Acqua che cade

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Giorno 467.

C’è un non so che di affascinante nel misterioso legame che unisce l’incanto di ogni uomo davanti alla bellezza della natura. Che sia un angolo di deserto infuocato, la luna piena che si riflette sulla superficie increspata dell’acqua, un circolo di vette imbiancato di neve, ci sentiamo tutti indistintamente piccoli e felici, mentre ipnotizzati rimaniamo fissi a guardare la forza creatrice e distruttrice del mondo che ci circonda.

Li sbircio di sottecchi, uomini abbronzati in canottiera, donne in infradito che succhiano mate, bambini per mano, gringos vestiti da safari, coreani col parasole, tutti, ma proprio tutti, con la stessa rapita espressione di infantile stupore negli occhi. Un coro di “Ohhhh” che riecheggia tra i vapori, insaziabile di vedere altra acqua che cade. Perché alla fine e’ solo questo…maestosa, imponente, spaventosa acqua, che cade.

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Milioni di litri in caduta libera. Acqua che piomba su altra acqua, mentre un muro di vapore sale agli occhi e il rumore del tuono attutisce tutto, come una coperta. Viste dall’alto devono sembrare una spumeggiante ed enorme crepa bianca che spacca il fiume in diagonale, con un fronte di caduta lungo quasi tre chilometri. Sono le cataratte di Iguazu’, una scultura basaltica alta ottanta metri da cui si genera una sorprendente sequenza di 275 cascate, la fontana più alta del pianeta.

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Per due giorni gironzoliamo completamente marci nella pioggerella fine che bagna al contrario, dal basso verso l’alto. Sotto un cielo a pecorelle ci gustiamo lo spettacolo delle cascate come esibito da entrambi i lati del fiume. Quello brasiliano offre un panorama completo delle cascate che si susseguono a perdita d’occhio tra isole di roccia e foresta verdeggiante. Cerchiamo invano di farci fare una foto ricordo di questa giornata di sole umido e cocente, ma tutti quelli che coinvolgiamo nell’impresa non possono fare a meno ti tagliarci qualche parte del corpo. Oppure tagliare fuori direttamente le cascate.

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Guardo con invidia i turistoni scorrazzati sul fondo dell’abisso da motoscafi super potenti, che si docciano nel vapore delle cascate come sulla giostra dei tronchi. Tutti con indosso un poncho trasparente e le braccia alzate in coro. Siamo poveri in Brasile e non ce lo possiamo permettere. Fede, che tiene i conti, mi rimbrotta severo come una madre alla cassa del supermercato con il figlio capriccioso che pretende caramelle. “Se proprio ci tieni, vacci a nuoto.” Per ora mi riservo di pensarci.

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Poi dal lato argentino vengo accontentata. Una passerella chilometrica che segue il precipizio mi prende per mano e mi accompagna nel cuore della scena. La Garganta del Diablo e’ un vortice spaventoso che suscita una sensazione contrastante di attrazione e paura. Ascolto il battito tonante dell’acqua vicina che si schianta su se stessa. Intorno il fiume fangoso che scorre impetuoso ed inarrestabile. Immagino di cadere mentre vedo una farfalla lottare invano contro la forza dell’acqua e sparire tra i vapori. Mi piacerebbe stringere questo momento e farlo entrare tutto in una foto.

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Quasi non ci accorgiamo del casino di dimensioni cosmiche di gente che sciama a destra e a manca nel gigantesco Gardaland costruito intorno alle cascate. Souvenir, percorsi guidati nella giunga, biciclettate, aree picnic, procioni golosi a caccia di briciole, c’è persino il trenino elettrico che spinge centoventi turisti alla volta verso la vorticosa gola del diavolo e poi farfalle, farfalle dappertutto. Alle sei esce Prezzemolo, si tuffa a volo d’angelo e saluta i visitatori, ma per quell’ora c’è ne siamo già andati.

Sulla via del ritorno conosciamo Stefano, sorridente italiano in viaggio verso un'”estancia” nel sud dell’Argentina. Davanti a una birra e un piatto di olive e formaggio, ci racconta che fa l’agricoltore in Toscana, specializzato nella produzione di zucche giganti. Detiene il record italiano per l’ortaggio più grande, una bestia arancione di 670 chili (www.lezucchedelgallonero.it).

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Chiudiamo il cerchio delle Triplice Frontiera con un salto in Paraguay. Non avendo un terzo lato del fiume per richiamare turisti avidi di cascate, i poveri paraguaiani si sono arrangiati come potevano, costruendo sul confine una città di traffici, più o meno leciti, ufficialmente battezzata come zona franca: Ciudad del Este. Quattro vie di grattacieli e bancarelle che si incrociano come un enorme centro commerciale a cielo aperto, però tutto un po’ vecchio e sgangherato. Per un momento ci sembra quasi di tornare indietro, in Asia, ma con un’aria di frontiera e contrabbando che ci fa tenere gli occhi aperti. Alcuni trafficoni in pianta stabile agli angoli delle strade si avvicinano al nostro passaggio proponendoci telefonini, macchine fotografiche, droghe assortite. Qualunque cosa “amigo”, basta chiedere. Noi cerchiamo tenda e saccapelo per il nostro futuro da escursionisti patagonici, ma evidentemente non è il genere di merce in voga in città.

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