Nuovo mondo

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Giorno 451.

Il Brasile ci accoglie con il sorriso sgargiante di un impiegato dell’ufficio immigrazione. Un ragazzino punk col piercing al naso che mi chiede dove voglio farmi timbrare il passaporto. Lo guardo sbigottita, mentre cerca di flirtare con me davanti a mio marito, e per poco non riesco a rispondere. E’ la prima volta dopo quindici mesi di viaggio e diciannove frontiere che qualcuno mi fa questa domanda, sono quasi commossa. Ripenso a tutti gli ufficiali arcigni che dall’alto delle loro uniformi hanno scrutato il mio passaporto come un clandestino abusivo che cercava di varcare illegalmente la soglia del paese. Il timbro, come una grazia, seguiva solo dopo un’attenta ispezione, ed in qualche caso una piccola mancia. Sbatto violentemente gli occhi, “ma che ne so? Timbra dove vuoi”. E in un battito di ciglia, l’Asia non è mai stata così lontana.

Ci infiliamo nella metropolitana di San Paolo con la faccia spaventata di chi ha affrontato ventiquattro ore di volo con la cacarella, e non solo nel senso letterale del termine. Veniamo catapultati nel nuovo continente col buio della sera, e mentre ci muoviamo per strada non riusciamo che a pensare ad una sola parola: criminalità, o posti pericolosi, come li chiamerebbe mia nonna. Difendiamo il tesoro muovendoci in formazione e diffidando anche di quelli che siamo noi stessi a fermare, per ottenere brevi informazioni. La città ci lascia passare inosservati fino alla porticina dell’ostello, che ci vede sparire in un vicolo del centro. Per scoprire questo nuovo mondo ci serve una doccia, una bella dormita e un ciclo di antibiotici. Già, perché l’India ci ha lasciato un ultimo regalo.

La campagna scorre verde e umida fuori dal finestrino. Il cielo e’ carico di pioggia e la nebbia fa capolino lontano. L’autobus e’ troppo lussuoso, non siamo abituati. Fede ha provato a chiedere in stazione se c’erano anche quelli brutti, magari a prezzi più economici, ma la bigliettaia l’ha squadrato come se fosse pazzo. Rio de Janeiro ci aspetta e noi per la prima volta in più di un anno non abbiamo un piano. Fede e’ stato colto impreparato dal cambio improvviso di destinazione e non è riuscito a fare i compiti. Sento una certa apprensione in lui, da organizzatore in ritardo. La colgo nelle mille domande con cui tempesta i francesi nostri vicini di banco, che dopo un po’, per zittirlo, gli prestano una guida da leggere. Io me la dormo e come sempre mi faccio portare.

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