Sushi loves me

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Giorno 376.

Recentemente pensavo ad un’amica. Il suo fidanzato nel bel mezzo di un trekking ha tirato fuori un anello e le ha chiesto di sposarlo. Avidano, diventato mio marito su mia insistente richiesta, un bel giorno in motorino mi ha detto, perché non andiamo in Giappone? Ognuno ha ciò che si va a cercare..

Poi sbarchi in Giappone e tutto quello a cui eri abituata prima improvvisamente non vale più. Nel resto dell’Asia il pedone non vale niente. Nella giungla automobilistica dei gas di scarico un mezzo di locomozione in movimento rispetta solo un altro mezzo dalle dimensioni superiori alle sue. E’ la legge del più forte. La graduatoria passa dai camion agli autobus, seguono le automobili, i motorini e poi le biciclette. Il pedone comune e’ alla base di questa catena alimentare in cui pesce grande mangia pesce piccolo. In Giappone invece il traffico non esiste, l’aria anche nelle grandi città e’ apparentemente pulita e respirabile. Sulla quantità di radiazioni non mi pronuncio, perché quelle non si vedono. La gente va a piedi o si muove in bici, sotto un cielo sempre limpido e libero da smog. Il movimento aiuta a rendere i giapponesi un popolo magro e giovanile, oltre ad essere più sano. Un efficientissimo, oltre che economico servizio di mezzi pubblici fa da corollario a questo paese in controtendenza. Se un treno deve partire alle 12.38, alle 12.36 arriva, si ferma due minuti per caricare e scaricare i passeggeri e quando spacca il minuto e’ pronto a lasciare di nuovo il binario. La lotta quotidiana per attraversare incolumi e’ rimpiazzata da disciplinate file di automobilisti che, quando ti vedono da lontano avvicinarti al ciglio della strada, nel dubbio inchiodano. Vedi il guidatore eseguire un leggero inchino al volante, prego passi pure, no grazie vada lei, insisto lei ha la precedenza sulle strisce, no guardi sto solo aspettando mio marito, non voglio mica attraversare. Prima regola da imparare: non avvicinarsi agli attraversamenti pedonali senza motivo, il rischio e’ di bloccare il traffico di un’intera città per eccesso di educazione.

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Una cosa che invece accomuna Indonesia e Giappone e’ la carenza di cestini per l’immondizia, con la differenza che però qui le strade sono immacolate. Neanche l’ombra di una cartaccia, non parliamo delle cicche, visto che tanto non si può fumare in giro a piacimento, ma solo accanto agli appositi punti fumatori. Comunque dei bidoni neanche l’ombra, molte volte sono mimetizzati tanto bene, forse per rispettare l’armonia architettonica generale, che raramente riusciamo a scovarne uno. Giro per la città con le tasche piene di moccioli e cartacce di caramelle, nello zaino bottigliette vuote e residui del pranzo. Scarrozzo i miei rifiuti avanti e indietro tutto il giorno, solo a tarda sera riesco a scaricare la zavorra nella pattumiera dell’ostello. Ma il mistero su come il giapponese medio a spasso in centro gestisca la faccenda, resta irrisolto.

Nel paese del Sol Levante l’educazione la fa da padrone. La gente non grida, non alza la voce, fa la fila, non spinge, non si tocca, non ha mai fretta. Persino i cani sono talmente educati, che si portano a spasso da soli. Noi italiani già siamo i meridionali d’Europa, poi dopo un anno passato in viaggio dove devi imparare a lottare per far valere i tuoi diritti, dobbiamo apparire ai loro occhi come buzzurri pericolosi e sovversivi dell’ordine pubblico, o forse pensano che siamo solo stupidi. Se chiedi un’informazione ad un passante nel novanta per cento dei casi questo interromperà quello che sta facendo e con deviazioni anche di diversi minuti ti accompagnerà a destinazione. Quando domando dove posso trovare una toilette ad una ragazza conosciuta al parco, lei si preoccupa di chiedermi se sono in grado di usarla. Forse davvero ci credono stupidi, e quando alla fine non riesco a capire quale pulsante usare per lo sciacquone mi ci sento pure io. Scappo veloce lasciando tutto a galleggiare. La gente che si incontra per un sushi o una passeggiata in centro neanche si sfiora. A turno ci si saluta con una serie di inchini sempre più profondi. Quando alla stessa ragazza racconto che in Italia tra amici ci si bacia due volte sulla guancia o perlomeno ci si stringe la mano, inorridisce allo scambio di batteri e calore umano. Quando si congeda da noi, con fatica evidente, ci allunga una mano e ci chiede se per favore possiamo non baciarla. Nei monumenti principali un’associazione di volontari pensionati offre un servizio di guide gratuite a beneficio dei turisti. Se sbagli a fare il ticket per la metro, un attimo dopo un addetto ti rifonda il prezzo del biglietto e poi ti aiuta con la destinazione che volevi scegliere. Niente pratiche interminabili, niente burocrazia perditempo, tutto è’ semplice, veloce, efficiente. Persino la carta igienica e’ compatta, diecimila strappi in un solo rotolo. Il fatto che nessuno cerchi mai di fregarti, invece e’ un deficit per gente che tra quindici giorni sarà in India. Le nostre barriere si rilassano, giriamo rammolliti credendo con fiducia a tutto ciò che ci viene detto. Se uno volesse fare il furbo questo paese sarebbe una vera pacchia. Si potrebbero facilmente saltare tutte le code, lo facciamo all’inizio, per ignoranza del sistema metropolitano, e nessuno osa mai dirci una sola parola. In aeroporto, appena arrivati, chiediamo informazioni per un bancomat ed un ragazzo si offre di prestarci il denaro per il treno in caso avessimo problemi. Da noi i giapponesi in aeroporto pagano cinquecento euro per un taxi… Please visit our country!

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Il servizio d’ordine e’ inutile in un paese in cui l’educazione e’ un fenomeno culturale generalmente diffuso. Tuttavia in giro, come dappertutto, non mancano poliziotti che pattugliano e vigilano sul benessere collettivo. Già perché questo e’ il loro vero scopo, non la corruzione o l’esercizio arbitrario del potere in virtù di una posizione di forza o supremazia sul cittadino. Finalità ampiamente diffusa in altri paesi asiatici e direi anche in molti europei. Noi stessi siamo testimoni di un esempio sconcertante. In ostello conosciamo un certo Nick, viaggiatore dell’est che si mantiene con una piccola attività di venditore ambulante di bigiotteria di sua produzione. Quando lo incontriamo in pieno centro di fronte al castello di Osaka, la polizia lo pizzica sul fatto. Non dispone di permessi ovviamente e pare che nel parco non siano ammesse bancarelle abusive. Con gentilezza inaspettata il poliziotto in un inglese maldestro spiega al nostro amico che nel loro paese quel tipo di attività non è consentita. Niente voce grossa, niente spintoni anche quando Nick finge di ignorare il problema, niente sequestro della merce. Immagino i nostri poliziotti girare per il mercato e con la stessa ferma educazione spiegare a senegalesi e marocchini, in fondo anche loro sono stranieri, che in Italia la vendita del tarocco e’ vietata. Già, proprio la stessa scena…

In molti paesi asiatici mangiare con le mani e’ un must. Una genetica modificata consente ai commensali l’accesso a tecniche segrete con cui portare alla bocca fino all’ultimo granello di riso, senza sporcarsi e senza sprecarne nemmeno un chicco. In Giappone invece il cibo non si tocca mai con le mani. Ora con le bacchette direi che ce la caviamo alla grande, impariamo anche per emulazione la tecnica di suzione degli udon, i tagliolini in brodo, direttamente dalla scodella, con schiocco annesso. Il vero problema e’ il sushi, perché quando in preda alla fame ti sfrecciano davanti migliaia di appetitosi piattini colorati, le bacchette diventano un vero impiccio. Primo perché non ti consentono di mangiare alla velocità che il tuo stomaco vorrebbe. Secondo perché è scientificamente provato che un boccone di sushi ha dimensioni superiori alla capienza della bocca umana, quindi non te la cavi mai in un colpo solo, ma devi gestirlo almeno in due morsi. Tralasciando poi il fatto che il pesce crudo e’ nato per scivolare tra le bacchette e che per carenza di esperienza il riso finisce immancabilmente per sgretolarsi come sabbia dentro lo scodellìno della salsa soia quando cerchi di intingercelo. Manifestando una certa indifferenza, ogni tanto mi infilo in bocca grossi pezzi di pesce che non riesco altrimenti a manovrare. Ma che ci posso fare, io amo il sushi, e lui ama me…

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Quando viaggi da un anno si legge nei vestisti, usurati, sbiaditi, rattoppati. Si vede dalle scarpe polverose e dagli zaini anneriti. Fino ad ora siamo riusciti a mimetizzarci bene tra le masse di turisti in vacanza, e di solito le popolazioni locali sono piazzate ancora peggio di noi. Quando manca tutto l’abbigliamento non conta, il telefonino si però. In Giappone invece la differenza salta proprio all’occhio. Non sembriamo proprio due turisti. Anche alla dogana un’educatissima poliziotta ci ferma per farci alcune domande, del tipo “non trasporterete mica droghe?” Mi fa davvero piacere essermi guadagnata l’aspetto di una pericolosa narcotrafficante. Fede non ha più una maglietta che non sia bucata, il mio abbigliamento dalle fantasie neo hippy sembra decisamente fuori luogo qui, nel futuristico Giappone. I nostri sandali sono talmente fragranti che a volte in metropolitana se ne sente l’aroma. Speriamo che nessuno si accorga che siamo noi. Porto a spasso una testa di capelli ingovernabili e Fede avrebbe bisogno di una bella rasata. Insomma, come sempre nelle grandi metropoli, siamo i più straccioni e sudati. Nessun problema, se non fosse che in giro e’ pieno di ragazzine smutandate che ondeggiano provocanti con la loro piega perfetta e le unghie laccate, e che mio marito non fa altro che guardarsi intorno con aria svanita. Ma mio cugino non avrà mica sposato una così? In ogni caso chi la fa l’aspetti, perché la prossima volta, nel bel mezzo di un trekking in Ladakh, sarò io a proporgli “amore, perché il prossimo viaggio non lo facciamo in Senegal?”

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