Golden Temple

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Giorno 431.

Amritsar e’ brutta, trafficata e nel cielo si srotola una volta di polvere e smog che appanna quasi il sole. Le montagne non mi sono mai sembrate così lontane ed ecco che, dopo aver trascorso gli ultimi due mesi nell’India “facile” e “pulita” di Ladak e Himachal Pradesh, l’inevitabile shock culturale ci travolge con le esalazioni calde e l’immondizia delle pianure. Però ci sono due cose uniche al mondo da vedere in questa città, per me e’ la prima volta, per Fede addirittura la terza, ma non si rimane mai indifferenti davanti a certi spettacoli.

Il Golden Temple e’ il tempio d’oro dei Sikh, quegli indiani dall’aria raffinata, col turbante e la barba lunga per i tenderci. La loro religione nasce nel punto di incontro tra islam e induismo. Da regolamento devono rispettare il concetto di KHALSA, le cinque K del sikkhismo, dette KAKKARS, gli emblemi della loro fede. KESH, non si possono tagliare ne la barba ne i capelli, per tutta la vita. Li raccolgono, fluenti e ben curati, dentro turbanti colorati che non si tolgono mai, nemmeno per il bagno, insieme a un piccolo pugnale, KIRPAN, un pettine, KANGHA, un braccialetto di metallo, KARRA, e dei freschi mutandoni di cotone, KACCHA. Li osserviamo incuriositi con tutta la chincaglieria mentre si immergono nell’acqua sacra della grande vasca che circonda il loro luogo più venerato, il tempio d’oro per l’appunto.

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Visto da fuori si può confondere con una comune moschea posta al centro della città, un articolato complesso di edifici ben intonacati con un gran fermento di gente scalza che va e che viene. Ma poi rossi tappeti antiscivolo conducono all’interno, dove si apre uno spazio senza tempo con un piccolo lago al centro. Un pavimento ricoperto da piastrelle di marmo sempre fredde gira tutto intorno, mentre bianche colonne abbracciano la scena. Al centro di quest’oasi di pace si erge una piccola, ma abbagliante costruzione intarsiata, ricoperta di oro massiccio. Il mondo si ferma per un attimo e lo stupore travolge in quest’atmosfera unica di acqua e silenzio, nonostante i turbanti, i pellegrini, i bagnanti e i guardiani che ruotano intorno a questa mecca dorata che di notte si accende di luci e riflessi.

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Fatichiamo a raggiungere il centro zigzagando tra un fiume in piena di turbanti e bandane arancioni in caccia di una foto ricordo coi nostri volti. Come tutti ci mettiamo in coda sul ponte per varcare il cancello d’oro e sbirciare il Guru Granth Sahib, il venerato libro che racchiude gli insegnamenti dei dieci guru, i padri fondatori del sikkhismo. Il libro viene letto a ciclo continuo da predicatori turnisti che si danno il cambio, mentre gli altoparlanti diffondono nell’aria canti e preghiere. Con una cerimonia rituale ogni giorno il libro viene esposto al centro del tempio, nutrito con offerte e rinfrescato da soffici ventagli. Ogni sera, con una cerimonia uguale e contraria, viene ritirato e messo a dormire su ricamati cuscini di piume. I pellegrini in fremente attesa vanno in delirio al suo passaggio.

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Per i Sikh l’ospitalità e’ sacra e, indipendentemente dalla religione, tutti i visitatori sono ospiti del tempio. Un gigantesco sistema di volontari si occupa a ciclo continuo delle cucine, della minuziosa pulizia del tempio, dell’alloggiamento delle migliaia di visitatori, tra cui non mancano baba e poveracci in caccia di un pasto caldo, gli scrocconi del caso. Pentoloni grandi come una jacuzzi sfornano riso e lenticchie in quantità industriali, serviti giorno e notte nella sala comune. Seduta sulla mia stuoia vengo rimproverata del volontario di turno perché non prendo il pane nel modo giusto. L’ignoranza della legge non scusa. Per gli stranieri ci sono a disposizione delle camerate, ma la maggior parte dei locali dorme un po’ ovunque nei cortili del tempio, tramutandosi la notte in un immenso tappeto di coperte e corpi a cielo aperto.

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L’altra attrattiva della città e’ rappresentata dalla quotidiana cerimonia di chiusura della frontiera col vicino nemico Pakistano. La storica rivalità tra i due paesi non si limita ai campi da cricket ed ai test atomici, nel corso del tempo ha generato questa curiosa messa in scena cui ogni giorno assistono migliaia di persone. Due piccoli stadi avversi si fronteggiano a ridosso dei cancelli. Vip, turisti, uomini e donne, tutti divisi per settore. Dopo una lunga overtoure musicale di danze e cori, parte l’inno nazionale e le rispettive bandiere vengono ammainate da militari crestati in alta uniforme che si esibiscono nel passo dell’oca e mossette aggressive accuratamente studiate e reciprocamente concordate. Nel frattempo il pubblico in delirio sostiene i propri beniamini con un tifo da stadio: Hindustan Zindabad! Pakistan Zindabad! “lunga vita” si gridano le tifoserie avverse a ritmo di tamburo. Poi, quando le bandiere vengono ammainate e le frontiere chiuse sbattendo, gli indiani corrono al cancello armati di macchina fotografica per lo scatto ricordo da postare su facebook. Dal lato opposto i pakistani, che non hanno la macchina fotografica e forse nemmeno facebook, sbirciano in silenzio il nemico multimediale che sfoggia la parte più opulenta della sua società..

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Contrattiamo un passaggio su uno delle centinaia di taxi speciali che ogni giorno scorrazza i turisti, coprendo i trenta chilometri che separano la città dalla frontiera. Anzi, ci facciamo lo spettacolo per ben due giorni di seguito nel tentativo di elaborare questa curiosa esperienza e decretare un vincitore. A voi le nostre conclusioni. I tifosi indiani sono decisamente più rumorosi e festaioli. Del resto nei party bisogna ammettere che sono davvero imbattibili. Oltre al fatto che gareggiano sempre in netta superiorità numerica, visto che la gita alla frontiera e’ nota come una delle mete turistiche più ambite della regione. Donne e bambini vestiti alla moda corrono avanti e indietro bandiere in mano, altre ballano ancheggianti e prosperose al ritmo dell’ultimo successo hindi-pop, molti si dipingono il viso di verde, bianco e arancio, le ricche comitive sui bus turistici portano fin qui i loro figli solo per mostrare loro che il giardino del vicino non è sempre il più verde. Ed in effetti dall’altro lato tutto sembra molto meno colorato e divertente. Ma quando il gioco si fa duro sono i pakistani ad avere la meglio. E bastano due gocce di pioggia per spegnere tutta l’energia indiana. I pakistani immobili sotto l’acqua alzano le voci, superando gli indiani a disagio nei vestiti umidi. Del resto e’ difficile battere le mani quando sei impegnato a reggere l’ombrello per tenere al riparo la piega e la macchina fotografica.

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  1. Siete in un posto magnifico e mistico….noi abbiamo fatto il Rajastan….e ci e’ venuto il “mal d’India” Buon proseguimento…alla prossima sosta ciao

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