Moonland

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Giorno 395.

In India ogni partenza ha il sapore di una piccola avventura. Guardo il nostro bus a strisce giallo verde pieno di mele fragranti e sacchi riso, ma vuoto di passeggeri, e temo che quest’alba tragica sia stata del tutto inutile. Non si parte se non siamo almeno in dieci e poi sul passo ha nevicato la scorsa notte. Aspettiamo una telefonata che non arriva dalla polizia locale per sapere se la strada e’ sufficientemente sgombra per tentare una sortita. Sono nervosa, temo il freddo e quello che ci aspetta lassù, tra le nuvole cariche di maltempo. Un’ora e mezza dopo siamo in viaggio verso Kargil. Sull’autobus siamo solo in sei, oltre a noi un poliziotto di ritorno dalla licenza, i due autisti e l’immancabile bigliettaio. Non so se ritenerci fortunati per non aver dovuto rinviare ed essere comunque in viaggio, o se gli altri passeggeri siano stati più saggi di noi a non presentarsi alla partenza. La prima sosta per il the mi vede già costretta a calarmi nella nuova realtà indiana. Il paese e’ un rudere, e ovviamente non ci sono servizi igienici (in India non ci sono mai gabinetti quando servono). Vado a farla come gli altri, dietro una montagna di macerie. Fede intanto fa da palo.

L’autobus striscia lungo il serpente di ghiaia che si inerpica sul fianco della montagna, lassù dove l’aria e’ più leggera. Il passo sale verticale, tra curve a gomito chilometriche e senza protezione, mentre la testa gira e galleggia come un satellite a caccia di ossigeno. Lo spazio per passare e’ strappato alla montagna con risultati incerti: la strada appare tanto friabile che a volte sento che si sgretolerà sotto il nostro stesso peso. A tratti un piccolo torrente invade il passaggio, saltando allegro in un solo balzo verso il fondovalle. Allora l’autista ci costringe a guadare, trasformando il nostro autobus in un mezzo anfibio improvvisato. Mi aggrappo forte al sedile davanti mentre guardo le ruote sfilare lungo il ciglio del crepaccio. Come se questo potesse aiutarmi. Sono pietrificata ed ipnotizzata allo stesso tempo, potrei cambiare posto e non guardare più laggiù, potrei chiudere gli occhi, ma non riesco a fare altro che stringere le dita bianche e continuare a fissare il vuoto alla mia destra. Fede e’ fatalista come sempre, così cerco di dissimulare il mio malessere. Quando anche il poliziotto seduto dietro di me inizia a dare i primi segni di panico, l’autocontrollo mi abbandona. Sento la faccia sciogliersi come cera. L’autista intanto mi sfotte con la sua risata roca e persino il bigliettaio mi fa il gesto di noi che precipitiamo. Ciao mamma, guarda come mi diverto.

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In poche ore di viaggio il panorama cambia drasticamente. Le verdi valli del Kashmir lasciano il posto ad un paesaggio lunare, arido e freddo, ma maestoso e di grande impatto visivo. Le montagne sono ripide, squadrate, come se fossero scolpite nella roccia, altre volte sembrano ondulate e soffici come se il magma fosse ancora caldo, fluido. L’Himalaya si apre davanti a noi con le sue creste taglienti ed i fianchi stropicciati da profonde ferite verticali. La terra piange in fiumi argentati, mentre il vento spazza la sua nuda crosta, e da pietra nasce pietra, in uno sgretolio continuo che mescola colori stratificati da migliaia di anni.

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Passiamo un paio di notti a Kargil, ultimo avamposto musulmano prima dell’ingresso in Ladakh. Il fiato e’ corto e la stanchezza ad ogni passo tanta. Cerchiamo di acclimatarci a suon di the allo zenzero, burro spalmato su pane al sesamo e Diamox, il diuretico miracoloso che combatte il mal di montagna e fa dormire come bambini. Ci accoccoliamo sotto pesanti strati di coperte nella guesthouse governativa del villaggio, un postaccio. Poi in una mattina serena e gelida ripartiamo sopra un bus arcobaleno. La faccia stilizzata di un Buddha coronato da lucine lampeggianti oscilla al posto dello specchietto. Ti prego fa che oggi vada meglio, ma come al solito noi sediamo in fondo e forse da laggiù lui non mi sente. Gli ultimi due posti a destra ci aspettavano con il nostro nome impresso già alla biglietteria di Kargil, quelli che non si reclinano mai e dove respiri tutta la polvere alzata dalle ruote davanti.

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Scendiamo al villaggio di Lamayuru con vestiti e capelli ingrigiti da un sottile strato di sabbia. Lungo la strada polverosa e deserta quattro cavallini brucano da un sacco, un bambino perde i pantaloni mentre scappa, un grasso Baba travestito da monaco aspetta l’arrivo della posta e intanto spera di volare. Una vecchia curva con addosso un lungo abito-cappotto di lana grezza e rossa si avvicina e ci invita a dormire a casa sua. La seguiamo polverosi e lenti, cercando di stare al passo. La famiglia che ci ospita ci regala uno splendido scorcio della vita contadina locale. Al nostro arrivo una donna dalle mani porpora ci accoglie rimestando un pentolone bollente pieno di tintura e lana per gli abiti invernali, il granata sembra essere il colore del secolo. Gironzoliamo per la casa, un vecchio edificio intonacato di bianco, con grandi finestre e tappeti dappertutto. In cucina troneggia un enorme poster di Lhasa con il Potala al centro ed un fiume troppo verde per essere vero, dagli scaffali traboccano pentolini di rame, mentre sul tetto la stanza di preghiera e’ addobbata con thangka buddisti e bandierine tibetane. Nel pomeriggio ci rendiamo utili, raccogliamo mele e guardiamo il latte appena munto diventare burro per magia. Per cena ci viene offerto un sontuoso piatto di sku, gnocchi in minestra di verdure, rigorosamente fatti a mano e con farina d’orzo.

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Il monastero del villaggio e’ una piccola perla incastonata sulla luna, a soli 3500 metri sul livello del mare. Almeno così viene chiamata la valle, moonland o terra della luna, per via della presenza di sorprendenti formazioni rocciose che catturano lo sguardo. Geologi e locali concordano sul fatto che l’intera zona si trovasse sul fondale di un gigantesco lago preistorico. Poi un giorno l’acqua e’ scomparsa. Più controversa e’ la spiegazione di come il lago sia sparito: la leggenda vuole che siano state le potenti preghiere di un santo buddista, un certo Arahat Nimagung, a prosciugare l’acqua, ma gli studiosi sono un poco più scettici. In ogni caso il risultato e’ una sorprendente cascata dorata di sabbia scolpita a gole e canyon che circonda la valle intera. Al centro il villaggio e un’oasi di prati e alberi in pieno deserto. Una manciata di case di pietra e fango con i tetti piatti, ricoperti da fieno ed albicocche stese al sole, circonda il monastero, abbarbicato sulla rocca insieme a vecchi ruderi. Conquistiamo la vetta con la testa che pulsa ad ogni passo e da una terrazza panoramica guardiamo la luna intorno a noi, cercando invano il buco sul fondo della vasca.

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  1. Che dire? ancora una volta bello, bello, bello e tanto tanto avventuroso…a tratti ansiogeno! mamma mia, che coraggio, che autocontrollo e che capacità di adattamento! 😉

    • Ciao ragazzi.. Vi abbiamo pensato perché in Ladakh la moto e’ sicuramente il modo migliore per spostarsi.. Magari tra giugno e settembre perché adesso l’aria e’ davvero un po’ fresca.. Buon proseguimento!!!

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