Profumo di santità

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Giorno 426.

Di tibetano a Dharamsala e dintorni c’è ben poco da vedere, in compenso il Diwali Festival e’ alle porte, le case si riempiono di lucine e sembra quasi Natale. La cittadina di McLeod Ganj, dimora di Sua Santità il XIV Dalai Lama e sede del governo tibetano in esilio, sorge quattro chilometri più a monte, adagiata ai piedi della catena del Dhauladhar, immersa in una foresta di pini a 1700 metri sul livello del mare. Con la sua sfilata di alberghi e ristoranti, e le palazzine colorate abbarbicate alla montagna ricorda più un paese dell’Appennino ligure che un villaggio di profughi tibetani. Solo gli adesivi Free Tibet appiccicati alle vetrine e le immancabili bandierine al vento che bisbigliano nell’etere mantra e preghiere, rassicurano i pellegrini stanchi che quello è il posto che cercavano.

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Sbarchiamo in tarda serata nel buio della stazione degli autobus, appena fuori dal centro. Alle porte della città veniamo inondati da luci lampeggianti al neon e procacciatori di clienti pronti ad esaudire ogni nostra esigenza. Dietro lauto compenso, e’ ovvio. Una coppia di giovani indiani ci segue intimorita e si defila in un vicolo per sfuggire alla caccia. Vogliamo toglierci da qui e raggiungere il villaggio di Dharamkot per trovare un posto tranquillo e dormire lontano da questo circo. Rispettiamo la regola numero uno, cioè mai credere a tassisti che a tutti i costi ti vogliono portare, che hanno un amico, uno zio, un cugino che ha un albergo che fa proprio al caso tuo, che la distanza da percorrere e’ sempre almeno il doppio del reale, perciò la tariffa rincara, che no, non si può andare a piedi, perché la strada e’ lunga, e’ buia, e’ chiusa, e’ infestata da cani rabbiosi. Quasi un’ora dopo raggiungiamo Dharamkot sudati e affannati sotto il peso degli zaini. La strada era davvero lunga, buia e in balia di squadriglie di macachi teppisti, indaffarati a litigare tra loro e a rovistare nella monnezza. Però il bosco era fresco e la notte stellata.

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Il villaggio e’ soprannominato Dhasa, a metà tra Dharamsala e Lhasa, la capitale del Tibet in mano al governo cinese. Tenzin Gyatso e’ in casa, ma non si vede. Purtroppo non sono previsti incontri, ne’ insegnamenti in questi giorni, così speriamo di vederlo far capolino all’interno del super blindato complesso di templi e monasteri in cui dimora, un gruppo di palazzine gialle in stile anni sessanta costruite grazie alle donazioni dei fedeli. Superiamo i mega controlli che dovrebbero ostacolare l’accesso a spie cinesi e turisti armati di macchina fotografica. Nell’aria un’inattesa paranoia da attentato in agguato. Dopo i raggi x e la perquisizione, la curiosità si ferma davanti ad un cancello chiuso sulle finestre di Sua Santità. Nel cortile alcuni monaci dalle tonache porpora discutono animatamente, i pellegrini, quelli veri, pregano prostrandosi a terra all’infinito, circondati da una valanga di indiani, curiosi, turisti ed hippy in cerca della propria Via. Saranno le vibrazioni nell’aria, ma gli stessi che a Manali si ammazzavano di canne e si spacciavano per esperti di droghe leggere, qui si trasformano in buddisti praticanti e meditatori contorsionisti. I turisti dell’Illuminazione hanno scatenato un mercato parallelo a quello delle organizzazioni a sostegno del popolo tibetano. Ovunque e’ tappezzato di volantini che pubblicizzano corsi di Yoga, Reiki, meditazione tantrica, astrologia, medicina ayurvedica, olistica, tibetana. E ancora, più blasfemi corsi di cucina, pittura a olio, creazione di gioielli. Ognuno si improvvisa come può per cavalcare l’onda del gigantesco indotto turistico. Dal canto loro, i tolleranti tibetani si sono abituati a questa invasione e molti sono entrati nel business, gestendo negozi di souvenir, caffetterie, ristoranti. Ma quando ci capita di incrociare alcuni occidentali travestiti da monaci, che con lo sguardo compito snocciolano rosari tibetani fra le mani, non possiamo fare a meno di chiederci se recitino davvero dei mantra o canticchino qualche canzone pop. Per non cadere in tentazione mistica, ci iscriviamo ad un corso di cucina.

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