Archivio mensile:gennaio 2014

Autostop per la fine del mondo

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Giorno 510.

Lasciamo l’aria desolata di Porvenir, nuovamente in autostop. In questa zona i trasporti pubblici sono scarsi, per cui e’ quasi d’obbligo muoversi in questo modo. In un attimo, troviamo due passaggi e siamo a Rio Grande, nella parte Argentina della Terra del Fuoco. Qui le strade tornano asfaltate, le città sono più grandi. L’atmosfera da fine del mondo di Porvenir sembra lontana anni luce, tra pozzi petroliferi ed espansione industriale. Rimaniamo bloccati per qualche ora, finché veniamo caricati de Jorge e Sandro, due bizzarri personaggi, quarantenni in fuga da mogli ossessive e camionate di figli. Da queste parti le notti, in inverno, sono lunghe, per cui il tasso di natalità si impenna. Scappano a Ushuaia, la grande città, ma non sanno, o non vogliono dirci, per quanto tempo, ne’ a fare cosa. Sospettiamo puttane o case da gioco. Ma sono simpatici, vulcanici, ci scorrazzano anche fuori dalla rotta principale, per vedere da vicino il lago Fagnano e mangiare calafate, una bacca che una volta assaggiata assicura il tuo ritorno in Patagonia.

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Il campeggio dove dormiamo e’ ricavato alla base di una pista da sci, La Pista dell’Andino si chiama. E’ umido, piovoso e niente affatto in piano. Per andare ai bagni bisogna attraversare lo ski-lift, però il panorama sulla città in basso non è niente male. I personaggi che lo frequentano sono svariati, rincontriamo i nostri nemici-amici belgici, che si riempiono di arie con una tenda super tecnica che ci fa morire dall’invidia. Poi c’è Azzurra, così soprannominata per via del colore del piumino che non si toglie mai. Fa ginnastica tutto il giorno fra le tende, spesso piegata a novanta, mettendo in mostra intensamente il culo, evidentemente in cerca di attenzioni. Un giovane danese si prepara per un trekking in solitaria fino alla punta più estrema dell’isola. Sotto lo sguardo ammirato di Giulia, allinea sul tavolo con ordine decine di pacchetti di cibo ben catalogato per i venti giorni di cammino che lo aspettano. Non sembra abbastanza vecchio per essere un vero hard core trekker, però si appresta ad affrontare un percorso senza sentieri, senza tenda (pare che abbia un sacco a pelo impermeabile dove dormire), solo col suo zaino carico di cibo e un maltempo quasi cronico. Tutt’oggi non sappiamo se sia riuscito nell’impresa o se sia sfortunatamente rientrato nell’elenco dei dispersi. Quando conosciamo Ettore e Luca, fratelli vicentini, scopriamo per la prima volta che in giro c’è qualche italiano che si arrabbiata con materiale ben più sgangherato del nostro. Con la massima naturalezza dormono in un tendino praticamente da spiaggia, su cui Luca ha montato un nylon costruendo una specie di copritetto artigianale, legato con spago e bastoncini. Condividono un sacco a pelo in due ed una coperta. La notte che piove temo di trovarli ibernati il mattino seguente, pero al risveglio li rincontriamo umidi ma vivi. Ci regalano la prima partita a carte da quando siamo partiti.

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Ushuaia e’ pubblicizzata in tutta l’Argentina come la città più meridionale del mondo, la “Fin del Mundo”. Anche se non è vero, perché l’insediamento più a sud e’ Puerto Williams, in Cile, sulla dirimpettaia Isla Navarino. Ma gli argentini sono boriosi, si sa, e se se ne fregano beatamente, continuando a fregiarsi del titolo, ad uso e consumo delle migliaia di turisti che ogni giorno arrivano fin qui per poter segnare con uno spillo la propria mappa. Anche noi arriviamo a questa fine del mondo fasulla, e subito ce ne chiediamo il motivo. E’ una città moderna, che non ha nulla della desolazione carica di fascino di Porvenir, assediata com’è dalla navi da crociera e dalle agenzie di viaggio che vendono tour sopravvalutati, dai ristoranti con menù turistici e dai negozi di cioccolato e souvenir. Il tempo ha tre varianti, brutto, molto brutto e terribile. Decidiamo che questo circo non fa per noi, e dopo due giorni torniamo da dove siamo venuti.

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Sulla strada facciamo incontri interessanti: prima ci carica un’anziana coppia di ex viaggiatori autostoppisti, poi alcuni ragazzi di ritorno da una gita al lago. Dopodiché e’ la volta di uomo mal in arnese, sulla sessantina, che ci racconta la sua bizzarra storia: caduto da un’impalcatura, si è ritrovato senza lavoro e con svariate placche in testa e nel braccio sinistro. Ci carica perché nel tempo libero, e ne ha molto, va a pescare vicino al confine. Per diversi anni la multinazionale per cui lavorava, non ne ha voluto sapere di pagargli alcuna forma di indennizzo. Gli chiedo come faccia per sopravvivere e se non abbia mai pensato di fare causa. L’uomo ci sorride, scrolla la testa, prima di scendere ci dice che la causa si è conclusa da poco. Ed ha vinto. Un milione di dollari lo aspettano a marzo. Siamo appena stati caricati dall’uomo da un milione di dollari.

Dal confine in poi e’ la volta di un poliziotto che va a Rio Gallegos per incontrare i genitori in vacanza. Ci molla alle undici di sera ad un incrocio, noi dobbiamo andare a sinistra, lui a destra ma tanto, dice, ci dovrebbe essere un posto per dormire. Sbagliato. Siamo in mezzo al nulla, al buio, con il vento che ci taglia la faccia e con pochissime speranze di essere raccolti a quest’ora, in questo posto, soprattutto perché non passano macchine. Siamo rassegnati a montare la tenda nel prato a bordo strada e farci spazzare da un vento a ottanta chilometri orari. Ma poi succede il miracolo, vedo due fari, mi metto in mezzo alla strada a fare segnalazioni con la torcia come un pazzo, e questi si fermano. Inteneriti dalla nostra situazione, fanno sedere un bambino in braccio all’altro e ci caricano. Arriviamo a Punta Arenas alle due e mezza di notte. Il nostro amico Eduardo e’ al completo, così ci sistemiamo in una pensione dall’aria equivoca. Sembrano camere a ore, e probabilmente lo sono. Ci addormentiamo con i suoni di un film porno in sottofondo, che penetrano i muri di cartone dalla stanza vicina. Ma per stanotte, va bene così.

La marcia dei pinguini

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Giorno 507.

Vogliamo andare a Punta Arenas, in Cile, a comprare una giacca ed altre cose per il trekking, dato che li’ c’è una zona franca dove la scelta e i prezzi sono decisamente migliori che in quest’Argentina oberata dalle tasse sulle importazioni. Non ci sono bus fino a sera che uniscano Rio Gallegos, nella ventosa e desolata, seppur ricca, Patagonia costiera alla città cilena, ai piedi delle montagne, per cui la nostra prima volta avviene quasi per caso. Ci metto un po’ a convincere Giulia a mettersi a bordo strada, in mezzo alla landa desolata, e a fermare le macchine in transito con uno sbiadito cartello, ma alla fine ci ritroviamo, anche noi, autostoppisti nel vento.

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Per un bel pezzo non solo non ci caricano, ma non si ferma nessuno. Siamo palesemente nella posizione sbagliata, così caracolliamo con il nostro fardello fino all’incrocio fortunato. Passano cinque minuti e un ragazzo ci carica sul suo furgone da elettricista. Pochi chilometri, non va oltre, ma ci lascia ad un posto di blocco della polizia. Gli agenti sono gentili, abituati a gente che viaggia “a dedo” e ci aiutano a trovare un passaggio, su un camion, fino al confine, dove veniamo accuratamente perquisiti dai doganieri. In Cile non può entrare nessun prodotto vegetale, ne’ animale di origine aliena. Noi ci pappiamo tutto in fretta, così attraversiamo puliti lo scanner con la pancia piena di frutta e di insaccati. Da li’ un altro camion ci porta a destinazione. E’ andata, e ci abbiamo preso gusto.

In una Punta Arenas gelida come l’inverno, anche se e’ estate, scopriamo una città scrostata dalla salsedine dove le case sembrano costruite con stecche di gelato color pastello, in tinta con aiuole piene di fiori che non si sa come facciano a vivere a queste temperature. Alloggiamo nell’ostello di Eduardo, uno di quei personaggi naïf che fanno la gioia dei viaggiatori. Da lui, colazioni abbondanti ed un’atmosfera rilassata e piacevole. Facciamo scorta e ripartiamo, per la Terra del Fuoco.

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Ci traghettiamo a Porvenir, desolato avamposto cileno in quest’isola brulla, fredda, dai paesaggi quasi feroci. Pochi animali, tra cui i guanaco, simili ai lama, alcuni struzzi nani, qualche volpe. Ancora meno esseri umani, gente abituata al vento ed al freddo polare, sparpagliati per paesini di case basse di legno e lamiera colorata.

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E non possono mancare i pinguini, che incontriamo in una mattina dall’aria quasi antartica, in una piccola riserva che ne custodisce una colonia di circa duecento. Sono pinguini re, gli unici di grandi dimensioni che si possano vedere al di fuori dell’Antartide. Ci accolgono mezzi addormentati, alcuni ancora goffamente sdraiati sulla pancia, in una posizione ridicola, come ridicoli sono i loro spostamenti, goffi ed impacciati fuori dall’acqua. Salvo poi trasformarsi in siluri una volta ammollo nel proprio ambiente naturale. Strani uccelli, che non volano, quasi non camminano, ma che nuotano come pesci. Alcuni tra le gambe hanno un uovo, che coveranno ancora per un paio di settimane. Fanno tenerezza, così al freddo, quasi immobili, che si parlano con grida incomprensibili. Li guardiamo, ci guardano. Un piccolo torrente ci separa. Alcuni si tuffano, incuranti del gelo. A poco a poco ci accorgiamo che in quel gelo, quelli goffi, infagottati, fuori posto, siamo noi. I pinguini siamo noi.

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La raffinata arte del culipatin

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Giorno 502.

Ecco, lo sapevo. Alla fine e’ successo. Fede, vieni a vedere, abbiamo sbagliato tutto! Si, perché avevamo un progetto preciso,“cinquecento giorni insieme in giro per l’Asia principalmente via terra”, un piano studiato per percorrere tutto il continente asiatico in direzione di casa, cercando di incontrare la stagione giusta in ognuna delle fasce climatiche che avremmo dovuto attraversare, per presentarci un giorno a sorpresa e suonare il campanello del cancello. Non so dove abbiamo perso il controllo del mezzo, però qualcosa non ha funzionato. Intanto abbiamo superato la data di scadenza senza neanche accorgercene, nemmeno una piccola festicciola o una candelina per questi primi cinquecento giorni, poi tralasciamo gli sbalzi climatici, il riscaldamento globale, o non so cosa si sia accanito su di noi come la nuvola di Fantozzi, visto che ogni paese che abbiamo visitato, eccezionalmente, non era mai nella stagione sperata. In ultimo abbiamo completamente stravolto l’idea iniziale di non bucare il cielo, rimbalzando come palline da ping pong tra le isole indonesiane, salendo su oltre venti aerei, che in ultimo ci hanno portato alla scoperta del nuovo mondo e ad abbandonare l’idea di tornare in Europa via terra, attraversando l’Asia centrale. Comunque sia andata, ora che questo viaggio ha superato la sua naturale data di scadenza ed è andato oltre qualsiasi progetto iniziale posso dire solo una cosa, e’ stato bellissimo. L’Asia resta il continente più interessante, perché diverso da tutto ciò che conosciamo, ma la febbre di viaggiare, scoprire, cambiare sempre le carte in tavola ci segue come un’ombra, e ancora non siamo guariti. Adesso vediamo come va a finire…

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El Bolson e’ la città del trekking giovanile, paradiso di studenti in vacanza che accorrono numerosi in estate per gozzovigliare tra i rifugi di montagna e nuotare nel taggatissimo Cajon del Azul, il canyon naturale dove un rio gelido assume il colore del cielo. La piccola comunità hippies, che ha colonizzato questa località andina nei lontani anni settanta, oggi celebra il turismo e l’agricoltura biologica attraverso la prelibata fiera cittadina, dove oltre all’artigianato locale ci si può sbizzarrire nella degustazione di birre artigianali, torte di spinaci bio e profumati frutti rossi elaborati nelle forme più svariate: marmellate, centrifugati, gelati colorati, crostate fatte in casa. Ci dà il benvenuto un tripudio di more e lamponi, che uniti ad altre sconosciute bacche locali, rotolano nella gola come piccoli peccati. Assaggiamo tutto il villaggio in un arcobaleno di bacche zuccherine.

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L’espiazione arriva il giorno seguente. Per sfuggire alla mandria di studenti scegliamo un trekking impegnativo e poco frequentato. Il Cerro Lindo sono cinque ore di fatica impennata lungo un sentiero tanto ripido che da subito rimpiango di non aver noleggiato un somaro. Sbattuto su una pietra, il mio corpo chiede pietà sopraffatto dal peso dello zaino e da un calore innaturale per essere inverno. Ma qui le stagioni sono al rovescio e i tafani si accaniscono sul mio sudore. Pretendo una pausa ogni millecinquecento passi e la camminata si trasforma in una conta alle pecore, solo che le pecore sono sassi e radici che a ogni metro insidiano il mio avanzare. Fede mi lascia camminare davanti così sono io a fare l’andatura, salvo poi incalzarmi da dietro come una muta di cani durante la caccia alla volpe. Raggiungo il rifugio spinta da una fame da lupo e mi lascio consolare dal grande abbraccio di Julio e dall’allegra compagnia intorno al fuoco.

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Ceniamo a base di polenta istantanea e salsa Knorr “a la bolognesa”. Allo stesso tempo la parte migliore e quella peggiore di tutta la giornata. Parcheggiamo la tenda-casa sulla riva della laguna, sotto una foresta stregata da una ragnatela di muffa verde che profuma di latte condensato. La luna piena ci sorprende profondamente addormentati, avvolti come bachi nei nostri sacchi a pelo.

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Ci organizziamo per proseguire il trekking il giorno seguente insieme a Flavio la guida, Gisela e le sue amiche pazze, una famiglia argentina e Seth, Isaac e Chelsea, dal Colorado in viaggio attraverso il Sudamerica. Anche se le gambe si rifiutano, continuo a salire, rigida come un merluzzo e con i muscoli inchiodati dall’acido lattico. Scaliamo pietraie sotto lo sguardo vigile di un condor, attraversiamo croste di neve e camminiamo su tappeti di muschio gonfi d’acqua.

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Conquistiamo la vetta in una giornata di sole splendida, che ci regala viste mozzafiato sulla laguna tricolore, il lago ghiacciato e tutte le cime innevate che segnano il confine con il Cile.

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La parte migliore viene a scendere, quando Flavio estrae alcuni sacchi di plastica e a coppie scivoliamo giù dai fianchi innevati della montagna in una gara di “culipatin”. Come quando siamo andati sul quad, arrivo in fondo senza voce. Mio marito e’ ufficialmente pazzo, incurante di eventuali rocce o degli altri stessi partecipanti, si lancia dai pendii ad una velocità folle con me attaccata dietro come una scimmia urlatrice. Arriviamo sempre primi, la guida conta, ma forse siamo anche i più pesanti… La giornata si chiude così tra le urla e le risate, con la neve fin nelle mutande e le scarpe ad asciugare sul falò. Domani e’ tutta discesa, e stasera ci aspetta un’altra fantastica polenta.
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La Ruta de los Siete Lagos

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Giorno 497.

In viaggio ogni mattina e’ una pagina bianca. Il panorama dalla finestra e’ sempre diverso, e non sai dove dormirai la sera. I paesaggi si rincorrono, così come i visi delle persone che si incontrano. Alcuni passano come meteore, compagni di attimi fugaci, altri ti si appiccicano addosso, e te li porti dietro per un po’, nella speranza di rivederli in un futuro indefinito. Uno di questi visi é quello simpatico di Ferran, catalano purissimo, appassionato di montagna e di sport estremi. Con lui ci muoviamo da Junin de los Andes attraverso la Ruta de los Siete Lagos, uno degli spot più popolari e pubblicizzati di questa parte del paese. La giornata é di quelle piovigginose, per cui gli scorci spettacolari di cui dovremmo godere, per noi sono solo un’immagine sbiadita. Poco male, perché, i finestrini di un autobus non sono certo un punto di vista privilegiato, e senza un mezzo di trasporto tuo questa strada te la godi poco.

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Arriviamo a Villa La Angostura con la pioggia ed il freddo, e mentre montiamo incazzati le tende, ripensiamo quasi con nostalgia ai quaranta gradi di Buenos Aires. Ma al mattino, sulla pagina bianca scriviamo la parola sole, e usciamo in esplorazione. La regione dei laghi, sembra una Svizzera andina, con le montagne verdi, le case in pietra, il cioccolato, i turisti e gli infiniti laghi che quasi si sovrappongono, inframmezzati da spiagge tropicali, però con i pini al posto delle palme.

La zona d’estate sembra una costa romagnola catapultata tra le montagne, perché si riempie di studenti e famiglie in vacanza. Mancano le megadiscoteche, ma l’attitudine festaiola degli argentini trasforma i campeggi in raduni musicali, con le chitarre, la birra, gli spinelli e le grigliate.

Non tutti sono grandi camminatori, e noi ridiamo nel vederli arrancare sudati e sconvolti su per i pendii delle montagne, ragazzini di dieci-quindici anni di meno che superiamo con nonchalance e lo sguardo di chi la sa parecchio più lunga… Però la vista dal Cerro Campanario, che domina la città di Bariloche, e’ così imperdibile che anche i più pigri possono accedervi, grazie alla seggiovia che porta gli affaticati direttamente in cima, senza passare per il sentiero ripido e polveroso che deve percorre chi, come noi, vuole risparmiare l’estorsione dei 90 pesos che gli strozzini impongono alle allegre famigliole in vacanza.

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Ce ne andiamo anche in spiaggia, il lago e’ azzurro cristallo e la costa al mattino e’ tutta per noi, gli argentini si svegliano tardi e prima delle due non c’è un anima. Giulia e Ferran decidono che è venuto il momento di tosarmi, la mia chioma selvaggia non sta più insieme, e le mie rimostranze sul grande freddo che ci aspetta, da cui il vello dovrebbe proteggermi, non servono a niente sotto il sole cocente. Mi arrendo, e così un uomo nuovo inizia ad aggirarsi per le Ande…

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Dagli Appennini alle Ande

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Giorno 492.

Prima di lasciare Buenos Aires, diretti verso il sud del mondo, non avevo mai visto tanto spazio vuoto. La periferia della città scivola fuori dal finestrino nella luce del tramonto, un mare di condomini, palazzine, fili della luce che si intrecciano e si diradano poco a poco fino a lasciar posto a una distesa piatta e sterminata. La pampa arriva col buio. Il mattino seguente ci svegliano i sussulti dell’autobus che percorre una strada innaturalmente dritta in pieno deserto. Cespugli secchi a perdita d’occhio invadono enormi appezzamenti aridi perfettamente recintati, al posto degli alberi si innalzano mostruosi tralicci metallici che spingono energia verso il sud del paese e il profilo lontano di alcune trivelle a caccia di petrolio.

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Raggiungiamo Junin de los Andes nel primo pomeriggio, dopo quasi ventiquattro ore di autobus con sedili reclinabili ed aria condizionata sparata a manetta. Ancora non siamo abituati a tanto lusso, ma agli argentini piace viaggiare comodi. Il paese sembra un villaggio da far west. Quattro strade perfettamente parallele si incrociano come le righe di una tovaglia. Una piazza squadrata segna il centro di questo mondo punteggiato di case piccole e basse, in legno colorato e col tetto di lamiera. Ognuna col suo giardino pieno di fiori o erbacce a seconda delle attitudini del proprietario.

Il nostro ostello sembra una baita di montagna in pieno agosto. Raccogliamo informazioni dagli altri coinquilini circa il da farsi nei dintorni. Il primo che ci capita a tiro e’ un inquietante pittore appassionato di teschi che ha deciso di spostarsi in campagna alla ricerca di nuovi soggetti per i suoi lavori. Ci mostra una macabra serie di disegni pieni di simboli e morte. Dico a Fede che sarebbe meglio cambiare camera. Poi incontriamo Ferran, il catalano che ha fatto kayak alle Isole Svalbard. Con ramponi e piccozza si sta preparando alla scalata del vulcano Lanin, troppo per gente senza allenamento come noi, ma ci riempie di informazioni utili.

La nostra avventura di trekking comincia sulle sponde del lago Paimun. Il camping Piedra Mala si stende sulle rive di una bellissima spiaggia nera, all’ombra dei tremila settecento metri del Lanin, un cono perfetto incappucciato di neve. Srotoliamo la nostra tenda-casa e cerco di instradare mio marito ai misteri del camping. Mi adopero per instaurare un regime di ordine e pulizia che lui puntualmente si diverte ad infrangere, entrando in tenda coi piedi sporchi di terra o i vestiti pieni di foglie. Con costanza e indolenza cerca a mia insaputa di trasportare tutta la sabbia della spiaggia da fuori a dentro, qualunque cosa pur di farmi imbestialire.

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La scalata fino alla base del vulcano la iniziamo puntualmente tardi. Senza orologio e senza sveglia dormiamo troppo la mattina, dopo una notte scomoda sul fondo duro della tenda e un tacchino canterino piazzato su un ramo proprio sopra le nostre teste. Camminiamo fino a consumare le suole delle scarpe, però con grande orgoglio di Fede, competitivo per natura, superiamo a uno a uno tutti gli escursionisti mattinieri, quelli partiti prima di noi. Ci classifichiamo terzi alla meta, nonostante la resistenza dei molti che non si arrendono ad esser sorpassati.

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Picnicchiamo vista lago e beviamo l’acqua del ghiacciaio, prima di rientrare alla base con le gambe a pezzi, che quasi facciamo fatica ad arrivare al camping. Ma come primo allenamento non c’è male, soprattutto perché a cena divoriamo un pollo intero alla brace… la nostra odissea andina inizia così.

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