Archivio mensile:ottobre 2013

One hour, twenty hours, full power

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Giorno 423.

Dal paesino di Kasol, roccaforte di pseudohippies israeliani in cerca di distrazioni dopo i lunghi anni di addestramento militare, si sale in autobus fino a Bershani, dove finisce la strada che da Bunthar risale tutta la Parvati Valley, la valle degli dei. Da Bershani, altri tre chilometri di sentieri e fatica conducono fino a Tosh, la nostra meta per la notte. Siamo già rassegnati ad un’oretta di cammino in salita carichi come somari, quando un piccolo uomo si materializza da dietro un cespuglio. Peserà quaranta chili bagnato e vestito, ma insiste per essere il nostro portatore. Si carica uno zaino in spalla ed uno sulla testa, venticinque chilogrammi in tutto, a occhio e croce più della metà del suo peso. Si incammina scomparendo sotto una montagna di bagagli per guadagnarsi il suo euro e mezzo di pane quotidiano. All’inizio ci sentiamo colpevoli, sfruttatori, ma lungo il sentiero i suoi piedi volano mentre noi gli arranchiamo dietro a fatica, cercando di non perderlo nella luce del crepuscolo.

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Al villaggio un pugno di case in legno e qualche guesthuose ti aspettano, avvolte nell’odore dolciastro del charas, il potente hashish indiano. A monte, si estendono i Kutla, i campi di canapa da cui si ricava da secoli, forse millenni, la miglior qualità di “fumo” del pianeta. Scoperta negli anni sessanta dagli hippies, quelli veri, la valle e’ ora meta di pellegrinaggio per occidentali edonisti in cerca di piaceri lisergici ed altri guidati da scopi puramente commerciali: un grammo di questo hashish può vedere moltiplicato il proprio valore fino a quindici volte o anche di più, sui mercati europei. Altri turisti vengono fin qui solo per godere della straordinaria bellezza della natura circostante, ma sono la minoranza. Facciamo il viaggio insieme ad un italiano che vive in Olanda ed un austriaco che parla italiano. Loro sono qui per puri scopi commerciali, non si fermano nemmeno per la notte, hanno fretta di scendere col loro carico infilato nelle suole delle scarpe. Aromatizzato al calzino.

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L’intera economia della zona e’ basata sulla produzione di charas. Lungo il sentiero vecchiette abbronzate con gli orecchini al naso sfilano dal reggiseno pacchetti untuosi per offrirli ai turisti di passaggio. Le coltivazioni di canapa hanno sostituito quelle di mele, ed ogni anno, nella stagiona di raccolta, affluisce manodopera dalle regioni circostanti ed anche dal Nepal. Il governo indiano chiude un occhio, salvo ogni tanto intervenire con qualche taglio di piante, per far buon viso a cattivo gioco con la parte più conservatrice dell’opinione pubblica. Conservatrice, tra l’altro, di non si sa bene cosa dato che nella mitologia indù, lo stesso Shiva si e’ soffermato da queste parti a meditare tra i fumi dell’hashish per alcuni millenni. La canapa in India ricopre un po’ la funzione dell’uva nel Mediterraneo, ed il fumo quella del vino nella nostra cultura. E’ perfettamente accettato a livello sociale, fonte di ispirazione mistica per i sadhu che dedicano la propria esistenza alla venerazione di Shiva, il distruttore. Nello specifico, la dimora del dio, Khirganga, a circa quattro ore di cammino da Tosh, ne e’ il centro mistico, con una popolazione consistente di baba e santoni itineranti, d’estate. D’inverno ne resta solo uno, a vivere in una grotta ed a mantenere viva la venerazione del dio, così come indicatogli dal proprio guru. Sono cinque anni che non scende a valle, rinunciando a tutto. Raccoglie le provviste in autunno per sfangare l’inverno, e passa la vita in meditazione e contemplazione dell’eterno. Quando vedo il misticismo all’acqua di rose che alcuni occidentali credono di praticare, ripenso a quest’uomo, e capisco quanto l’India abbia ancora da insegnare, da questo punto di vista.

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Noi ci accontentiamo di stabilirci per qualche giorno negli accampamenti di legno e lamiera che stanno per chiudere. La stagione e’ agli sgoccioli, i turisti sono pochi, ma c’e’ ancora posto per qualche temerario disposto a sfidare il freddo per godere di un angolo di paradiso incontaminato. Un alpeggio immerso in una foresta di cedri: prati a strapiombo sulla valle punteggiati da pietre e merda di vacca, dove gli animali pascolano felici e decine di enormi rapaci si esibiscono in volo. Poco più su, un piccolo tempio ricorda il dio, mentre una sorgente calda sublima i pensieri dei vagabondi in una pozza sulfurea in cui fare il bagno, con la valle che si apre di fronte, uno spettacolo per soli uomini. Le donne le chiudono nello stanzino, una vasca murata da ogni lato per evitare che l’occhio cada e distragga il pellegrino dalla ricerca del divino.

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Miro e’ un ragazzo israeliano della mia eta’, uno dei pochi critici nei confronti della politica del suo paese. Si e’ sparato tre anni di militare solo perché obbligato, con tanto di prigione annessa per essersi rifiutato due volte di andare in missione operativa in Libano. Il feeling tra di noi e’ immediato. Un giorno partiamo per una camminata insieme, salvo poi scoprire che si e’ appena preso un acido. Non siamo convinti sia una buona idea infilarsi su sentieri di montagna con un israeliano in preda alle visioni, temiamo una seconda Jenna, ma comunque ce lo portiamo appresso, anche perché il ragazzo si dichiara un esperto in materia, e sembra reggere bene l’urto psichedelico. A poco a poco lo osserviamo fondersi col paesaggio e sprofondare nel suo universo lisergico, un mondo parallelo in cui la natura incontaminata che lo circonda diventa un tutt’uno con la sua mente, e l’espressione molle del suo viso ne e’ testimonianza visibile. Uno spasso da vedere. In ogni caso ce la fa, riesce a riportarsi indietro sano e salvo, leggermente ciondolante ma ancora incredibilmente stabile sulle gambe. Sarà tutto quell’addestramento ad averlo salvato, ma ora capisco la ragione delle numerose sparizioni di turisti, specie israeliani che ogni anno affligge la valle.

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Alla sera, si cena tutti insieme accanto alla stufa, una coperta buttata sulle spalle ed il secondo baba ancora in zona, quello pazzo, che carica un chillum dietro l’altro, non si sa se per curare la propria follia o avvicinarsi al mondo onirico della divinità. Continua a ripetere, ogni volta cha da’ una boccata, “One hour, twenty hours, full power”. Nessuno capisce cosa voglia dire, ma la frase diventa un mantra che tutti ripetiamo, con un sorriso distorto e la testa tra le nuvole.

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Alla fonte

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Giorno 416.

Nella mia vita di prima, non avevo mai attaccato un bottone, rammendato un calzino, stirato una camicia, lavato un paio di mutande a mano. Da vera principessa sul pisello avevo la Dina che cuciva, Mirka che stirava e una fantastica lavatrice elettronica regalatami a Natale. Ma in viaggio tutto cambia. Con risultati alterni ho iniziato a rattoppare quel che cominciava a cedere, soprattutto calze e mutande di Avidano, poi anche qualche T-shirt. Ora mio marito se ne va in giro con rammendi che sembrano cicatrici in bella mostra su braccia e spalle. Di cui tra l’altro io vado fierissima. Continuo a non stirare, per ovvie ragioni, ma anche perché ho sempre creduto nella tesi per cui se stendi in modo intelligente, allora stirare diventa inutile. E poi Avidano ha una sola camicia, custodita gelosamente a casa, dentro l’armadio. Lavare invece e’ tutto un altro paio di maniche. Perché di lavare non si finisce mai, quando credi di aver sbrigato la pratica, ecco che la roba ricomincia a stagnare in sacchetti puzzolenti sparsi nello zaino che camminano da soli.

Poi cos’è una lavatrice in fondo? Una scatola di ferro con dentro un cuore che gira, gira e ancora gira fino alla nausea. Ora quel pezzo di ferro sono io. In quest’anno di viaggio ho scoperto per la prima volta nella vita le gioie del bucato fatto a mano. Spesso in acque gelide, mescolando arbitrariamente i colori o utilizzando inadeguate saponette monouso omaggiate dagli alberghi, e quasi sempre chiusa in qualche stanzino buio, dentro secchi da vernice, accucciata a terra perché non voglio farmi mancare proprio nulla e il ginocchio della lavandaia ha un non so che di sexy. Ma nel cuore di Vashist, a qualche chilometro da Manali, una sorgente d’acqua calda solforosa che sgorga dritta dalla roccia fa la gioia di tutte le massaie del villaggio. Ogni mattina si ritrovano a decine con un allegro chiacchierio per lavare i piatti e condividere il piacere del bucato. Non voglio perdere l’occasione di imparare qualcosa da chi certo ne ha viste più di me e mi piace l’idea di stare in compagnia, all’aria aperta, con altre donne affaccendate.

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Esco di buon ora col mio secchio dei cadaveri. Dopo un momento di sospetto iniziale, riesco ad amalgamarmi alla folla di donne che si alternano alla fonte. Peccato che l’acqua esca ad una temperatura inumana, tipo settanta gradi, ma la vera lavandaia si sa, ha le mani d’amianto. Simulo esperienza mentre scruto di nascosto le vicine, per carpirne la tecnica. Alcune pestano i panni a piedi nudi, direttamente nel secchiello come se pigiassero uva di stoffa, altre li bastonano con pesanti matterelli di legno, per la teoria che con le macchie e’ sempre meglio dimostrarsi aggressive. Non voglio essere accusata di molestie su bucato minorile, così me la prendo comoda, anche perché l’acqua è davvero bollente. Nel frattempo i turisti indiani che escono dal tempio, dopo la preghiera del mattino, mi mostrano ai bambini e mi fotografano come se fossi il pezzo sbagliato di un puzzle familiare. Vivo il mio momento di celebrità quando è ora di strizzare e Avidano esce dalla vasca per soli uomini e mi viene ad aiutare. Le colleghe mi squadrano con un misto di stima e invidia. Perché i loro mariti se ne stanno in mutande, belli belli spaparanzati nell’acqua bollente e manco si sognano di dare una mano. Orgogliosa guardo Fede bruciarsi le dita mentre spreme i panni sulla pietra, con una tecnica alquanto discutibile, benché efficace. Ed è questione di un attimo, una vecchia si avvicina con un oggetto familiare tra le mani e lo infila sotto il getto. E’ un vasino da bambino, di quelli a forma di animale. Guardo un rigagnolo di pupu’ al latte colare tra i piatti ed il bucato, ed evitare per miracolo i miei panni e mio marito. Anche questa e’ India.

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Una volta nella vita

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Giorno 413.

La follia ci coglie in pieno al ritorno dal Pangong Tso. Ci siamo appena sciroppati sei ore di strada sterrata e burroni sotto la neve, ma appena arrivati a Leh, il vento ha spazzato via le nuvole, così si prospetta una fantastica stellata. Decidiamo seduta stante di preparare i bagagli e partire immediatamente per Manali. Fa freddo e non ne possiamo più. Abbiamo voglia di scendere un po’ di quota, così contrattiamo due posti su una jeep che ha visto tempi migliori, e gomme assai più nuove, e in meno di due ore siamo di nuovo in viaggio. La strada che collega Leh con Manali, nello stato dell’Himachal Pradesh, ha tutte le caratteristiche per essere considerata una delle più belle del mondo, di quelle che vanno percorse almeno una volta nella vita. Sono 480 chilometri di altissima montagna, con tre passi sopra i 5000 metri ed uno di poco sotto, a 4900. A 60 chilometri da Leh, e per ben 250 chilometri, non si incontra più nessun insediamento umano permanente, solo qualche sparuta stazione di sosta, un mucchio di capanne in legno e lamiera.

Comunque partiamo, di fretta e di notte. Forse non e’ stata la decisione migliore, ma in questa stagione nessuna jeep viaggia ancora di giorno, gli autobus ufficiali hanno interrotto il servizio oltre un mese fa, la strada e’ ufficialmente chiusa da cinque giorni e gli autisti hanno paura di rimanere bloccati qui per l’inverno. E noi più di loro. Sulla jeep siamo in otto, compreso l’autista ed il suo poco utile aiutante. Dietro di noi, un’opulenta coppia di stagionati turisti del Karnataka, uno stato del sud dell’India dove le temperature non scendono mai sotto i 25 gradi. Sono come due stalagmiti a grandezza umana, ricoperti da tutto il possibile. Ma non basta, perché un momento prima di partire scartano un grosso pacco ed estraggono dal cellophane una coperta di vero pelo di yak comprata nuova di zecca per l’occasione. Ci si avvolgono dentro, mentre coi nostri miseri pile consumati li guardiamo allibiti. Temo che non ce la faremo a superare la notte.

Dopo poche ore apprendiamo che il riscaldamento non funziona. Proviamo con la tattica del bue e l’asinello, ma la condensa si ghiaccia sui vetri. Fa un freddo schifoso. Per fortuna la luna piena ci regala paesaggi incredibili ad ogni curva, dietro ad ogni tornante. Almeno a me, dato che Giulia se la dorme beata, o forse è semplicemente caduta in ipotermia. Ho sempre invidiato questa sua capacità di dormire ovunque. Io invece passo la notte vigile come un cane da guardia, tenendo sotto controllo il precipizio, le dita dei piedi in via di congelamento e soprattutto l’autista, perché la strada e’ terrificante ed ogni curva potrebbe essere l’ultima. Il poco utile aiutante nel frattempo dorme di brutto. In mezzo al nulla ci fermiamo per un the, all’aperto, a meno non so quanto…per riscaldarci bruciamo scatole e copertoni dentro un bidone di ferro, come le prostitute sull’Asti-Alba. Anche qui ci sono i camionisti, ma dormono semi-ibernati nell’abitacolo. Dubito che vorrebbero un po’ di sesso.
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Dopo interminabili ore, e’ quasi l’alba, il pilota decide che non ne può più, deve schiacciare un pisolino. Abbatte il sedile e crolla all’istante. Meglio così, ma io resto l’ultimo a vegliare, combattendo contro il freddo che mi paralizza i piedi come un panchinaro d’inverno. Poi finalmente albeggia e si riparte. Siamo sopravvissuti al gelo della notte ed alla parte più difficile del percorso. La luce del sole ci regala l’incredibile ironia del BRO, ovvero Border Roads Organization, l’ente che si occupa della manutenzione delle strade Himalayane di confine: ad ogni curva fioriscono cartelli con scritte inverosimili, tutte con l’obiettivo sacrosanto di invitare alla prudenza alla guida, dato che su queste strade e’ un attimo finire all’altromondo.

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Le frasi più divertenti del BRO, rigorosamente in Indo-english…
Speed thrills but kills
Alchol speed and overload, three enemies of the road
No race no rally, enjoy the beauty of the valley
Better late than never
Driving faster cause disaster
Stop accidents before they stop you
Drive like hell and you will be there
I’m courvaceous, be gently
If married with speed, divorce it
Don’t be a gama in the land of the lama
Fast won’t last
Accidents hurt, safety doesn’t
After whisky driving risky
Safety and speed never meet
Hurry and worry go together
If you sleep your family will weep
Be Mr Late, no late Mr

Scavalliamo l’ultima difficolta, il Rhotang La. Gia’ il nome tibetano dice molto, “mucchio di ossa”, per indicare i tanti che ci hanno lasciato le penne nel corso dei secoli, specie in situazioni di mal tempo. Ma per fortuna oggi c’e’ il sole. Rischiamo quasi un frontale facendoci largo tra le centinaia di jeep di turisti indiani, saliti fin qui dal lato opposto della valle per provare l’ebbrezza di una gita a dorso di mulo in 5 centimetri di neve. Qualche temerario si da’ al parapendio, altri allo pseudo-sci. Tutti però indossano una tuta intera a noleggio, molto anni ottanta. Noi proseguiamo, e dopo venti ore di freddo e fatica sbarchiamo a Manali. Una volta nella vita.

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Acqua e sale

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Giorno 412.

Noleggiamo due giacche puzzolenti in un negozio di attrezzatura sportiva che in bassa stagione si trasforma in una bisca clandestina per accaniti giocatori di ramino. Due tavolini bastano per occupare tutto il locale. Il materiale accatastato alle pareti scompare nella penombra, mentre nuvole di fumo si avvolgono a spirale verso il soffitto e attorno ai fili delle lampadine a penzoloni. Il proprietario ci considera distrattamente, tra una mano e l’altra, una sigaretta e l’altra, mentre ci proviamo enormi giacconi alla nicotina, prelevati da un mucchio di stracci sotto il tavolo. Paghiamo per due giorni e stendiamo le puzzole in balcone, sperando che una bella nottata all’addiaccio possa giovare loro, ma invano.

La mattina seguente la partenza e’ fissata per le otto. Ci presentiamo con un quarto d’ora d’anticipo ma di Jung, la nostra amica coreana, non si vede ancora traccia. I due ragazzi giapponesi invece è dalle sette mezza che aspettano seduti sulla jeep, cinture allacciate, in nostra paziente attesa. Gente che ha un sacro terrore di arrivare in ritardo. Mentre aspettiamo ho il tempo di approntare un pranzo al sacco per il viaggio a base di focacce appena sfornate, rigorosamente avvolte in carta di giornale che poi stinge per il caldo e ti lascia la pagina sportiva ricalcata sul panino, gustoso formaggio di yak e una manciata di pomodori piccoli e dolcissimi. Spostarsi con auto noleggiata non è proprio nelle nostre abitudini, ma per l’escursione al Pangong Lake si è rivelata l’unica via praticabile. Il servizio autobus, normalmente attivo solo due volte a settimana, e’ sospeso già da oltre venti giorni, prima per neve, poi per grave carenza di passeggeri.

Così eccoci qui, finalmente in viaggio verso il lago salato più alto del mondo, nonostante la neve dei giorni scorsi, l’altitudine, il freddo già intenso che promette solo di peggiorare una volta giunti a destinazione ed un’interminabile giornata passata per uffici, nel tentativo di spuntarla contro la burocrazia indiana che in tutti i modi si opponeva all’estensione del nostro permesso speciale per turisti stranieri. La lotta fredda coi cinesi per il controllo del lago e’ tutt’altro che conclusa e chi vuole visitare la regione e’ soggetto a restrizioni e controlli. Ma la giornata e’ stupenda, una sola minuscola nuvoletta si aggira nel blu dipinto di blu, sperduta come la particella di sodio in acqua Lete, in lontananza un mulinello di sabbia solleva un vortice di polvere, un rovo rotola nella landa desolata, una fila di capre avanza lungo una pista invisibile a occhio umano.

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Lo scintillio del lago ci colpisce da lontano con un riflesso azzurro e abbagliante tra montagne dorate ritagliate nel cartoncino. Un pezzo di Caraibi a oltre quattromila metri ci chiama per una nuotatina da record, ma basta aprire la portiera per rendersi conto che le temperature sono proibitive. Ci sistemiamo a Spangmik, un villaggio fantasma punteggiato da rovine di camping extra lusso per turisti indiani e famiglie. Una fila di water a cielo aperto giace fra l’erba bassa e le tubature alte, ora che le tende sono sparite, mentre mucchi di lattine e bottiglie di liquori testimoniano come il problema rifiuti si manifesterà sempre più prepotentemente in un luogo così remoto e inadatto ad accogliere il crescente afflusso di turismo. Intanto il freddo aumenta, Fede usa una T-shirt come passamontagna improvvisato, io mi aggiro come l’omino Michelin in tenuta Black Block.
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Passiamo la notte completamente vestiti sotto tre strati di coperte. Jung non si toglie nemmeno la giacca. I suoi movimenti già lenti vanno in stallo per via del clima rigido, mentre i giapponesi, già poco loquaci nel loro inglese incerto, sono ammutoliti ed atterrati da un atroce mal di testa da altitudine. Ci godiamo la mattinata sulle rive calme del lago che cambia colore al variare della luce. In certi tratti l’acqua sembra quasi viola, ma è solo il riflesso di un cielo perfettamente blu. Siamo soli, intorno non ci sono insediamenti, alberi, barche, neanche un pesce a fare capolino fra queste acque artiche, inadatte alla vita. Guardiamo il lago sparire dietro una cresta e possiamo solo immaginare le sue reali dimensioni. Per un attimo intuiamo il potenziale business dell’allevamento intensivo di merluzzi Findus Himalayani, ma probabilmente ci stanno pensando già i cinesi.

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Festival

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Giorno 408.

Un omone di due metri per centocinquanta chili non e’ certo di queste parti, anche se porta bottoni in madreperla legati alle orecchie e sfoggia una decorazione di alkakenji infilata sul cappello. Ci scorta all’unica guesthouse del villaggio di Dha, intanto ci racconta che e’ un indologo bulgaro (!?!) che si trova qui per studiare le colorate tribù della zona, di cui sembra già aver sposato i costumi. Si tratta di una minoranza di origine Indo-ariana, discendenti probabilmente dai primi colonizzatori centro asiatici della penisola indiana, qualcosa come 1500-2000 anni fa, e mai mischiatisi con le popolazioni preesistenti. Al seguito, fidanzata con trecce e faccia lunga, e madre, un donnone ansimante. Anche senza la frutta in testa, sarebbe un connubio già singolare di per se’.

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Il villaggio e’ abbarbicato sulla riva destra dell’Indo, a mezza costa di una gola che riduce la luce a poche ore di sole al giorno. Non c’è strada per salire, solo un sentiero tra piccoli appezzamenti di cereali, pomodori, albicocchi, viti e tanti fiori, fiori dappertutto. Lundup, il timido gestore della guesthouse, dai tratti quasi inquietanti, produce alcune bottiglie l’anno di vino bianco ed una deliziosa marmellata fatta in casa. Il mattino seguente ci consiglia una passeggiata fino al villaggio vicino per assistere ad un’esibizione di canti e danze tradizionali organizzata nientemeno che dalla base militare distaccata nella valle per consolidare la fratellanza tra forze armate e popolazioni locali. La tempistica della manifestazione e’ imprecisata, come tutto ciò che è organizzato da qualsiasi esercito che si rispetti. In effetti aspetteremo quasi tre ore l’arrivo del generale pezzo grosso di turno, con tanto di moglie in sari, padrino dell’evento. Ma dopo, forse, verremo ricompensati dal sontuoso banchetto indetto dalla mensa militare…

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Appena arrivati, scorgiamo subito fra la folla la frutta applicata al colosso, e ci accomodiamo vicino ai nostri nuovi amici bulgari. Le donne del pubblico sono decisamente più variopinte, calzano sulla testa interi cesti di frutta e fiori, non solo qualche sparuta fogliolina. Il clou della manifestazione sembrano essere le varie esibizioni di danza, nelle quali i vari paesini danno sfoggio dei propri migliori talenti. I ballerini non sembrano volersi impegnare più di tanto, o forse sono solo timidi di fronte a tanti galloni e stellette, fatto sta che le qualità dello spettacolo e’ piuttosto scadente. Però i costumi sono fantastici. Le donne indossano pellicce d’agnello rivoltate, che unite ad una bellezza non proprio fiorente, le rassomigliano più a circensi orsi delle nevi, che a remote ballerine tribali.

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Ma la giornata si rivela davvero interessante: il generale impettito e la moglie semi congelata, le bandierine al vento, le donne agnello che dondolano. Vedere i militari inginocchiati comporre mandala di sabbia lungo il percorso del super comandante, mentre il lavoro gli viene calpestato da mucchi di bambini indisciplinati, che non possono sgridare per un giorno, non ha prezzo. Poi assistiamo commossi all’incontro di due anziane sorelle che, abitando in villaggi lontani, non si vedevano da oltre tre anni. Si accucciano accanto alla mensa coi loro bastoni ritorti e le facce grinzose, a raccontarsi mille giorni di vita separate. Ci fanno segno di immortalare il momento con una foto ricordo e noi non c’è lo facciamo ripetere due volte. Manca solo Raffaella Carrà…e la Carrambata sarebbe completa!

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