One hour, twenty hours, full power

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Giorno 423.

Dal paesino di Kasol, roccaforte di pseudohippies israeliani in cerca di distrazioni dopo i lunghi anni di addestramento militare, si sale in autobus fino a Bershani, dove finisce la strada che da Bunthar risale tutta la Parvati Valley, la valle degli dei. Da Bershani, altri tre chilometri di sentieri e fatica conducono fino a Tosh, la nostra meta per la notte. Siamo già rassegnati ad un’oretta di cammino in salita carichi come somari, quando un piccolo uomo si materializza da dietro un cespuglio. Peserà quaranta chili bagnato e vestito, ma insiste per essere il nostro portatore. Si carica uno zaino in spalla ed uno sulla testa, venticinque chilogrammi in tutto, a occhio e croce più della metà del suo peso. Si incammina scomparendo sotto una montagna di bagagli per guadagnarsi il suo euro e mezzo di pane quotidiano. All’inizio ci sentiamo colpevoli, sfruttatori, ma lungo il sentiero i suoi piedi volano mentre noi gli arranchiamo dietro a fatica, cercando di non perderlo nella luce del crepuscolo.

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Al villaggio un pugno di case in legno e qualche guesthuose ti aspettano, avvolte nell’odore dolciastro del charas, il potente hashish indiano. A monte, si estendono i Kutla, i campi di canapa da cui si ricava da secoli, forse millenni, la miglior qualità di “fumo” del pianeta. Scoperta negli anni sessanta dagli hippies, quelli veri, la valle e’ ora meta di pellegrinaggio per occidentali edonisti in cerca di piaceri lisergici ed altri guidati da scopi puramente commerciali: un grammo di questo hashish può vedere moltiplicato il proprio valore fino a quindici volte o anche di più, sui mercati europei. Altri turisti vengono fin qui solo per godere della straordinaria bellezza della natura circostante, ma sono la minoranza. Facciamo il viaggio insieme ad un italiano che vive in Olanda ed un austriaco che parla italiano. Loro sono qui per puri scopi commerciali, non si fermano nemmeno per la notte, hanno fretta di scendere col loro carico infilato nelle suole delle scarpe. Aromatizzato al calzino.

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L’intera economia della zona e’ basata sulla produzione di charas. Lungo il sentiero vecchiette abbronzate con gli orecchini al naso sfilano dal reggiseno pacchetti untuosi per offrirli ai turisti di passaggio. Le coltivazioni di canapa hanno sostituito quelle di mele, ed ogni anno, nella stagiona di raccolta, affluisce manodopera dalle regioni circostanti ed anche dal Nepal. Il governo indiano chiude un occhio, salvo ogni tanto intervenire con qualche taglio di piante, per far buon viso a cattivo gioco con la parte più conservatrice dell’opinione pubblica. Conservatrice, tra l’altro, di non si sa bene cosa dato che nella mitologia indù, lo stesso Shiva si e’ soffermato da queste parti a meditare tra i fumi dell’hashish per alcuni millenni. La canapa in India ricopre un po’ la funzione dell’uva nel Mediterraneo, ed il fumo quella del vino nella nostra cultura. E’ perfettamente accettato a livello sociale, fonte di ispirazione mistica per i sadhu che dedicano la propria esistenza alla venerazione di Shiva, il distruttore. Nello specifico, la dimora del dio, Khirganga, a circa quattro ore di cammino da Tosh, ne e’ il centro mistico, con una popolazione consistente di baba e santoni itineranti, d’estate. D’inverno ne resta solo uno, a vivere in una grotta ed a mantenere viva la venerazione del dio, così come indicatogli dal proprio guru. Sono cinque anni che non scende a valle, rinunciando a tutto. Raccoglie le provviste in autunno per sfangare l’inverno, e passa la vita in meditazione e contemplazione dell’eterno. Quando vedo il misticismo all’acqua di rose che alcuni occidentali credono di praticare, ripenso a quest’uomo, e capisco quanto l’India abbia ancora da insegnare, da questo punto di vista.

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Noi ci accontentiamo di stabilirci per qualche giorno negli accampamenti di legno e lamiera che stanno per chiudere. La stagione e’ agli sgoccioli, i turisti sono pochi, ma c’e’ ancora posto per qualche temerario disposto a sfidare il freddo per godere di un angolo di paradiso incontaminato. Un alpeggio immerso in una foresta di cedri: prati a strapiombo sulla valle punteggiati da pietre e merda di vacca, dove gli animali pascolano felici e decine di enormi rapaci si esibiscono in volo. Poco più su, un piccolo tempio ricorda il dio, mentre una sorgente calda sublima i pensieri dei vagabondi in una pozza sulfurea in cui fare il bagno, con la valle che si apre di fronte, uno spettacolo per soli uomini. Le donne le chiudono nello stanzino, una vasca murata da ogni lato per evitare che l’occhio cada e distragga il pellegrino dalla ricerca del divino.

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Miro e’ un ragazzo israeliano della mia eta’, uno dei pochi critici nei confronti della politica del suo paese. Si e’ sparato tre anni di militare solo perché obbligato, con tanto di prigione annessa per essersi rifiutato due volte di andare in missione operativa in Libano. Il feeling tra di noi e’ immediato. Un giorno partiamo per una camminata insieme, salvo poi scoprire che si e’ appena preso un acido. Non siamo convinti sia una buona idea infilarsi su sentieri di montagna con un israeliano in preda alle visioni, temiamo una seconda Jenna, ma comunque ce lo portiamo appresso, anche perché il ragazzo si dichiara un esperto in materia, e sembra reggere bene l’urto psichedelico. A poco a poco lo osserviamo fondersi col paesaggio e sprofondare nel suo universo lisergico, un mondo parallelo in cui la natura incontaminata che lo circonda diventa un tutt’uno con la sua mente, e l’espressione molle del suo viso ne e’ testimonianza visibile. Uno spasso da vedere. In ogni caso ce la fa, riesce a riportarsi indietro sano e salvo, leggermente ciondolante ma ancora incredibilmente stabile sulle gambe. Sarà tutto quell’addestramento ad averlo salvato, ma ora capisco la ragione delle numerose sparizioni di turisti, specie israeliani che ogni anno affligge la valle.

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Alla sera, si cena tutti insieme accanto alla stufa, una coperta buttata sulle spalle ed il secondo baba ancora in zona, quello pazzo, che carica un chillum dietro l’altro, non si sa se per curare la propria follia o avvicinarsi al mondo onirico della divinità. Continua a ripetere, ogni volta cha da’ una boccata, “One hour, twenty hours, full power”. Nessuno capisce cosa voglia dire, ma la frase diventa un mantra che tutti ripetiamo, con un sorriso distorto e la testa tra le nuvole.

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