Si trasforma in un razzo missile

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Giorno 384.

A dirla tutta, la vera ragione che mi ha spinto a voler andare in Giappone non e’ il sushi e nemmeno lo sono le ragazze smutandate, come le definisce Giulia. La vera ragione sono i cartoni animati. Nel mio immaginario di bambino, il Giappone era un posto mitico in cui Oliver Hutton e Mark Lenders si sfidavano in interminabili partite di calcio, su campi lunghissimi da sembrare infiniti. Dopo la puntata quotidiana, tutti in cortile a cercare di emulare il tiro della tigre o la catapulta spaziale. Quest’ultima invero con scarsissimi risultati.

Questo mondo idilliaco era tale perché difeso dai più grandi supereroi della storia, i robot come Goldrake, Gundam, Mazinga, Daitarn, Jeeg. Gli ecologisti di oggi sono i bambini di ieri che ascoltavano estasiati le parole “..e in aria si trasforma…in un robot che ha un’arma…e’ l’energia solare che…e’ invincibile” nella sigla di Daitarn. Io sono cresciuto con questa roba, e a quattro anni ho imparato a leggere da solo per poter capire i titoli di testa delle puntate dei cartoni, dato che mia madre arrivava sempre in ritardo. A Tokyo gli ex bambini appassionati di robot non devono essere mai cresciuti, visto che esistono decine (forse centinaia..) di negozi specializzati in collezionismo che sono sempre pieni e fanno affari d’oro.

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La capitale giapponese e’ una megalopoli verticale che tutto ingloba, vista dall’alto sembra senza fine e girare a piedi e’ un impresa masochistica. I colletti bianchi si mischiano ai punk, alle Lolita, a strani personaggi travestiti da orsacchioni rosa. In giro bazzicano cameriere sexy che ti invitano a cenare in locali dove la massima aspirazione dei clienti e’ quella di venire serviti da bamboline con la gonna a palloncino e nulla più. In teoria dovrebbero essere tutte maggiorenni, ma a vederle non si direbbe proprio.

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In mezzo ai grattacieli sopravvivono vecchie e fumose osterie in cui si mangia carne alla piastra o tagliolini in brodo. Minuscoli ristoranti senza tempo, con le tendine a mezz’aria che lasciano intravedere solo gli sgabelli. Dietro la stazione di Shinjuku si estende un enorme quartiere a luci rosse, paradiso per tutti i gusti. Molti locali ancora oggi non accettano stranieri, retaggio del periodo in cui l’AIDS non era diffuso in Giappone e si pensava che tenere fuori dai bordelli gli occidentali salvasse il paese da quella piaga.

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Ogni quartiere ha il proprio centro di gravita’ e le proprie attrazioni: a Shibuya si incontrano le nuove tendenze, a Ginza l’alta moda, ad Harajuku si ritrovano la domenica pomeriggio i tipi strani vestiti come personaggi dei fumetti, Akihabara e’ il regno dell’elettronica e dei manga porno, Roppongi quello dei locali di tendenza più frequentati dagli stranieri in cerca di un’avventura, Shinjuku e’ la zona dello shopping e dei grandi centri commerciali, Maronuchi quella del palazzo imperiale e dei grattacieli sedi delle grandi banche, oltre che della bella stazione centrale.

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Sicuramente una città affascinante e dalle mille facce, ma alienante allo stesso tempo. Il mito del giapponese che lavora venti ore al giorno, dormendo in azienda, e’ in declino, ma aumentano i giovani che si rinchiudono dentro mondi virtuali, sviluppando seri problemi di socializzazione. Non a caso il numero dei suicidi in Giappone e’ altissimo, e Tokyo ne e’ l’apoteosi. Forse ci sarebbe bisogno di un po’ meno cordialità e un po’ più calore umano, e se tutti la smettessero di stare a pasticciare con il telefonino da mattina a sera sarebbe già un bel passo avanti. Qualcuno dovrebbe istituire corsi per sviluppare l’affettività tra giapponesi, magari ispirandosi al caloroso modo che abbiamo noi italiani nel manifestare i nostri sentimenti…quasi quasi mi propongo come nuovo guru emozionale, chissà che non esca una professione…dopo tutto vivere in questo paese non mi dispiacerebbe affatto!

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