Argentini, brava gente

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Giorno 487.

La città dei morti di Buenos Aires e’ un pezzo di terra incastonato in uno dei quartieri bene della capitale la Recoleta. Qui venivano seppelliti i notabili del paese e le tombe sono monumentali. Fianco a fianco riposano permanentemente generali che si sono scannati tra loro, come Lavalle che ha ammazzato Dorrego, per poi fare egli stesso la medesima fine, scannato da un altro golpista qualunque.

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C’è la tomba di una ragazza di buona famiglia, che la leggenda popolare vuole essere stata sepolta viva perché creduta morta, ma invece in preda ad una crisi epilettica. Le solite voci dei malpensanti sostengono che in realtà fosse stata volutamente sotterrata dalla famiglia che non poteva tollerarne una gravidanza illegittima.

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E poi c’è Evita, simbolo di una nazione e della sua epoca d’oro, amata e odiata come tutti i personaggi controversi. La sua tomba non è certo delle più belle del cimitero, anzi è molto modesta, ma e’ metà di un pellegrinaggio costante di turisti e nostalgici.

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Grazie al consiglio di Fernando, inizio a trattare le statue come se fossero persone vere, così tra le ragnatele del tempo, la polvere e i muri diroccati, si alzano in volo angeli e cherubini, prendono vita garibaldini mezzi amputati e facce di giovani e vecchi, con cognomi francesi, slavi, tedeschi e italiani. Soprattutto, tanti italiani.

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Queste tombe in un certo senso sono parte anche della nostra storia, di gente emigrata a cercar fortuna che trovo’ una nuova casa in questo paese di grandi spazi e specialmente in questa città carica di atmosfere portuali, quasi sorgesse sulle sponde di un mediterraneo qualsiasi. Invece si specchia sul Rio de la plata che è un estuario, ma talmente grande che sembra un mare. I genovesi si stabilirono alla Boca, divennero scaricatori di porto e costruttori di navi, e da allora i tifosi della squadra di calcio locale, nonché la più famosa d’Argentina, il Boca Juniors, godono del nomignolo di “xeneises”, per l’appunto “genovesi”. Portarono l’arte di coltivare la vite e di produrre il vino, che si abbinava da dio alle carne “asada” che da queste parti e’ una delizia.

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Con questi argentini mezzi italiani, mi sembra di essere a casa. Fino ad ora, sono senza dubbio la popolazione al mondo con cui ho incontrato più affinità. Si parla di tutto, dalla politica, quella rifatta della presidenta Cristina e’ una pelotuda, al calcio. Tevez deve giocare il mondiale, questo e’ chiaro a tutti, ma quel boludo dell’allenatore e’ troppo orgoglioso per ammetterlo. Sulla cucina però non si va d’accordo, questi italiani tarocchi continuano a preferire il nauseabondo dulce de leche alla Nutella e la loro pizza spessa cinque centimetri, di cui quattro di formaggio scadente, alla nostra sottile e croccante. Ma forse non l’hanno mai provata. E poi c’è quel luogo comune sugli argentini, che sono tronfi e superbi, che si considerano superiori al resto dei latini per diritto divino e nobiltà di discendenza. Entrando dal Brasile, il signore che ci ha dato un passaggio ci ha detto di prepararci perché da li’ in avanti “Todos son muy creidos”, tutti sono molto convinti. Che un po’ sarà anche vero, ma per noi Buenos Aires resterà sempre una città di gente aperta, ospitale, simpatica, generosa, amichevole…una versione sudamericana e, forse, migliore dell’originale europeo.

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