Senza fiato

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Giorno 401.

Alla fermata di Lamayuru l’autobus che ci raccoglie trabocca umanità dal finestrino. L’odore è’ sempre quello, un miscuglio rassicurante di sudore, spezie, capra e cipolle. Non ci sono posti a sedere ovviamente, così pieni di buona volontà e rassegnazione battezziamo il lungo viaggio verso Leh brindando in piedi in corridoio. Quando finalmente qualcuno scende, Fede finisce incastrato fra i sedili, dove due colossi indiani, uno col turbante, l’altro in divisa mimetica, lo ficcano in mezzo tipo sottiletta. Lo vedo mentre prova a rifiutare ma non c’è la fa e il panino se lo ingoia. Io mi siedo sui gradini d’uscita con la testa appoggiata alla cabina di guida. Chiudo gli occhi e riesco quasi a dormire per un istante, ma i passeggeri continuano a fissarmi impunemente. Il bus si tuffa in una gola e quando incontra il fiume Indo ne risale il corso fino a Leh. Guardo le sue acque appena nate, così azzurre e scintillanti, e penso che ancora non sa cosa l’aspetta poco più a valle, oltre il confine nemico quando diventerà il più grande fiume pakistano. Me lo godo adesso, finché ha ancora il colore del cielo.

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La capitale del Ladakh e’ adagiata come un’isola nel mezzo di una ampia valle di pietra e sabbia. Una corona di montagne con la cuffia di neve salutano il nostro arrivo dai loro cinquemila metri, mentre un dorato paesaggio autunnale ci ricorda che l’inverno sta arrivando. La città più turistica della regione, base di escursionisti e filo-tibetani, sta entrando in letargo. Un mantello di foglie gialle ricopre il terreno, i negozi chiudono i battenti e i turisti stranieri spariscono nei buchi come gli gnomi d’inverno. Solo i turisti indiani non mollano la presa. Sulla scia del cult movie bollywoodiano “Three idiots”, che ha reso la regione famosa in tutto il paese, sfidando il freddo e l’altitudine, si arrampicano su questo angolo di Tibet in terra indiana su costose jeep a noleggio, fino ad accorgersi, quando versano in condizioni pietose per via del mal di montagna, che gli idioti sono loro.

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La città vecchia sorge all’ombra color ocra del palazzo in stile Potala dell’estinta dinastia reale che ha governato il Ladakh fino all’arrivo degli inglesi. Il centro e’ un ingorgo polveroso di jeep e maruti, le prime per le pigre famigliole indiane in vacanza con nonna al seguito, fino a tre generazioni contemporaneamente, le seconda amata dai Ladakhi come utilitaria d’alta quota. Ci aggiriamo zaino in spalla zigzagando fra i vicoli nel traffico impazzito, finché un’auto ci strombazza inviperita. Appena il tempo di scansarsi, saltando fuori strada, che un monaco al volante con occhiali da sole a specchio ci sorpassa a tutta velocità. Increduli lo guardiamo coi suoi abiti arancioni, mentre abbassa il finestrino e ci mostra il dito medio. Non ci sono più i monaci di una volta.

Ci sistemiamo fuori dal centro in una zona residenziale dove le guesthouse si mescolano alle fattorie. Le case tradizionali hanno ampi cortili che riparano dal vento, pieni di fiori profumati ed erbe aromatiche che sfidano il freddo notturno per procrastinare la fine dell’estate. I vitelli si aggirano fra i campi e la sera rientrano agli ovili trasformandosi in ostacoli cornuti che deambulano nel buio e spargono sterco sulle strade per la gioia dei turisti come noi che dopo cena rientrano in albergo.

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Quando la temperatura crolla, ci rintaniamo nei soliti due o tre posticini per provare, da veri intenditori, tutti i piatti tipici della cucina Ladakhi e tibetana. Ci atteniamo ad il consiglio datoci da una coppia di trekkers incontrata a Lamayuru: a Leh mangiare solo vegetariano. Il montone spesso non è fresco ed in città non ci sono polli, fa troppo freddo per loro. Così li spediscono in Ladakh da Delhi a bordo di furgoni mal refrigerati e dopo vai al cesso che è un piacere. Così ci abbuffiamo di Sku, gnocchetti d’orzo in sugo di verdura, Thenthuk, maltagliati cotti in una zuppa molto densa, Ti-momo, pagnottelle al vapore da intingere in speziati curry di verdure, Sizzler, foglie di cavolo servite alla piastra ripiene di riso, funghi e patate cotte alla fiamma… ma sono i Momo a rapirmi anima e corpo, i ravioli tibetani cotti al vapore con ripieno di formaggio fresco e verdura, da intingere in una salsa al pomodoro leggermente piccante o in un delicato bordino all’aglio. Non posso farne a meno, li devo assumere almeno una volta al giorno se non voglio cadere in crisi d’astinenza.

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Quando decidiamo di visitare i monasteri nei dintorni, ci affidiamo agli autobus locali, ma sulla via del ritorno rimaniamo bloccati a quaranta chilometri da Leh senza mezzi di trasporto. Ci incamminiamo verso casa, tentando di intenerire i passanti con un autostop poco convinto. Veniamo raccattati nell’ordine da una camionetta militare che trasporta bombole di gas, una specie di bomba a quattro ruote, un turista olandese a bordo di jeep privata con tanto di guida al volante, ed infine una maruti scassata con a bordo una spericolata coppia di monaci che anziché farci il dito, questa volta, in tutta fretta ci scorta in città. Il giorno dopo scegliamo di essere indipendenti e noleggiamo un motorino, anche se prima delle dieci l’aria e’ troppo fredda per uscire. Attraversiamo pietraie e appezzamenti che in questa stagione sembrano toppe aride e bruciate. Nel raggio di un paio d’ore dalla città si trovano cittadelle monastiche abbarbicate su speroni rocciosi da cui si domina il panorama della valle. Complicem un cielo terso ed un sole caldo, li scaliamo tutti in un paio di giorni, Thiksey, Chemdey, Matho, Stakna, il Palazzo di Shey e la sua spianata punteggiata da centinaia di stupa bianchi e fuori posto come meringhe nel deserto.

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Il bianco intonacato dei palazzi acceca mentre affrontiamo la cima nella luce sfavillante del mezzogiorno. Prepariamo il fiato per immaginari trekking in altura, ingaggiando gare a senso unico con vecchi monaci ricurvi e donne cariche di ceste, cariche di sterco, che volano in salita meglio di Messner e la sua cassa di Levissima. Soprattutto ci piace camminare sui tetti rossi e piatti dei monasteri, per le vista che spazia sul fiume e sui villaggi satellite. Gli interni celano cortili e saloni pieni di offerte, statue colorate, pregiati dipinti, ruote a campanelle, candele e sculture di burro. Il grande Buddha del futuro mi sorride dentro il monastero di Thiksey e vivo il mio momento mistico da carenza d’ossigeno quando lo sento bisbigliarmi all’orecchio cose a venire. Sfinita da un milione di gradini mi inginocchio davanti a lui nel fumo dell’incenso, mentre un monaco nell’angolo continua a ripetere una nenia ipnotizzante, e mi sento in suo potere.

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