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Giorno 380.

Si dice che i periodi migliori per visitare il Giappone siano la primavera e l’autunno. La prima per la fioritura dei ciliegi, il secondo per gli aceri che incendiano il paesaggio. Noi ci arriviamo nella calura di un’estate che tarda a concludersi, sotto la coda di un tifone che rovescia biciclette e sradica ombrelli. Ne trovo uno abbandonato sulle scale della metro, di quelli trasparenti che regalano negli ostelli. Mi sento fortunata, ma non appena esco per strada vengo travolta da una raffica di vento che, come in una perfetta scena comica, mi ribalta sotto sopra, lasciandomi con una manciata di stecche svolazzanti per le mani.

Gironzoliamo per Osaka senza una meta precisa, così per prendere contatto con la cultura e la cucina. Sono giorni festivi, la silver week, la settimana dedicata agli anziani. In giro c’è un sacco di gente, concerti all’aperto, travestimenti, raduni di Ferrari… Visitiamo l’acquario, considerato uno dei più belli al mondo e finalmente riusciamo a vedere uno squalo balena. Per il resto tutto ci appare nuovo e bizzarro, tanto che la città meno turistica del Giappone ci sembra comunque bellissima. Il centro vero e proprio e’ costituito da un dedalo di vie pedonali, trasformate in gallerie da luminose coperture in plexiglas. Migliaia di negozi si affacciano invadendo il passaggio con prodotti tradizionali mescolati alla merce più curiosa. Dalle zoccolette di legno, alle zeppe psichedeliche. Dai kimono in perfetto stile maiko, agli abiti punk, lollypop, neogotici. I ristoranti espongono in vetrina cibo di plastica. Centri super tecnologici, il paradiso di Manara, si alternano a negozi specializzati in pupazzi da collezione o fumetterie per appassionati del manga porno, paradiso di un’altro Manara. Al settantesimo piano il tramonto visto dall’osservatorio di Umeda e’ mozzafiato. Col buio la città si accende di mille luci al neon che si riflettono sul lungofiume, in un susseguirsi di cartelloni pubblicitari, ristoranti e sale giochi. Un guazzabuglio di colori che stordisce e fa girar la testa, come quando passi la giornata all’Ikea.

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Passeggiare nel centro vecchio di Nara e’ come essere teletrasportati in uno di quei cartoni animati che guardavo da bambina. Di quelli ambientati nei quartieri popolari, dove tutto sembrava fatto di carta e legno. Le casette basse e monocolore, le porte scorrevoli, i cortiletti interni. Adesso spunteranno Kiss me Licia e Mirko dei Beehive mano nella mano, oppure Mila e Shiro in un remake di due cuori nella pallavolo. Invece no, però si vedono passare alcune donne che indossano kimono tradizionali, con zoccole infradito e cestino della spesa. Ci sembrano misteriose e bellissime, così le seguiamo per un po’, come due maniaci guardoni. La prima capitale del Giappone ospita nel cuore cittadino un antico complesso di pagode e templi buddisti immersi in uno splendido parco. I giardini, in perfetto stile giapponese, sono un susseguirsi di armoniosi laghetti ed eleganti ponticelli, dove centinaia di cerbiatti golosi avvicinano i turisti in cerca di gallette e biscotti. Da quel momento in poi templi e giardini non mi interessano più, mi aggiro tra le fresche frasche a caccia di Bambi come una Biancanave in bermuda e canotta militare. Passiamo le serate dentro un supermercato accanto alla stazione. Abbiamo scoperto che tra le otto e le nove il reparto gastronomia fa i saldi su tutto: dal trenta, al cinquanta per cento. Seguiamo la commessa che appone le etichette con cupidigia ed un carrello pieno di prelibatezze a basso costo. Insieme a noi una ressa di fanatici della vaschetta a caccia di offerte. Ma non è finita qui, perché questo Giappone e’ una vera sorpresa: quando paghi alla cassa, ti danno salsine e bacchette, e accanto c’è persino un forno a microonde. Per non farmi mancare proprio nulla, decido di infilarmi attraverso la colonna dell’illuminazione. E quando dico infilarmi, intendo dire che letteralmente passo attraverso un foro piccolissimo scavato nel legno. Impresa possibile, così si dice, solo per esseri particolarmente evoluti, ma aggiungerei anche magri e contorsionisti. Avidano col suo culone mi guarda invidioso mentre striscio verso il Nirvana. Ma anche l’illuminazione ha il suo prezzo, alla sera sono piena di lividi.

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A Kyoto ci sono ancora le geishe. Poche quelle vere, tante quelle della domenica. Impariamo quasi subito a riconoscere la differenza, non è difficile. L’originale trasuda eleganza in ogni movimento, quando la vedi camminare da sola per strada, aggraziata nell’ombra del suo parasole, ha un aspetto quasi sostenuto, perché non ha tempo da perdere lei, sta andando davvero da qualche parte, per sbrigare commissioni o faccende. I tarocchi al contrario girano in gruppo, passeggiano senza meta nelle vie del centro per esibirsi di fronte a conoscenti e turisti, e quasi sempre sghignazzano con le amiche. Sfoggiano i loro kimono a noleggio con macchina fotografica al collo e si scambiano foto ricordo da postare su facebook. Oserei aggiungere che sono anche quasi tutte bruttine e sgraziate, in abiti che evidentemente non sono facili da portare. Poi ci sono le coppie, quelli che il sabato pomeriggio vanno a farsi due vasche in centro in abiti tradizionali. Non si sfiorano nemmeno, però sono sempre perfettamente coordinati. La città più turistica del Giappone ci accoglie con una facciata graziosa e ben curata. Dai templi sulla collina si gode di un bel panorama sulle viuzze della città vecchia, anche se ovunque è pieno di turisti. Risciò trascinati da giovani muscolosi e sudati che a loro volta trascinano finte geishe in libera uscita. Il lungofiume e’ una via di mezzo tra Trastevere e i Murazzi, in versione asiatica. Le lanterne segnalano graziosi ristorantini con vista che non possiamo permetterci, però con quattro euro ci regaliamo una seduta alle terme, o bagni pubblici come li chiamano da queste parti. Un’esperienza curiosa che viviamo separatamente, uomini a destra, donne a sinistra, anche perché all’interno si gira completamente nudi. Quando ci rituffiamo nella giungla di luci al neon, optiamo per una serata in sala giochi, per assistere all’alienazione adolescenziale del venerdì sera. Contagiosa, perché alla fine una partita la facciamo anche noi. L’ultimo giorno ci regala una pioggerella fine, l’ideale per un’escursione al tempio scintoista di Fushimi Inari, a sud della città. Fede e’ di cattivo umore, la pioggia ci perseguita, le foto non riescono come dovrebbero, insomma brontola come una pentola di fagioli. Però il percorso sotto migliaia di arcate arancioni e’ tra le esperienze più suggestive che ci offre questo Giappone.

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Il Fuji e’ il monte fantasma, c’è ma non si vede mai. Una coltre di nubi lo avvolge quasi sempre, come un cappotto di cotone. Ovviamente ci sfugge, ne abbiamo una fugace visione la sera che arriviamo e la mattina della partenza, sempre dalla fermata degli autobus. Ci consoliamo con una stupenda giornata in bicicletta intorno ai laghi alle pendici del vulcano. Il picnic nel parco riesce alla perfezione, sempre grazie ai saldi del reparto gastronomia nel supermercato dietro l’angolo. Peccato per la salita inattesa. Con la mia gazzella senza cambio mi areno sul dislivello che separa i due laghi. Mi guadagno la vetta spingendo, rossa in viso come un peperone. Fede con la sua mountain bike mi semina in un attimo, mentre un’orda di turisti giapponesi mi supera comodamente seduta in navetta. Alcuni mi salutano dal finestrino, incitandomi, la maggior parte ritiene indispensabile farmi qualche foto.

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