Acqua e sale

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Giorno 412.

Noleggiamo due giacche puzzolenti in un negozio di attrezzatura sportiva che in bassa stagione si trasforma in una bisca clandestina per accaniti giocatori di ramino. Due tavolini bastano per occupare tutto il locale. Il materiale accatastato alle pareti scompare nella penombra, mentre nuvole di fumo si avvolgono a spirale verso il soffitto e attorno ai fili delle lampadine a penzoloni. Il proprietario ci considera distrattamente, tra una mano e l’altra, una sigaretta e l’altra, mentre ci proviamo enormi giacconi alla nicotina, prelevati da un mucchio di stracci sotto il tavolo. Paghiamo per due giorni e stendiamo le puzzole in balcone, sperando che una bella nottata all’addiaccio possa giovare loro, ma invano.

La mattina seguente la partenza e’ fissata per le otto. Ci presentiamo con un quarto d’ora d’anticipo ma di Jung, la nostra amica coreana, non si vede ancora traccia. I due ragazzi giapponesi invece è dalle sette mezza che aspettano seduti sulla jeep, cinture allacciate, in nostra paziente attesa. Gente che ha un sacro terrore di arrivare in ritardo. Mentre aspettiamo ho il tempo di approntare un pranzo al sacco per il viaggio a base di focacce appena sfornate, rigorosamente avvolte in carta di giornale che poi stinge per il caldo e ti lascia la pagina sportiva ricalcata sul panino, gustoso formaggio di yak e una manciata di pomodori piccoli e dolcissimi. Spostarsi con auto noleggiata non è proprio nelle nostre abitudini, ma per l’escursione al Pangong Lake si è rivelata l’unica via praticabile. Il servizio autobus, normalmente attivo solo due volte a settimana, e’ sospeso già da oltre venti giorni, prima per neve, poi per grave carenza di passeggeri.

Così eccoci qui, finalmente in viaggio verso il lago salato più alto del mondo, nonostante la neve dei giorni scorsi, l’altitudine, il freddo già intenso che promette solo di peggiorare una volta giunti a destinazione ed un’interminabile giornata passata per uffici, nel tentativo di spuntarla contro la burocrazia indiana che in tutti i modi si opponeva all’estensione del nostro permesso speciale per turisti stranieri. La lotta fredda coi cinesi per il controllo del lago e’ tutt’altro che conclusa e chi vuole visitare la regione e’ soggetto a restrizioni e controlli. Ma la giornata e’ stupenda, una sola minuscola nuvoletta si aggira nel blu dipinto di blu, sperduta come la particella di sodio in acqua Lete, in lontananza un mulinello di sabbia solleva un vortice di polvere, un rovo rotola nella landa desolata, una fila di capre avanza lungo una pista invisibile a occhio umano.

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Lo scintillio del lago ci colpisce da lontano con un riflesso azzurro e abbagliante tra montagne dorate ritagliate nel cartoncino. Un pezzo di Caraibi a oltre quattromila metri ci chiama per una nuotatina da record, ma basta aprire la portiera per rendersi conto che le temperature sono proibitive. Ci sistemiamo a Spangmik, un villaggio fantasma punteggiato da rovine di camping extra lusso per turisti indiani e famiglie. Una fila di water a cielo aperto giace fra l’erba bassa e le tubature alte, ora che le tende sono sparite, mentre mucchi di lattine e bottiglie di liquori testimoniano come il problema rifiuti si manifesterà sempre più prepotentemente in un luogo così remoto e inadatto ad accogliere il crescente afflusso di turismo. Intanto il freddo aumenta, Fede usa una T-shirt come passamontagna improvvisato, io mi aggiro come l’omino Michelin in tenuta Black Block.
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Passiamo la notte completamente vestiti sotto tre strati di coperte. Jung non si toglie nemmeno la giacca. I suoi movimenti già lenti vanno in stallo per via del clima rigido, mentre i giapponesi, già poco loquaci nel loro inglese incerto, sono ammutoliti ed atterrati da un atroce mal di testa da altitudine. Ci godiamo la mattinata sulle rive calme del lago che cambia colore al variare della luce. In certi tratti l’acqua sembra quasi viola, ma è solo il riflesso di un cielo perfettamente blu. Siamo soli, intorno non ci sono insediamenti, alberi, barche, neanche un pesce a fare capolino fra queste acque artiche, inadatte alla vita. Guardiamo il lago sparire dietro una cresta e possiamo solo immaginare le sue reali dimensioni. Per un attimo intuiamo il potenziale business dell’allevamento intensivo di merluzzi Findus Himalayani, ma probabilmente ci stanno pensando già i cinesi.

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    • Tornare…che brutta parola! Per adesso, stiamo in India fino al 18 marzo, quando ci scadrà il visto…poi Nepal per un mesetto di trekking…dopo dovremmo iniziare la strada verso Asti, ma non sappiamo ancora quale!

  1. It’s such a shame I can not read Italian. I would love to know about what your adventures are.but the images say as much as 1000 words! so great. enjoy your time and so nice you postet the picture form us on the boat to pulau surga 🙂
    Franziska & Michael

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