Archivio mensile:novembre 2013

Nuovo mondo

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Giorno 451.

Il Brasile ci accoglie con il sorriso sgargiante di un impiegato dell’ufficio immigrazione. Un ragazzino punk col piercing al naso che mi chiede dove voglio farmi timbrare il passaporto. Lo guardo sbigottita, mentre cerca di flirtare con me davanti a mio marito, e per poco non riesco a rispondere. E’ la prima volta dopo quindici mesi di viaggio e diciannove frontiere che qualcuno mi fa questa domanda, sono quasi commossa. Ripenso a tutti gli ufficiali arcigni che dall’alto delle loro uniformi hanno scrutato il mio passaporto come un clandestino abusivo che cercava di varcare illegalmente la soglia del paese. Il timbro, come una grazia, seguiva solo dopo un’attenta ispezione, ed in qualche caso una piccola mancia. Sbatto violentemente gli occhi, “ma che ne so? Timbra dove vuoi”. E in un battito di ciglia, l’Asia non è mai stata così lontana.

Ci infiliamo nella metropolitana di San Paolo con la faccia spaventata di chi ha affrontato ventiquattro ore di volo con la cacarella, e non solo nel senso letterale del termine. Veniamo catapultati nel nuovo continente col buio della sera, e mentre ci muoviamo per strada non riusciamo che a pensare ad una sola parola: criminalità, o posti pericolosi, come li chiamerebbe mia nonna. Difendiamo il tesoro muovendoci in formazione e diffidando anche di quelli che siamo noi stessi a fermare, per ottenere brevi informazioni. La città ci lascia passare inosservati fino alla porticina dell’ostello, che ci vede sparire in un vicolo del centro. Per scoprire questo nuovo mondo ci serve una doccia, una bella dormita e un ciclo di antibiotici. Già, perché l’India ci ha lasciato un ultimo regalo.

La campagna scorre verde e umida fuori dal finestrino. Il cielo e’ carico di pioggia e la nebbia fa capolino lontano. L’autobus e’ troppo lussuoso, non siamo abituati. Fede ha provato a chiedere in stazione se c’erano anche quelli brutti, magari a prezzi più economici, ma la bigliettaia l’ha squadrato come se fosse pazzo. Rio de Janeiro ci aspetta e noi per la prima volta in più di un anno non abbiamo un piano. Fede e’ stato colto impreparato dal cambio improvviso di destinazione e non è riuscito a fare i compiti. Sento una certa apprensione in lui, da organizzatore in ritardo. La colgo nelle mille domande con cui tempesta i francesi nostri vicini di banco, che dopo un po’, per zittirlo, gli prestano una guida da leggere. Io me la dormo e come sempre mi faccio portare.

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India – Informazioni pratiche

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SRINAGAR – JAMMU E KASHMIR
DA FARE:
La capitale estiva del Jammu e Kashmir si estende sulle rive del Dal Lake, uno specchio d’acqua verde alimentato dalle nevi e dai ghiacciai presenti sulle alte montagne che circondano la valle. E’ soprannominata la Venezia dell’Himalaya ed in effetti, il lago rappresenta il cuore della città. Da non perdere l’esperienza di un paio di notti su una delle migliaia di houseboat o case galleggianti ancorate sulle rive, che creano un suggestivo susseguirsi di canali. Si tratta dell’eredità più apparente dell’ormai andato impero britannico, quando famiglie di ricchi coloni inglesi abbandonavano il caldo torrido delle pianure, trovando rifugio in quest’angolo di paradiso. La legge locale proibiva qualunque forma di proprietà privata ’su terreno’ per i non kashmiri, ma non citava i possedimenti ‘galleggianti’. Da qui il proliferare di queste singolari imbarcazioni residenziali, oggi come allora raggiungibili solo in shikara, barche simili a gondole, ma dotate di un elegante baldacchino che protegge dai raggi solari. Il mercato galleggiante di frutta e verdura richiede un’alba tragica ed il centro vecchio della città custodisce moschee e mausolei di rara bellezza.
DORMIRE:
Noah’s Arch – 1115 Rp camera doppia, colazione e cena incluse – casa galleggiante di ottimo livello, ben arredata, curata nei particolari, dalle tende ai tappeti. Il bagno dispone di acqua calda, stanze e finestre sono spaziose, con un grazioso salottino dove consumare i pasti e un piccolo terrazzo. Ottima gestione.

KARGIL – JAMMU E KASHMIR
DA FARE:
Tappa obbligata sulla strada per Leh. La città non offre nulla di interessante, ma è meglio trascorrervi una notte per dare al corpo il tempo di acclimatarsi gradualmente all’altitudine.
DORMIRE:
J&K TDC Tourist Boungalow – 400 Rp camera doppia – il posto e’ davvero un po’ misero, le stanze sono vecchie e fredde, coperte e biancheria di dubbia pulizia. Però dispone di un cortiletto assolato e pieno di fiori, con un piccolo impianto fotovoltaico per l’acqua calda.

LAMAYURU – LADAKH
DA FARE:
L’oasi di Lamayuru è un gioiello prezioso incastonato tra ripidi monti dalle intense tinte cromatiche. Il villaggio sorge ai bordi di un grande bacino erosivo, noto come Moonland o “valle della luna”, che la leggenda vuole essere stato il fondo di un antico lago. Il monastero offre viste mozzafiato sulla valle e sul villaggio circostante. Passeggiando tra i vicoli si può assistere a scene di vita quotidiana che trasportano l’osservatore in un altro tempo.
DORMIRE:
Tharpaling Guesthouse – 300 Rp a persona in camera doppia, bagno in comune con acqua calda, colazione e cena incluse – passare un paio di giorni in questa ospitale guesthouse significa avere la fortuna di entrare nella vita quotidiana di una vera famiglia Ladaki. La matriarca Tsiring Yandol e’ la persona più sorridente ed ospitale che abbia incontrato e, se avrete voglia, vi coinvolgerà nelle mille attività quotidiane che scandiscono le sue giornate. Dalla mungitura al burro fatto a mano, dalla raccolta delle mele alla preparazione degli gnocchi fatti in casa. Esperienze che non hanno prezzo.

LEH – LADAKH
DA FARE:
Cuore del Ladakh, la cittadina di Leh e’ la base di partenza ideale per esplorare l’intera regione. In paese si può trovare di tutto: caffetterie, ristoranti, attrezzatura sportiva e da trekking a prezzi stracciati, guide turistiche e agenzie di viaggio in grado di organizzare qualsiasi tipo di tour o attività. I trasporti pubblici possono essere snervanti e spietati, perciò uno dei modi migliori per visitare la zona in modo indipendente e’ noleggiare una moto, sempre che il clima lo permetta e anche l’abilità del pilota. A pochi chilometri dalla città, nella desertica valle dell’Indo, si aprono una serie di valli laterali. Ognuna di queste ospita villaggi e monasteri che trovano nelle acque di fusione che vi fluiscono la fonte della propria sopravvivenza. Sono oasi che offrono un ambiente bucolico di rara bellezza e negli antichi monasteri si conservano importanti opere d’arte. Tra i nostri preferiti Thiksay, Thakthok, Shey, Matho, Stakna.
DORMIRE:
Norzin Holiday Home – 500 Rp camera doppia, bagno comune con acqua calda – un posto da sogno, appena fuori dal centro cittadino, ricavato in una casa tradizionale completamente rimodernata. Offre camere immacolate che si affacciano su un delizioso giardino interno. I proprietari sono una famiglia di persone stupende.

NUBRA VALLEY – DISKIT – LADAKH
DA FARE:
Incastonata in una cornice di monti maestosi la valle di Nubra è situata a nord di Leh e si raggiunge scavalcando il passo di Kardung, che raggiunge i 5602 mt ed è la strada più alta al mondo percorribile con mezzi meccanici. Da non sottovalutare l’impatto fisico di una salita in quota così elevata, senza essere sufficientemente acclimatati. Nella vasta piana che segue il corso del fiume si sono formate dune di sabbia bianca su cui si possono avvistare i cammelli della Bactriana, che risalgono all’epoca carovaniera, quando Nubra era tappa di transito tra Tibet e India. Per la visita della Nubra Valley e’ necessario un permesso d’accesso, le pratiche si possono svolgere in un solo giorno presso qualsiasi agenzia turistica di Leh.
DORMIRE:
Zambala Guesthouse – 500 Rp camera doppia senza bagno, colazione inclusa – la guesthouse al momento e’ ancora in parziale costruzione. Situata in pieno centro, proprio accanto al mercato, offre camere pulite ed economiche all’interno di un ampio cortile. Su richiesta la proprietaria vi cucinerà cene tradizionali indimenticabili, scelta consigliabile, visto che i ristoranti del villaggio sono tremendi.

DHA HANU VALLEY – LADAKH
DA FARE:
Tre minuscoli villaggi abbarbiccati in una gola sulle rive del fiume sono il cuore dell’antica cultura Drokpa. Una etnia colorata, ancora oggi oggetto di studio, che vive a cavallo tra India e Pakistan. Alcuni li considerano i discendenti dell’esercito giunto fin qui al seguito di Alessandro Magno, anche se in merito non ci sono precise evidenze. Questo popolo conserva tradizioni assolutamente uniche: pelli di pecora come mantelli, fiori e frutti nei capelli, canti e balli assolutamente originali. Trovarsi in zona in occasione di qualche festival locale e’ un’esperienza davvero imperdibile. Per la visita della Dha Hanu Valley e’ necessario un permesso d’accesso, le pratiche si possono svolgere in un solo giorno presso qualsiasi agenzia turistica di Leh.
DORMIRE:
Skabapa Homestay – 400 Rp camera doppia senza bagno – con una piccola aggiunta si può avere la pensione completa, scelta consigliabile visto che nel villaggio non ci sono negozi, né tantomeno ristoranti. Il gestore e’ una persona riservata, ma molto disponibile. Le camere sono molto basiche ma pulite, bagni e acqua corrente si trovano in giardino, accanto ad uno splendido pergolato.

PANGONG TSO – SPANGMIK – LADAKH
DA FARE:
Una delle più belle escursioni del Ladak e’ il grande lago salato incastonato tra monti altissimi a 4400 metri di altezza. In questa zona per via del clima e dell’altitudine non e’ possibile praticare nessun tipo di coltivazione, e per questo e’ praticamente disabitata. Scenari e paesaggi sono remoti ed indimenticabili. Per la visita del Pangong Lake e’ necessario un permesso d’accesso, le pratiche si possono svolgere in un solo giorno presso qualsiasi agenzia turistica di Leh.
DORMIRE:
Padma Homestay & Restaurant – 150 Rp a persona in camera da quattro senza bagno – a fine stagione, quando gli accampamenti tendati per turisti sbaraccano la zona, e’ forse l’unica opzioni aperta nel minuscolo villaggio. Basico, molto spartano, preparatevi al freddo. Cucina su richiesta, inutile dire che non ci sono altre opzioni.

MANALI – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
Nel nord dell’Himachal Pradesh, Manali e’ una frequentata metà estiva per indiani che tentano di sfuggire al caldo delle pianure. Per gli stranieri e’ il punto di partenza obbligato per chi vuole muoversi verso il Ladak o la Spiti Valley, per gli israeliani il paradiso del charas. Nell’insieme la cittadina non è nulla di speciale, meglio sistemarsi nei villaggi di Old Manali o Vashist, nota per le sue sorgenti di acqua termale. Nei dintorni si possono praticare escursioni, trekking, sport estremi. Ottimo il ristorante giapponese di Vashist e la pizzeria appena poco fuori Manali, sulla strada verso il passo di Rotang.
DORMIRE:
Kalptaru Guesthouse – 200 Rp in camera doppia con acqua calda – le camere sono davvero economiche anche se un molto umide. La guesthouse e’ inserita in un grazioso giardinetto proprio dietro le sorgenti termali. La pulizia e’ un po’ approssimativa.

TOSH – PARVATI VALLEY – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
Fino a pochi anni fa Tosh era raggiungibile solo a piedi. Oggi una strada sterrata in pessime condizioni conduce fino a questo remoto villaggio da poco apertosi al turismo. E’ il posto ideale per riposarsi un paio di giorni. Con una camminata di un paio d’ore si può raggiungere l’alpeggio di Kutla, e ancora più in alto si trovano le piantagioni di marijuana. Ma se si vogliono visitare i campi è sconsigliabile addentrarsi oltre da soli, meglio chiedere l’ausilio di qualche locale come guida improvvisata. I contadini del posto non amano i curiosi e ogni anno qualche turista rimane vittima di inspiegabili sparizioni.
DORMIRE:
Sunset Family Guesthouse – 250 Rp camera doppia con acqua calda – situata in una nuova palazzina nella parte alta del villaggio, offre camere pulite, terrazzo con vista panoramica e un buon ristorante con stufa a legna per la sera.

KIRGANGA – PARVATI VALLEY – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
L’escursione fino alle sorgenti sacre di Shiva richiede all’incirca tre ore di sentiero. Il percorso migliore e’ quello che attraversa il villaggio di Naktan, risalendo alla sinistra del torrente: e’ più soleggiato e meno insidioso. L’ausilio di una guida non è assolutamente necessario, ma per non sbagliarsi è meglio chiedere informazioni lungo il percorso ai contadini della zona o agli altri escursionisti che discendono il sentiero. A Kirganga si trova di tutto, ci sono guesthouse, ristoranti e piccoli negozi. Il cibo e l’acqua hanno prezzi quasi raddoppiati, ma bisogna tenere presente che i rifornimenti raggiungo questo alpeggio sperduto fra le montagne sulle spalle dei portatori o a dorso di cavallo. Le terme naturali sono davvero stupende, anche se uomini e donne sono separati e quest’ultime possono bagnarsi solo all’interno di una costruzione in legno, al riparo da occhi indiscreti.
DORMIRE:
Lotus Guesthouse – 300 Rp camera doppia senza bagno – forse l’unica accomodation a disporre di stanze economiche in legno ed altre leggermente più care in muratura, mentre la maggior parte sono costruite in semplice lamiera e quando le temperature scendono possono trasformarsi in trappole di ghiaccio. Ottima la cucina del ristorante Lotus.

KASOL – PARVATI VALLEY – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
Il villaggio di Kasol e’ il più amato dagli israeliani e con i suoi ottimi ristoranti offre al visitatore europeo la possibilità di tuffarsi nella cucina ebraica. Si trova all’incirca al centro della Parvati Valley ed è perfetto come base per escursioni di uno o più giorni nei dintorni. Oltre a Kirganga e Tosh, si possono visitare: il villaggio di Malana, raggiungibile ancora oggi solo a piedi e noto per le sue antiche tradizioni sociali e religiose, Manikaram con il tempio Sikh e le sorgenti termali, Pulga e Kalga, poco più in basso di Tosh, ma molto più frequentati.
DORMIRE:
Royal Orchard – 300 Rp boungalow senza bagno – un posto delizioso. Dietro l’edificio principale si apre un frutteto che si affaccia sul fiume. Al centro due piccoli boungalow ben ristrutturati e graziosamente arredati. Molto pulito e gestito da una famiglia davvero simpatica.

KULLU – PARVATI VALLEY – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
Punto di partenza obbligato per chi vuole risalire la Parvati Valley utilizzando i mezzi pubblici.
DORMIRE:
Aaditya Hotel – 550 Rp camera doppia con acqua calda – quando abbiamo dormito qui dieci anni fa l’hotel era davvero decadente, ma una recente ristrutturazione ha dato una bella spolverata a camere e reception. Il prezzo non è proprio economico e l’arredamento resta un po’ vecchio, ma le stanze sono spaziose e dispongono di balcone privato con vista.

DHARAMSALA – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
Dharamsala e’ nota soprattuto come sede del governo tibetano in esilio, anche se la vera residenza di Sua Santità il XIV Dalai Lama si trova a McLeod Ganj, quattro chilometri sopra Dharamsala. Una cittadina di poche migliaia di anime tibetane in esilio che negli ultimi dieci anni e’ diventata un centro super turistico. Oltre alla visita del Tsuglagkang Complex, la dimora ufficiale del Dalai Lama con il suo complesso di scuole e templi, ci si può dilettare in qualsiasi genere di attività collaterale: dallo shopping buddista, ai corsi di meditazione, yoga, massaggi ayurvedici, dalle escursioni nei villaggi circostanti alle lezioni di monaci e maestri, o dello stesso Dalai Lama se si è fortunati. Da non perdere un corso di cucina dalla mitica Rita’s Kitchen, nel villaggio di Bagsu!
DORMIRE:
Dev Niwas Guesthouse – 350 Rp camera doppia con bagno – la palazzina e’ ancora in parziale costruzione, ma ai primi due piani già dispone di spaziose camere nuove di zecca, forse un po’ polverose per via dei lavori in corso, ma che offrono una buona vista e balcone panoramico.

AMRITSAR – PUNJAB
DA FARE:
Il Golden Temple dei Sikh illumina la città vecchia con i suoi marmi bianchi e la cupola dorata. Merita diverse visite, sia durante il giorno quando trabocca di pellegrini, sia di notte quando l’atmosfera tranquilla e le luci che si riflettono sul lago lo trasformano in uno dei luoghi più suggestivi del mondo. Di ben altro tenore e’ la cerimonia di chiusura del confine tra India e Pakistan a pochi km dalla città. Migliaia di turisti indiani, spinti da fervore patriottico, affollano tutti i giorni le tribune vicino ai cancelli, mentre i pakistani dall’altro lato fanno altrettanto. E’ una gara a chi urla più forte, anche se alla fine la fanno da padrone le macchine fotografiche per le immancabili foto ricordo con le guardie di confine.
DORMIRE:
Tourist Guesthouse – 400 Rp camera doppia – situata in una vecchia casa coloniale con cortile e giardinetto interno la Tourist guesthouse offre un riparo dal caos urbano della città. Le camere sono semplici ma molto spaziose.
Golden Temple – sistemazione gratuita nei dormitori comuni per i turisti stranieri, mentre i pellegrini si accumulano nel cortile interno. Anche i pasti sono gratuiti e vengono serviti continuamente nel vasto refettorio comune. Un’esperienza senz’altro molto caotica, ma allo stesso tempo indimenticabile.

DELHI
DA FARE:
Girovagare senza meta per i vicoli della città vecchia e’ un’esperienza che ti porta indietro nel tempo, tra professioni dimenticate e palazzi cadenti di indubbio fascino. Il Red Fort e’ meglio visto da fuori perché l’interno non vale il prezzo del biglietto, mentre la grande Jama Masjid, la moschea del venerdì, e’ un luogo davvero suggestivo. Una visita serale al santuario del santo sufi Nizamuddin Chisti e’ un viaggio nel passato mistico dell’Islam delle origini. Il mausoleo di Humayun e’ senza dubbio una delle meraviglie architettoniche dell’impero Moghul, e vale davvero una visita, soprattutto nel tardo pomeriggio quando l’arenaria rossa si incendia sotto i raggi del sole al tramonto. Da non perdere un pollo tandoori dal mitico Mikky, a pochi passi dalla stazione di New Delhi, i cui kebab sono in assoluto i più succulenti mai provati.
DORMIRE:
Amax Inn Hotel – 650 Rp camera doppia con bagno – appena fuori dalla caotica Paharganj, l’hotel dispone di camere da tutti i prezzi. Per essere la più economica offe un buon rapporto qualità prezzo. Piccola, ma pulita e con TV via cavo. Terrazzo e ristorante sul tetto per sfuggire dal caos cittadino.

AGRA – UTTAR PRADESH
DA FARE:
Per caro ed estremamente turistico che sia, il Taj Mahal e’ il monumento iconico dell’India. Ed e’ semplicemente meraviglioso.
DORMIRE:
Saniya Palace Inn – 500 Rp camera doppia con bagno – la miglior vista sul Taj Mahal di tutta la città e’ quella che si gode dal ristorante sul tetto di questa guesthouse che però ne approfitta sui prezzi. Le camere sono molto nuove e pulite, ma nello stesso vicolo se ne possono trovare di equivalenti ad una cifra inferiore.

PUSHKAR -RAJASTAN
DA FARE:
Esistono due Pushkar. Una per due settimane all’anno coincidenti con l’arcifamosa Camel Fair, quando la cittadina si riempie di cammelli, turisti indiani e stranieri, giocolieri, mercanti e pellegrini. Il circo che si viene a creare intorno a questo evento merita di essere visto una volta nella vita. La seconda Pushkar e’ quella del resto dell’anno. Un posto tranquillo che specchia placidamente le proprie case bianche e azzurre nelle acque del lago. L’atmosfera è molto hippie style, con negozietti che vendono di tutto, dal l’abbigliamento new age ai libri in tutte le lingue.
DORMIRE:
Rajguru Guesthouse – 350 Rp camera doppia con bagno, 800 Rp durante la Camel Fair – la guesthouse si affaccia su un fresco giardino interno e offre camere semplici ma pulitissime, pavimenti lucidi e nemmeno una ragnatela. Il proprietario e’ una persona molto precisa, cortese ed affidabile.

JODHPUR – RAJASTAN
DA FARE:
Il forte che domina la città e’ uno dei più suggestivi ed imponenti del Rajasthan. Ma la magia del posto si coglie al meglio nei vicoli del centro, la cosiddetta città blu, dove girovagare e perdersi fa parte del piacere.
DORMIRE:
Sunshine Guesthouse – 400 Rp camera doppia con bagno – guesthouse di nuova apertura situata proprio sotto le mura del forte. Il terrazzo sul tetto ha una delle migliori viste sulla città blu e la torre dell’orologio. Il proprietario abita al pian terreno ed è molto disponibile oltre che pieno di suggerimenti ed iniziative.

NOTE:
Cambio ottobre/novembre 2013: 1 euro = 84 Rp circa.

Nessuno uscirà vivo di qui – l’India dalla A alla Z

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Giorno 449.

ARCHITETTURA – Le claustrofobiche e cadenti città indiane di oggi sono quasi un controsenso quando si guarda agli splendori architettonici del passato. L’eredità artistica e culturale di millenni di storia si manifesta in una miriade di monumenti in stili diversissimi tra loro ma del tutto stupefacenti. Dalle meraviglie Mogul del nord agli elaborati e coloratissimi templi del sud, dai forti del Rajasthan alle eleganti e decadenti dimore sul Gange e Varanasi, dai templi erotici a quelli purissimi e raffinatissimi gainisti, l’India e’ una ver cassaforte che custodisce tesori senza tempo. Per vederli tutti, non basta una vita.

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BABA – Dedicare la propria vita all’esplorazione del divino e alla propria crescita interiore e’ una tradizione che perdura in India da millenni. Di solito un uomo, quando sente di aver compiuto i doveri legati alla propria casta e condizione sociale, può decidere di lasciare la propria vita materiale per dedicarsi al raggiungimento di scopi prettamente spirituali. Inizia così una peregrinazione attraverso il paese, in assoluta povertà facendo affidamento esclusivamente sulle donazioni altrui, dormendo nei templi e mangiando quello che viene offerto. Altri possono decidere di prendere questa strada in giovane età. Quando muoiono non vengono cremati, in quanto già puri. Praticamente tutti usano hashish per favorire la meditazione e la comunione col divino. Non diciamolo però a Giovanardi.

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CESSI DA INCUBO – Se qualcuno decidesse di stilare una classifica dei paesi in base alle condizione igieniche dei propri bagni l’India vincerebbe su tutti per distacco. Spesso senza porta, infilati dentro cortili o anfratti puzzolenti, sporchi, privi di acqua corrente, figuriamoci di carta igienica. Non si può descrivere l’orrore, se possibile e’ di gran lunga più saggio preferire un cespuglio a cielo aperto. CHAI – Ad ogni angolo, ad ogni stazione risuona il richiamo dei venditori di Masala Chai, il the all’indiana. Masala è l’insieme di spezie che rende unica l’aroma ed il sapore del Chai, il the, che viene bollito a lungo, dentro fumanti pentoloni sul ciglio di ogni strada, e servito insieme a latte intero e tanto, tantissimo zucchero. CRICKET – Se non lo conosci, può anche sembrare uno sport noioso. Qui e’ una vera passione nazionale, come e forse più del calcio in Italia. Gli eroi del cricket entrano in politica, ad essi vengono dedicate statue e poesie. Molti sono ricchi sfondati. Ma una partita e’ una festa popolare, con persone che cantano e ballano allo stadio e migliaia di altre incollate alla TV, a casa, o per strada per chi non se ne può permettere una, e sono tanti. Gli scontri contro il Pakistan sono senza dubbio i più importanti, perché è in gioco l’orgoglio nazionale.

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DIVINITÀ – Gli dei indù sono tanti quanti le stelle del firmamento e ogni dio ha centinaia di nomi a seconda delle svariate forme in cui si manifesta. Impensabile conoscere di tutti la storia o la parentela: Shiva il distruttore, ha tre occhi e quando aprirà il terzo si dice che il mondo sarà finito. Vishnu il conservatore dell’ordine cosmico, si è reincarnato otto volte e tra i suoi avatar si annoverano Buddha e Krishna. Brahma il creatore, maledetto ed obliato dalla moglie tradita. Alle tre principali divinità segue una telenovelas di mogli, amanti, figli, avatar, incarnazioni, veicoli che rendono la mitologia indù vastissima, filosofica, disorientante.

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ESERCITO – Le frontiere montagnose con Cina e Pakistan sono più calde di quanto il freddo clima Himalayano possa lasciar presagire. Fa strano percorrere aree incontaminate a quattromila metri, per poi girare una curva e vedere un enorme insediamento militare, magari piazzato sotto uno stupa buddista. Ma il nazionalismo e’ sempre in voga, non sia mai che si perdano cento metri quadrati di ghiacciaio…

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FACCE DI BRONZO – Ha detto qualcuno che in India, per metà del tempo guardi un film, per l’altra metà il film sei tu…in nessun altro posto al mondo ti senti più osservato, fotografato, filmato, toccato e generalmente violato nella tua privacy come qui, dove quest’ultimo concetto e’ quasi del tutto estraneo. Alcuni lo fanno in modo ingenuo e simpatico, altri invece sono dei veri rompicoglioni, che non si rendono conto che uno straniero, alla millesima foto in mezz’ora con lo sfondo Taj Mahal in compagnia di un gruppo di sconosciuti può anche un attimino infastidirsi. Ma niente li può fermare, e la diffusione capillare di smartphone e macchine fotografiche economiche non fa altro che rinforzare il fenomeno. Si salvi chi può. FORNO TANDOORI – La cucina tradizionale nel nord dell’India usa questo forno a carbone, realizzato in argilla, per cucinare succulenti spiedoni di pollo o agnello marinati in una salsa di yogurt e spezie, che conferisce ai piatti tandoori il tipico colore rossastro. Una delizia per non vegetariani!

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GANGE – Il sacro fiume che è promessa di liberazione dal teatro del divenire richiama ogni giorno milioni di pellegrini e devoti che si bagnano nelle placido fluire delle sue acque super inquinate. Le rive sono un brulichio di vita e riti antichi celebrati all’infinito. Bere l’acqua del Gange, secondo l’induismo, farà sì che dopo l’ultimo respiro, l’anima salirà al cielo. Sono 2500 chilometri di corsa, dall’Himalaya al Golfo del Bengala, lungo i quali fabbriche, città, villaggi, scaricano nell’acqua sacra e nelle migliaia di affluenti, qualsiasi cosa. Nell’incertezza, comunque, meglio non immergersi. Il luogo più intenso per assistere a tutto questo e’ senza dubbio Varanasi, o Benares, la città più antica dell’umanità. Qui il presente e il passato si incontrano e mescolano sui grandi gath, dove abluzioni, preghiere e rituali di purificazione si ripetono all’alba, da millenni, e ogni giorno le ceneri di migliaia di cadaveri, compreso quello che il fuoco non è riuscito a bruciare, viene lasciato alla corrente, perché arrivi fino all’Oceano. La vita e la morte si inseguono e si specchiano nelle acque del fiume che intanto continua a scorrere. GANESH – Il dio più simpatico dello sterminato pantheon indù, per intenderci quello con la testa di elefante piazzata su un corpo bello grasso. Pare che porti fortuna e successo, per questo e’ così benvoluto. Tutto il mondo e’ paese…GANDHI – Il Mahatma, “grande anima”, e’ stato sicuramente uno dei personaggi più influenti del ventesimo secolo. In India e’ venerato dai più quasi come un Dio, la cui parabola umana e politica e’ rappresentata in innumerevoli musei e centri in tutto il paese. Il suo rigoroso codice morale fa un po’ a cazzotti con il materialismo gretto della nuova India che si muove sempre più velocemente sulla strada che il piccolo uomo del Gujarat aborriva. Ma l’esempio resta vivo.

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HIMALAYA – La catena montuosa più imponente, maestosa e magica del pianeta circonda il paese, separandolo da vicini più o meno molesti. Per noi la zona Himalayana resta la parte più bella dell’India, quella più vivibile e pulita oltre che stupenda nei paesaggi, nell’archittettura dei villaggi e nella genuinità delle persone. Il Ladakh merita un posto tra le aree più affascinanti del mondo.

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KARMA. Solo un paese che crede nel ciclo delle rinascite, regolate dai meriti accumulati nel corso di ogni vita, il karma appunto, può essere allo stesso tempo così povero e così tollerante. Se da un lato la religione spinge parte della popolazione ad una rassegnazione non sempre costruttiva riguardo le proprie condizioni di vita, della serie andrà meglio nella prossima vita, dall’altro lato fa si che quasi un miliardo e mezzo di persone riescano a vivere quotidianamente fianco a fianco, nel pluralismo caotico di in uno dei paesi più densamente popolati al mondo, senza sterminarsi a vicenda in una spietata lotta per le risorse.

IMMONDIZIA – In India non esistono cassonetti per l’immondizia. Tantomeno cestini per le strade. Così ci si ritrova a girare con in mano bottigliette d’acqua ormai vuote, o la carta del giornale in cui è stato messo il samosa, infastiditi dall’idea di gettare tutto per terra e non pensarci più. Alla fine, esausti, si cede a questo gesto, confortati anche al fatto che le strade non sono esattamente pulite come in Svizzera. Ma il dubbio resta: dove va a finire la monnezza? Le montagne di spazzatura si accumulano ai brodi delle strade, nei fossi, nei vicoli. Nelle città ogni tanto qualcuno la rimuove, nelle campagne quando diventa troppa la si brucia. La notte migliaia di mani frugano tra i rifiuti alla ricerca di avanzi, vestiti, plastica o lattine vuote da rivendere al peso, qualsiasi cosa possa aiutare a sbarcare il lunario. ISRAELIANI – In Israele i ragazzi “fanno il militare” per tre anni, le ragazze per due. Quando finiscono di servire lo stato, migrano in massa verso mete economiche come la Thailandia e l’India, dove alcool, droghe, sesso e divertimento sono assicurati. Si ritrovano più o meno tutti negli stessi posti, formando gruppi rumorosi e spesso poco simpatici agli occhi dei locals ed egli altri viaggiatori. In una decina d’anni di viaggi in Asia, abbiamo imparato a riconoscerli, distinguendo i trentenni con cui è facile e piacevole confrontarsi, dai ventenni che invece cerchiamo di evitare ad ogni costo.

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LAVORI DI MERDA – L’India e’ la patria dei lavori di merda, quelli che uno non vorrebbe fare neanche se costretto con una pistola alla tempia. Mi vengono in mente, in ordine sparso:
– Lo spaccapietre a cinquemila metri lungo le strade Himalayana, dormendo per mesi in una tenda con decine di altri poveracci, patendo tutto il campionario delle sofferenze umane, dalla fatica al freddo alla fame. Però il paesaggio e’ bellissimo…
– Il pulitore di latrine pubbliche e private, a piedi scalzi e mani nude. Questa delizia e’ riservata alla casta degli intoccabili.
– La raccoglitrice di sterco di vacca o di cammello. Quando manca il combustibile, bisogna arrangiarsi, però stendo un velo pietoso sul profumo che emanano i caminetti nelle fredde notti invernali.
– Lo “spotter” e bigliettaio allo stesso tempo sugli autobus interurbani, spesso appesi fuori dalla porta di mezzi scassati lanciati a tutta velocità in condizioni di sicurezza inesistenti. Autostrada per l’inferno.

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MATRIMONI COMBINATI – Una tradizione che credevamo destinata a terminare, ma che invece è’ ancora viva e vegeta tra i giovani indiani in cerca di moglie o marito. La spiegazione, come abbiamo avuto modo di sentire più volte da persone di tutte le età e ceto sociale, e’ che se ti sposi per amore, prima o poi questo finisce e ti lasci, mentre invece il matrimonio combinato diventa una questione di unione di due famiglie, il vincolo e’ più solido ed il legame più stabile. Contenti loro…

NEOHYPPIES – La tipologia di backpackers più diffusa in India e’ senza dubbio questa. Sembra quasi d’obbligo, una volta messo piede nel paese, buttare via i propri vecchi abiti per fare un tuffo negli anni sessanta. Il colore la fa da padrone, gli abiti larghi e comodi dominano, così come le fasce o i fiori nei capelli. Le droghe sono parte integrante dell’esperienza indiana. Tutto bello e divertente, l’importante e’ non prendersi troppo sul serio, altrimenti il rischio e’ di cadere nel ridicolo.

OPPIO – Attualmente l’India è l’unica nazione al mondo ad essere ufficialmente autorizzata ad estrarre la pasta da oppio per scopi farmaceutici. Storicamente il suo consumo era diffuso soprattutto tra i combattenti Rajput, una casta guerriera del Rajastan, poiché il suo uso rafforzava il coraggio e, qualora fossero stati feriti, arrestava le emorragie e dava sollievo al dolore. Veniva fumato, sorseggiato dal palmo di una mano con un misto di acqua di zafferano, oppure mangiato. Oggi è una sostanza illecita, ma il suo consumo e’ ancora occasionalmente diffuso per festeggiare nascite, matrimoni, durante alcune cerimonie commemorative, oppure per appianare rivalità tra famiglie.

PLEASE HORN – In un paese dove l’anarchia stradale regna sovrana più che nel centro di Napoli, l’invito presente sul retro di tutti i camion a suonare il clacson per avvisarli della propria presenza e prevenire mosse a sorpresa resta una grande cortesia. Purtroppo l’abuso di questa abitudine ti distrugge l’udito ed aumenta il tuo livello generale di nervosismo quando sei per strada. Più che di inquinamento acustico, parliamo di un’ecatombe di timpani.

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QUALI COSE NON FARE MAI IN INDIA:
– Toccare il cibo con la mano sinistra. E’ considerata impura e si usa solo per le abluzioni intime, data la costante assenza di carta igienica.
– Entrare in una casa o in un tempio con le scarpe. E’ considerato maleducato e antigienico, anche se i vostri piedi nudi sono più sporchi di una fogna in pieno centro a Calcutta.
– Dimenticare a casa un pacchetto di Imodium. Se c’è una cosa che ho imparato e’ che in India alla diarrea non si scappa.
– Fidarsi delle indicazioni stradali. Un indiano non ammette mai di non sapere dove si trova un posto, considera scortese mandarti via senza una risposta, perciò preferisce inventarsela. Si deve sempre chiedere ad almeno tre persone diverse: se l’indicazione coincide, allora è esatta.
– Chiedersi “perché…?”. L’India gira a modo suo, governata da più di un migliaio di divinità, non c’è risposta all’assurdità della realtà quotidiana.
– Arrabbiarsi. Che siano le mucche, il traffico, i mendicanti, i procacciatori, i tassisti o semplici curiosi, mai opporsi al fluire delle cose. Contro l’India non si vince, mai. Meglio lasciarsi andare alla corrente e vedere quello che succede.

ROYAL ENFIELD – La moto per eccellenza. Inizialmente fabbricata dagli inglesi, dopo l’indipendenza e’ diventata un simbolo nazionale. Con quel suo fascino retro’, ha più stile dell’Harley Davidson, che in confronto e’ un giocattolo per fighetti snob.

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SARI – In poche parole, il vestito più bello del mondo. No global per eccellenza, non mette in mostra loghi o marche che nascondono dietro al marketing la mancanza di qualità. Sono tutti coloratissimi, quelli di più alta fattura si distinguono per l’utilizzo di stoffe pregiate e decorazioni in argento, oro e pietre preziose. Le donne indiane se ne vanno in giro imbozzolate come gigantesche farfalle colorate, possono coprirsi testa e spalle per pudore, ma una signora che si rispetti non può esimersi dall’esibire orgogliosamente la propria pancia burrosa.

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TRENI. Nessuna esperienza indiana si può ritenere completa se non si viaggia sulle sue ferrovie. La classe sleepers e’ la più gettonata, quella in cui si incontra tutto il campionario dell’umanità indiana. Ad ogni stazione e’ un festival di mendicanti, venditori di cibo e chincaglierie varie, che portano letteralmente il proprio piccolo business a bordo. Le notti si passano giocando a carte o chiacchierando per ore con sconosciuti curiosi della vita all’estero, che condividono il proprio cibo e fiumi di Chai. THALI – In pratica e’ l’equivalente del nostro Menu Fisso, ma viene servito in una sola portata, dentro un grande piatto metallico a scompartimenti nel Nord, o sopra una foglia di banano al Sud, ed è accompagnato da tante piccole ciotole, contenenti yogurt e altre salse dai sapori infernali per quanto sono piccanti. Gli ingredienti base sono riso bollito e chapati, che si accompagnano con verdure cotte e crude, dhaal di lenticchie, ceci o fagioli, sottaceti a base di mango acerbo, sfoglie fritte croccanti e speziate, e un piccolo dolce, solitamente una crema di riso e latte. Mangiare un thali e’ un po’ come assaggiare l’India: dal piccante al dolce, tutto si mescola in un’unico piatto. Il segreto sta nel mangiare con le mani: mischiare il tutto, impastare con le dita per apprezzare la sinfonia creata dalla discordanza di cibi dal sapore, dai colori e dalla consistenza diversa.

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UNICITÀ – Di tutti i posti al mondo, l’India e’ probabilmente quello che mantiene più forti le proprie tradizioni e la propria identità, nel bene e nel male. Al di fuori dei centri delle città principali, la vita procede come sempre, con il ritmo del tempo dettato da riti e tradizioni millenarie. Certo, i McDonald’s sono arrivati anche qui. Ma gli hamburger, sono di soya…

VACCHE SACRE – Gli indiani hanno quattro madri: quella che ti dà la luce, il fiume Gange o madre Ganga, l’India stessa come nazione e le mucche. Queste ultime sono libere di gironzolare per le città a proprio piacimento, sdraiandosi a dormire in mezzo alla strada se hanno voglia di un riposino, incuranti del traffico. Se non trovano erba, mangiano tutto quello che capita, inclusa carta e plastica. Resta qualche dubbio sulla qualità del latte.

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ZINGARI – Scrutando le facce Rajasthane, non si può non notare una chiarissima somiglianza con i nomadi Rom di casa nostra, i quali hanno lasciato queste terre più di mille anni fa per proseguire le proprie peregrinazioni in Europa.

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Arrivederci, amore ciao

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Giorno 448.

Circondati dal blu delle case, nei vicoli della città vecchia di Jodhpur, cerchiamo di curarci dalla schifezza intestinale che ci siamo beccati bevendo canna da zucchero e limone con ghiaccio di dubbia provenienza. L’India ti da’ molto, anche cose che non vorresti, come parassiti indistruttibili e apparentemente resistenti agli antibiotici. Il forte Merengharh domina dall’alto questo oceano urbano, costruito ai tempi dei Maharaja in un colore che difendesse dal caldo e dalle zanzare. Fuori dalle stradine del centro e’ la solita città indiana, con il caos, i clacson ed i palazzi che sembrano aspettare solo la spinta decisiva prima di collassare sulla strada sottostante. L’impermanenza che caratterizza la religione indù si riflette perfettamente nell’architettura delle città, dove niente sembra finito, tutto è in divenire e i tondini di ferro spuntano dai tetti di cemento, pronti a sostenere un nuovo piano superiore, quando ci saranno i soldi per costruirlo. Quelli, e non i permessi urbanistici sono il problema. Credo che in India per costruire qualcosa, o aggiungere qualcosa all’esistente, serva solo la volontà.

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Siamo alloggiati, unici ospiti con un trio di monache coreane, in una guesthouse sotto le mura del forte. Alla sera, nella speranza di cacciare i parassiti, tracanno intrugli di ginger, limone e the, ma i rimedi naturali in questo caso servono a poco. Per la prima volta nella mia vita, non ho appetito, ed anche gli spiedoni dei kebab più succulenti mi passano sotto il naso senza smuovermi. Ho perso diversi chili, sono tornato magro. Giulia sta meglio, e la invidio. Faccio fatica a sopportare i tremila bambini che ad ogni angolo saltano fuori da dietro i muretti azzurri per chiederci l’ennesima fotografia. Sono quei momenti in cui l’India non fa prigionieri, te la senti tutta sulle spalle e vorresti un arma automatica, un kalashnikov o un lanciafiamme per incenerire i tuoi carnefici.

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Così una mattina ci svegliamo, e mentre facciamo colazione in terrazza, io con uno striminzito pancake al limone e Giulia ingozzandosi di qualsiasi cosa, ci guardiamo negli occhi e capiamo che è il momento di cambiare. Ci sentiamo quasi in colpa, come se stessimo tradendo il nostro grande amore. Ma la verità’ e’ che dopo quindici mesi on the road, al quinto viaggio nel subcontinente, ci accorgiamo che quello che le prime volte ci divertiva adesso ci disturba. Che l’invadenza degli indiani di cui ci siamo innamorati dopo un po’ diventa molesta. E così d’impulso compriamo due biglietti di sola andata per il Brasile, per il dopodomani. Un autobus notturno la sera stessa ci riporta a Delhi. Lasciamo la madre India, e ci vengono le lacrime agli occhi. Basta con i clacson impazziti, basta con lo sporco sotto le unghie, basta con le mille foto come le star di Hollywood o i calciatori del Napoli.

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All’aeroporto, come se la nostra amante tradita volesse trattenerci, il destino rischia di materializzarsi sotto forma di uno zelante funzionario della compagnia aerea, che si ostina a chiederci un volo di uscita dal Brasile, secondo lui necessario per ottenere il visto all’arrivo in quel paese. Mando Giulia a trattare, di solito e’ più calma di me in queste situazioni. Ma da lontano osservo la situazione lentamente precipitare dai loro gesti, l’uomo che si spazientisce e fa “no” con le braccia, Giulia che si spazientisce anche lei e non ci vuole un genio per capire che serve un’intervento risolutore. Mi avvicino, parlo con l’uomo, dico che mia moglie non capisce un cazzo, che lui ha sicuramente ragione su tutta la linea, ma che noi vogliamo partire e siamo pronti a firmare una dichiarazione che sollevi la compagnia aerea da tutte le responsabilità nel caso venissimo rifiutati all’aeroporto di Sao Paulo. Naturalmente so che non sarà così, ma con gli indiani e’ l’unico modo di trattare. Così partiamo. Domani, e’ Samba.

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Camel Fair

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Giorno 444.

Pushkar e’ una delle città più antiche e sacre di tutta l’India ed anche uno tra i luoghi più incantevoli e suggestivi che abbia mai visto. Letteralmente significa “nata da un fiore” e la leggenda narra che quando il mondo era ancora una palla deserta, Brahma il Creatore staccò un petalo dal divino loto su cui eternamente siede e lo lasciò cadere. Ove il petalo toccò il suolo si creò il lago di Pushkar, la prima acqua del mondo, un lago sacro senza fondo che oggi lambisce questa perla del Rajasthan ai margini del deserto.

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A Pushkar si trova l’unico tempio al mondo dedicato al culto di Brahma, che insieme a Shiva e Vishnu, incarna la trinità più venerata di tutto il vasto pantheon indù. Un po’ come il Buono, il Brutto e il Cattivo per i fanatici di Sergio Leone. E gli indiani, che sono grandi amanti dei record, non fanno a meno di ripeterlo ai visitatori in continuazione. Noi, per dispetto, il tempio non lo visitiamo, intanto la città e’ praticamente un santuario a cielo aperto. Ma la storia del povero Brahma e’ più o meno questa. Un giorno Brahma si preparava a celebrare un sacrificio in pompa magna sulle rive del lago, con una cerimonia alla quale avrebbe dovuto presenziare anche una donna. Per questo ruolo scelse la moglie, Savitri, che però in quell’occasione pensò bene di prendersela comoda, finché Brahma, stufo di aspettare, decise candidamente di risolvere l’impiccio scegliendo come nuova moglie Gayatri, una ragazza del villaggio. L’avventato consorte pago’ a caro prezzo le sue scelte lussuriose, perché quando la moglie lo scopri’ con le braghe calate, la solita scusa del “cara, non è quello che sembra” non basto’ a placare le sue ire. Savitri lo maledisse e giuro’ che il suo culto non si sarebbe mai praticato in nessun’altra parte dell’India, perché chiunque avesse costruito un tempio in suo onore sarebbe morto tra atroci sofferenze. Fu’ così che il creatore venne condannato all’oblio, con l’unica eccezione di Pushkar.

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Questa sua unicità fa si che ancora oggi tutto il villaggio sia considerato assolutamente sacro: ogni singola pietra, ogni angolo, soprattutto l’acqua torbida del lago senza fondo con i suoi 54 gradini. Un cartello ammonisce il visitatore affinché non si avvicini a meno di dieci metri dallo specchio con le scarpe ai piedi, paventando pene orribili nella prossima reincarnazione. I Bramini e i loro guardiani vegliano perennemente a caccia di miscredenti e turisti in contravvenzione cui finalmente possono gridare ogni sorta di improperi. Con una punta di compiacimento aggiungerei… Ci tocca girare con un metro. Anche il regime alimentare in paese risente della spiritualità del luogo. Il menù e’ rigidamente vegano, niente droghe, niente alcool, persino le uova sono bandite, e i ristoranti si ingegnano a venire incontro ai gusti dei turisti con croissant che sanno di pane e torte al cioccolato che si disfano solo a guardarle.

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In realtà noi a Pushkar c’eravamo già stati, e l’atmosfera magica e tranquilla dei ghat e dei palazzi bianchi che si specchiano nel lago era uno dei ricordi più intensi dell’India di dieci anni fa. Ma questa volta decidiamo di vivere un’esperienza completamente diversa, perché ogni anno, la settimana prima del plenilunio di Kartika, l’ottavo mese del calendario lunare Hindu, che cade di solito tra ottobre-novembre, si tiene la Pushkar ka Mela o Fiera di Pushkar, un avvenimento tra il sacro e il profano per rendere omaggio al Dio Brahma, con processioni, canti e manifestazioni folkloristiche, durante il quale si svolge una delle fiere del bestiame più famose del mondo. La città si trasforma in un tripudio di colori e vivacità, un caleidoscopio di danze vorticose, campi tendati e cammelli agghindanti a festa. Migliaia di pellegrini, mercanti e allevatori provengono fin qui dal Rajasthan e da tutta l’India del nord per assistere alla fiera e partecipare ai festeggiamenti che culminano con il bagno finale di purificazione nel lago sacro, nel giorno di Kartik Purnima, la notte del plenilunio.

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Il turbinio delle giostre che scricchiolano instabili come mulini di ferro oscura il profilo della collina di Savitri, la venerata e cornuta moglie di Brahma. Le strette strade polverose vengono invase da una miriade di persone cui si mescolano musicisti, saltimbanchi, acrobati e l’intera città si trasforma in un’enorme mercato affollato dove gli ambulanti espongono ogni genere di chincaglieria: padelle, tappeti, chillum, finimenti per cammelli, prodotti artigianali di ogni tipo, braccialetti, monili intarsiati e tessuti stampati indossati dalle donne indiane che tra le bancarelle scambiano o vendono davvero di tutto. Truffatori, accattoni e ladruncoli si mescolano alla folla in cerca di buoni affari e noi, da buoni clienti, ci facciamo subito borseggiare a dovere. Poi ci sono i contorsionisti, i funamboli, gli addomesticatori di cavalli, di scimmie, gli incantatori di serpenti. Un microcosmo di personaggi che sembra uscito da una delle avventure di Willy Fog e che solo l’India può ancora raccontare.

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Una scia di donne scalze coi bracciali alle caviglia e i bagagli sulla testa si avvicina a piedi alla città. La maggior parte di loro dormirà sulle gradinate che circondano il lago o sotto le tettoie della grande arena che di giorno ospita i giochi e le competizioni. La gente dei villaggi non può certo permettersi gli alberghi, che con i prezzi esorbitanti della fiera sono ad esclusiva disposizione dei turisti occidentali e degli ancora più ricchi turisti indiani.

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I cammellieri con le loro carovane di tende, donne e bambini si sistemano sulle dune alle porte di Pushkar, accanto alle grandi vasche che indistintamente soddisfano le esigenze idriche di uomini e bestie. Gli accampamenti si stendono a perdita d’occhio, fra migliaia di cammelli, i veri e indiscussi protagonisti della fiera. Gli animali vengono lavati e splendidamente ornati con tatuaggi, decori, nastri e treccine, campanelli d’argento e piercing al naso, oppure truccati con pesanti strati di kajal. Alberi di Natale con la gobba pronti a competere al concorso di bellezza per ruminanti del deserto.

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All’ombra delle tende gli uomini contrattano, litigano, fumano e bevono di nascosto, mentre le donne operose cucinano, attingono l’acqua, lavano i figli e passano tutto il loro tempo libero a raccogliere meticolosamente polpette di sterco di cammello. Perché nel deserto non si trova legna da ardere e niente va sprecato.

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La vera tratta del cammello si svolge nei primi giorni della fiera, quando migliaia di esemplari cambiano proprietario dopo feroci trattative. Man mano che i giorni passano e gli affari si concludono, gli accampamento si svuotano, le carovane di acquirenti più o meno soddisfatti si allontano nel deserto, pronti ad affrontare la lunga marcia verso casa attraverso piste polverose. Seguono i bambini coi carretti e le donne con le solite ceste, sempre a caccia di sterco.

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Alla fiera si affianca il grande festival di spettacoli, gare e saltimbanco. Ogni giorno nella grande arena assolata si svolgono le competizioni più curiose e stravaganti che si possano immaginare. Sotto un sole cocente sfilano cammelli e cavalli ballerini, si freme per la super attesa gara di baffi e quella di turbanti, stranieri contro locali. Poi c’è il tiro alla fune, la palla avvelenata senza palla, la piramide umana e la corsa con le giare sulla testa. Vince una certa “Mary from France”, complici due braccia da camionista e una clamorosa falsa partenza.

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Un giorno per strada raccattiamo un francese sulla settantina che vaga come un bimbo sperduto in cerca del suo gruppo e della guida da cui è rimasto separato. E’ affamato e impaurito come uno spettatore al circo che per sbaglio è finito nel recinto del leone. Non parla inglese, non sa dove alloggia, e nemmeno dove si trova il suo autobus. Allora io mi dico, ma resta a casa tua se sei preso così. Però mi ricorda Franchino, così lo scortiamo fino alla tenda della polizia e diamo l’allarme al microfono, sperando che qualcuno lo venga a reclamare.

Il festival si conclude con la grande Puja finale, sulle rive del lago, nella notte di plenilunio. Migliaia di fedeli si bagnano nelle acque del lago, al fine di cercare la salvezza ed invocare benedizioni. Si dice che le sua acque non lavino via solo i peccati, ma curino anche le malattie della pelle. Sinceramente ne dubito. Però a questo punto si verifica uno degli eventi più inaspettati cui si possa assistere nella conservativa società India. Pudiche donne di ogni età, normalmente sepolte sotto strati di veli e di paillettes, si spogliano a seno nudo e si tuffano a mollo sotto lo sguardo consenziente di mariti e parenti. In una società tanto repressa, dove ancora sopravvive il regime del matrimonio combinato ed il sesso e’ un tabù, un evento come questo genera scompiglio nei maschilisti cervelli degli uomini indiani. Sorveglianti in divisa armati di bacchetta minacciano punizioni corporali a chiunque si azzardi a tirar fuori dalla borsa una macchina fotografica. Proteggono la virtù delle loro donne da turisti ficcanaso pronti a diffondere foto osé in rete. E a dir la verità non mancano i guardoni del caso, però non sono affatto stranieri, ma indiani repressi ed arrapati, che sotto gli occhiali da sole sbirciano rotonde matrone in topless che potrebbero avere l’età delle loro madri o delle loro nonne. Se uno di loro venisse catapultato per sbaglio su una qualsiasi delle nostre spiagge, finirebbe arrestato per molestie in meno di un’ora.

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Nell’ultimo giorno di festival l’affluenza di viandanti e pellegrini aumenta in modo quasi insopportabile. La città sembra scoppiare come un melograno maturo. Di giorno non riusciamo quasi a camminare, ogni quattro metri qualcuno ci ferma per la foto di rito e le domande sempre uguali, da dove vieni, come ti chiami, ma siete sposati? Mi chiedo, ma se non lo fossimo qualcuno ci proverebbe con me sul posto? La risposta arriva quando un tizio mi allunga una mano e mi invita a seguirlo nel vicolo. Chiaramente si aspetta che io ci stia così su due piedi, per una sveltina dietro l’angolo. La notte e’ in mano a mandrie di ragazzetti ubriachi che scorrazzano per le strade e vomitano sulle giostre. Evitiamo il centro e la sera con Pino e Luca ci arrampichiamo a guardare il tramonto dalla collina di Gayatri, la venerata amante di Brama che di mestiere faceva la lattaia, e ci facciamo delle gran pizze al sicuro dalla folla, sul tetto del solito ristorante vista lago. Più l’atmosfera diventa vibrante, più ci teniamo lontani dall’entusiasmo collettivo. Anche Avidano deve capitolare, perché solo un vero indiano può reggere a tanto.

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