Taj Mahal

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Giorno 438.

Ho notato che quando viene citato in pochi sanno davvero di cosa si tratti. I più abbozzano e lasciano proseguire il discorso, sperando in qualche dettaglio chiarificatore. Viviamo in un sacro terrore di ammettere al prossimo le nostre debolezze, che non osiamo interrompere e chiedere direttamente “scusa, che cos’è?”. Ma si intravede dagli occhi quando uno non ne ha la più pallida idea. Bisogna arrivare alle forme, inconfondibili, armoniche e perfette. Allora un’immagine salvagente scorta su qualche cartolina affiora nella mente dell’interlocutore annaspante, che finalmente riesce ad emergere dal buio e a riagganciarsi al presente. Ah ma si, il Taj Mahal, non è un albergo? Si come no, a cinque stelle, uscito da un celebre gioco da tavolo degli anni novanta, “Hotel”, anch’io ce l’avevo…

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“E’ una lacrima di marmo poggiata sulla guancia del tempo”. Con queste parole il poeta indiano Rabindranath Tagore descrive una delle sette meraviglie del mondo: il Taj Mahal. Considerato il più famoso monumento d’amore che sia mai stato eretto, altro non è che una tomba, in assoluto la più bella del mondo. La sua storia sembra quasi una leggenda e non fa che accrescere il magnetismo di uno degli edifici più belli e affascinanti che abbia mai visto. Di quelli che tolgono il fiato.

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Il Taj Mahal si specchia nelle rive del fiume Yamuna, ad Agra, nel cuore dell’India Settentrionale. La sua costruzione fu iniziata nel 1631, su ordine del quinto imperatore Mughal, Shah Jahan, come mausoleo per l’amatissima seconda moglie, Mumtaz Mahal, una bellissima principessa persiana, morta di parto. La sua scomparsa spinse l’imperatore alla follia, tanto che in una sola notte i suoi capelli divennero completamente bianchi. I lavori durarono per oltre vent’anni, prosciugando metà del patrimonio reale. I materiali vennero importati non solo dall’India, ma da ogni parte dell’Asia: il marmo bianco dal Rajasthan, la giada dalla Cina, i lapislazzuli dall’Afghanistan, i turchesi dal Tibet, gli zaffiri dallo Sri Lanka. Mille elefanti e ventimila uomini furono impiegati in quest’impresa titanica e a lavoro terminato, l’imperatore ordinò che a tutti fossero mozzate le mani, per impedire che qualcuno nel mondo realizzasse una costruzione simile a quella. Dopodiché comunicò al regno l’intenzione di spendere ciò che restava per costruire una tomba gemella, per se stesso, in marmo completamente nero sul lato opposto del fiume. Come ciliegina sulla torta, un ponte d’oro avrebbe dovuto unire i mausolei dei due amanti, identici e complementari come il giorno e la notte. Il figlio dell’imperatore a quel punto lo fece rinchiudere in una torre e buttò via la chiave. Ma lascio’ al padre il privilegio di una finestra, da cui sospirare sulla vista della tomba del suo amore perduto.

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A distanza di tanti secoli il Taj resta un monumento unico e sempre diverso. La sua cupola di marmo bianco affiancata dai quattro minareti affusolati, cambia magicamente colore durante le ore del giorno e a seconda delle stagioni. Il Taj è rosato al mattino, bianco latteo alla sera e argentato quando la luna splende. Circondato da vasche d’acqua e da un elaborato giardino che rappresenta il paradiso, il mausoleo e’ separato dal resto del mondo da alte mura. Un maestoso portale dovrebbe rappresentare il punto di transizione tra il clamore esterno e la pace dello spazio sacro interno. Dovrebbe, perché oggi il Taj e’ il monumento più ambito di tutto il paese. Un miliardo e duecento milioni di indiani sognano una foto ricordo col suo riflesso che si specchia nelle fontane zampillanti. In alternativa, visto che le foto le fanno col telefonino e il riflesso non si vede poi così bene, si accontentano di un ritratto con le turistone di turno. Più sono bionde, più sono ambite. Non posso letteralmente camminare. Rimango plasticamente incastrata in mille scatti, troppo educata per rifiutare, ancora uno con la figlia, la nonna, lo zio albino, prendi pure in braccio il bambino anche se dorme. E poi mi stringono e mi toccano, perché si sa, le straniere sono più disinibite. Cerco di defilarmi come una star inseguita da fan indesiderati e molesti, ma come sempre sono troppo bianca per passare inosservata. Per fortuna il tramonto e’ vicino e dal terrazzo dell’hotel il panorama altrettanto incantevole.

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