’uomo dei tarsi non si chiama così per caso. Al tramonto ci accompagna nel bosco dietro casa, per incontrare queste piccole scimmiette con la testa rotante a 360 gradi, che hanno deciso di stabilirsi proprio li’, per godersi anch’esse un po’ della profondissima quiete del lungolago. Nella semioscurità della sera, per noi i tarsi sono solo ombre saltellanti da un ramo all’altro. Potrebbero essere qualsiasi cosa, topi o alieni. Giulia sostiene che sono lontani cugini di un certo pupazzo Furbi, di cui ignoravo l’esistenza. Ma l’uomo dei tarsi giura che sono proprio loro, ne riconosce la voce, il canto. E noi non discutiamo.

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